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martedì 24 gennaio 2017

Che cosa significa pensare dopo Auschwitz.

A partire dalla mostra di Firenze “Ebrei in Toscana XX/XXI secolo” si sviluppa una riflessione sul perché continuare a celebrare il giorno della memoria, a fronte di tanti altri - anche più recenti - massacri.
Post di Gian Maria Zavattaro
Le immagini riproducono opere di Paolo Pennisi (per una sua presentazione  cliccare qui).

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Paolo Pennisi, 
Venti donna gessi
Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti. Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni” (Marta Ascoli, ex-deportata, Auschwitz è  di tutti, ed. Lint, Trieste, 1999, p.71).

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Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Nei tre giorni natalizi trascorsi a Firenze, mia moglie ed io ci siamo imbattuti a Palazzo Medici Riccardi (Galleria delle Carrozze), praticamente per caso, nella mostra “Ebrei in Toscana  XX/XXI secolo” (dal 20 dicembre al 26 febbraio), che ci ha subito conquistato. Nei singoli padiglioni abbiamo contemplato fotografie, letto didascalie, meditato, sofferto, discusso tra noi quanto veniva proposto; abbiamo guardato ed udito le molteplici testimonianze che il video ci offriva. Abbiamo incontrato generazioni di persone (volti non numeri), italiani come noi, gruppi parentali ed amicali, storie personali e familiari che nell’impegno diuturno civile economico sociale politico hanno contribuito alla crescita della Toscana e dell’Italia tutta; e poi il lungo calvario della riduzione nei ghetti e della discriminazione sino alla tragedia dell’olocausto; infine una serie di riflessioni sul “processo del secolo”, la memoria dei sopravvissuti, la memoria della Shoah oggi e  gli Ebrei in Toscana oggi.
Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Uno scorrere vivo, drammatico, compartecipe, di persone in carne ed ossa,  di generazioni, affetti, amori, speranze, dolori, tormenti…
Siamo usciti cambiati ed insieme rinnovati. Non mi dilungo sulla mostra. Semmai invito a visitarla od acquistare l’eloquente catalogo EBREI in TOSCANA XX/XXI secolo (a cura di  ISTORECO Livorno, ed. ETS, 2016).
Da anni, da prima ancora che nel 2000 venisse emanata la legge costitutiva della giornata della memoria, non manco all’appuntamento del 27 gennaio. Perché? Perché riflettere su un  genocidio  di più di 70 anni fa? Perché continuare a fare della Shoah l’emblema del male assoluto? La storia non è forse piena di  massacri?
Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Per rimanere al XX secolo, prima il genocidio armeno; durante e dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, gli eccidi sparsi  nel mondo, in Africa  Bosnia  Siria…, i morti di fame nel “terzo mondo”, l’immane tragica odierna odissea dei migranti, le frontiere a loro sbarrate, come ieri ai profughi ebrei, e le gravi responsabilità dell’Europa di ieri e di oggi...
Non si tratta di porre in macabra competizione i genocidi, tanto meno formulare una gerarchia tra loro: tutti gli eccidi sono egualmente terribili.
Non credo neppure di provare alcuna “sindrome del dovere della memoria”, ma so  benissimo che non si possono  ri-conoscere i mali  presenti se non si conoscono quelli passati; una  memoria vigile(così come ce l'ha descritta Rosario nel post precedente, cliccare qui) scevra da pregiudizi, volutamente e necessariamente postgiudizio, dettato dal conoscere e ri-conoscere, che reclama un deciso altrimenti per ritrovare insieme la nostra umanità.
Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Non può essere solo e tanto la legge del 2000 a spronarci a vivere, e non solo per 24 ore, la giornata della memoria. E’ che la Shoah rimane “unica ed incomparabile”: volontà di sterminio mai avvenuta prima, dove l’umanità stessa è stata messa in discussione, dove l’odio per l’altro e per il diverso è diventato paradigma dell’annientamento totale.
So bene che la memoria non serve agli ebrei ed a tutte le altre vittime sterminate: serve a noi tutti,  giovani ed anziani,  serve a fare  i conti non solo con il nostro passato (la Shoah fu anche un crimine italiano), serve a fare i conti oggi con le nostre responsabilità di fronte alle stragi del presente, per non sottoscriverle con la nostra indifferenza ed il nostro silenzio. 
Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Penso in particolare alle guerre, alle migrazioni, alle stragi degli innocenti che oggi mietono e straziano migliaia di vittime e trovo tremendamente attuale ciò che scriveva nel 1974 A. Wagner (allora “il problema” era la fame nel  mondo, messa in evidenza mediatica dalla guerra del Biafra con 3 milioni di morti): “E’ stato osservato che a causa delle situazioni ingiuste di questo mondo muoiono ogni anno per denutrizione più uomini di quanti ne abbia ucciso Auschwitz; si potrebbe sottoscrivere l’affermazione: il “terzo mondo” è l’Auschwitz dei nostri giorni!  
Nel suo interrogativo circa la responsabilità del mondo, K. Rahner ha messo in rilievo che noi siamo ricchi perché gli altri sono poveri, che noi certo personalmente non siamo dei ladri e non trasgrediamo le norme del gioco vigenti nella nostra società e paludate da una norma di moralità, sottolineando però  insieme che le strutture della nostra società e le sue regole del gioco non sono giuste  ma piuttosto sfruttatrici e immorali” (1).
Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Non so se sia corretto e si possa parlare in questo gennaio del 2017 di “Auschwitz dei nostri giorni”. Certamente però noi tutti ancora oggi  viviamo in  un ordine economico-finanziario, con il suo correlato contesto internazionale sociopolitico, che in realtà è un “disordine costituito”, come direbbe Mounier. Senza con ciò mai arrenderci, convinti, nel nostro “ottimismo tragico”, della forza della fraternità, della solidarietà verso i più svantaggiati, del servizio e responsabilità personale, della coerente e credibile testimonianza, umile fermezza di un possibile “essere altrimenti”.

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Paolo Pennisi, Bambini
 Secondo i dati dell’Istituto per i problemi ebraici di New York degli 8.301.00 ebrei  viventi in Europa nel 1939 circa  6.000.000 furono soppressi dai nazisti nel corso della “soluzione finale del problema ebraico”: sterminio  che non ha riscontri neppure approssimativi nella storia del genere umano, non solo e non tanto per le sue dimensioni quanto per la delirante razionalità e l’allucinante scientificità con le quali fu programmato e realizzato.

Paesi interessati
Popolazione ebraica
Settembre 1939
Perdite ebraiche
% perdite ebraiche
Polonia    
3.300.000
2.800.000
85,0
Urss, territori occupati
2.100.000
1.500.000
71,4
Romania
850.000
425.000
50.0
Ungheria
404.000
200.000
49.5
Cecoslovacchia
315.000
260.000
82.5
Francia
300.000
90.000
30.0
Germania
210.000
170.000
81.0
Lituania
150.000
135.000
90.0
Olanda
150.000
90.000
60.0
Belgio
90.000
40.000
44.4
Grecia
75.000
60.000
80.0
Jugoslavia
75.000
55.000
73.3
Austria
60.000
40.000
66.6
Italia
57.000
15.000
26.3
Bulgaria
50.000
7.000
14.0
Vari (Danimarca, Lussemburgo, Norvegia, Estonia, Danzica)
20.000
6.000
30.0
Totale
8.301.000
5.978.000
72.0
1)  in Dizionario teologico, a cura di  J.B. Bauer e C.  Molari, Cittadella ed. Assisi, 1974, p.42

Paolo Pennisi, Donne

18 commenti:

  1. A caldo : grazie Gian Maria!
    La tua pacata parola, il tuo suadente argomentare ci indica che commemorare è "rivivere testimoniando "

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    1. E’ bello, nel camminare insieme, "rivivere testimoniando". Grazie.

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  2. Caterina Giacco24 gennaio 2017 10:44

    Mai più Auschwitz!

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    1. E’ possibile solo se non si dimentica, se non si chiudono gli occhi e non si tace sull’oggi. L’impegno reciproco rimane quello di vigilare insieme perché, come ricordava Levi, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate, anche le nostre.

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  3. Monica Schiavone24 gennaio 2017 10:46

    Mi chiedo se l'uomo possa ricordare per non sbagliare ancora in tanta atrocità...o se possa ricordare per continuare con le sue mostruosità...Oggi il lager è in Siria...DOMANI?

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    1. La storia, per quanto ne pensi Cicerone, non è mai stata”magistra vitae” e non ha evitato il ripetersi di errori e di tragedie. La vera memoria non ha nulla a che vedere con l’oblio e la rimozione. La memoria del passato può aiutarci ed illuminarci, solo a condizione che diventi per tutti noi monito, decida il nostro impegno nel presente, ci renda capaci di denuncia ed annuncio, oserei dire di “profezia”. Allora, forse, sarà possibile un domani “altrimenti” dall’ieri e dall’oggi.

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  4. non ci sono parole....il silenzio è un grido di dolore e di amore....io non riesco a parlare....cosa dire' come commentare' basta quello che hai detto e quello che il cuore dice.....SOFFERENZA E PIETA' vergogna e disonore per coloro che hanno fatto quello che non avrebbero dovuto

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  5. La giornata della commemorazione ha un significato non incidentale di Memoria Simbolica delle Atrocità commesse dall'Uomo. Si racchiudono così i tipi, i tempi passati e a venire, la gamma delle varietà. Solo la "piccineria" di certi italiani si è messa " a fare le pulci " : perché questo sì e quell'altro no.
    Il richiamo - e forte - è diretto alla Coscienza! MAI PIÙ!!
    Non c'è spazio per imbastire scusanti o per avanzare attenuanti!
    Degli Italiani si deve dire che sono stati Cooperanti e le pagine delle nostre responsabilità aggiungono il ridicolo ( macabro ) alle atrocità.
    Nel post mi piace ogni cosa : messaggio, illustrazioni, tonalità.

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    1. Grazie, caro Rosario. C’è piena sintonia su quanto affermi.

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  6. Nadia Corbetta24 gennaio 2017 18:02

    Degno di nota anche il Museo del deportato di Carpi. Meta classica da noi di viaggi d'istruzione.
    LA MEMORIA serve a noi per capire il presente e che l' uomo, purtroppo, può essere anche questo.

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    1. Alla prima occasione, mia moglie ed io non mancheremo di visitarlo. Grazie.

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  7. Simona Stillitano25 gennaio 2017 14:37

    Un articolo da leggere scritto veramente bene.
    Concordo che è doveroso "far memoria" dice correttamente non si tratta di fare una gerarchia tra i genocidi...ma la Shoah è stata pianificata da satana! Farò due conferenze sull'esoterismo nazista nei prossimi giorni.Un orrore curato nei dettagli...
    Toda raba all'autore.

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    Risposte
    1. Grazie. Interessante il tema che affronterà nelle sue prossime conferenze.

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  8. Pensare dopo Auschwitz impone, per quanto mi riguarda, la considerazione che noi uomini siamo capaci di qualunque nefandezza. Non solo quando odiamo il prossimo, ma anche, soprattutto, quando, fatti forti dalla irresponsabilità dell'organizzazione gerarchica, possiamo spogliare l'Altro della qualità che è comune a tutti noi: l'umanità. A quel punto posso assistere, partecipare alla violenza più bieca senza sentirne il peso. Lui non è come me: è un ebreo, è uno zingaro, un omosessuale, un fascista, un comunista, un disabile, un negro. La colpa viene trasferita, è dell'altro. E pensare che di contro abbiamo grandi, grandissime capacità cognitive, artistiche, di compartecipazione al destino del nostro prossimo. La memoria della Shoah, di per sè, non ci mette al riparo dal ripetersi di tragedie simili, ma è comunque doverosa, necessaria. Dopo la fine della seconda, seconda!, guerrra mondiale, la fondazione dell'istituzione della Unione Europea ci ha consentito un lunghissimo periodo di pace, miglior antidoto per la follia umana. I problemi sono tanti, ma credo che si debba difendere e rafforzare l'unità del continente. L'Europa delle nazioni, oltre ad aver prodotto continue guerre, ha dominato a lungo il mondo, altre guerre e tragedie, arricchendosi sfruttando le risorse degli altri. Nella globalizzazione vedo una opportunità di redistribuzione della ricchezza a livello planetario, anche se sarebbe necessario, prima, ridistribuire le risorse a livello interno. Sto finendo lontano.... Molte nubi scure all'orizzonte, proprio in questi giorni. Molto interessante anche la tabella delle perdite ebraiche nei vari paesi. C'è uno strano errore nei dati riguardanti proprio la Germania. Le immagini di Paolo Pennisi mi turbano, i bambini e le donne internate hanno lo stesso mistero delle foto scattate in quei giorni: un enorme serietà, silenzio. Pennisi riproduce questo e accentua gli occhi dei bambini che ci guardano.

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  9. Grazie, caro Gianni sempre molto attento. Ho corretto il refuso (è sparito l'1 iniziale!): l'81% di perdite di vite umane in Germania su circa 210.000 ebrei ancora residenti alla vigilia della seconda guerra mondiale (tra il 1933 e il 1939 furono più di 300.000 a fuggire dal Reich) equivale a 170.000. Condivido le tue riflessioni, in modo particolare la possibilità, anzi la necessità, il dovere etico di concepire, praticare e vivere la globalizzazione in "una opportunità di redistribuzione della ricchezza livello planetario", incominciando a superare il divario delle nostre regioni.
    Pennisi ci ha conquistato proprio per i motivi che tu hai espresso e soprattutto per la coerenza della sua vita con quanto esprimeva.
    Dimenticavo: la globalizzazione in cui entrambi crediamo fa a pugni con quella finanziaria e capitalistica. Un caro saluto da me e da Rossana.

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  10. Anche questo suo scritto ha un'ottima valenza didattica: lo farò leggere e meditare ai miei alunni di III media, che stanno studiando proprio questo periodo storico. Grazie di cuore. Buona domenica.

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  11. @mari da solcare. Siamo contenti se quanto scritto può essere spunto per una lezione e per una riflessione in classe. Buon lavoro.

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