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Visualizzazione post con etichetta giorno della memoria. Mostra tutti i post
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domenica 26 gennaio 2025

Lettera di Primo Levi, fino ad oggi sconosciuta

"Bianca carissima,
posso finalmente tentare di nuovo di scrivere a Torino: chissà che non succeda un nuovo miracolo e non ci riesca ancora di stabilire una comunicazione attraverso mezza Europa in armi. Ed ecco un riassunto della mia storia. Prima di tutto occorre qui correggere e completare tutte le vaghe notizie che ho mandato da Monowiz. L'anno di schiavitù, sotto i tedeschi, è stato spaventosamente duro: a causa della fame, del freddo, della fatica e soprattutto delle decimazioni che, a intervalli irregolari hanno diradato le nostre file. Fra i 600 partiti con me da Fossoli, sono stati scelti all'arrivo 95 uomini 'validi' per il campo di Monowiz. Degli altri, vecchi, donne, bambini, si è persa ogni traccia. Di noi 95, siamo vivi in 6... Gli altri, per lo più, sono morti di malattie o di stenti, o sono stati uccisi perché inabili al lavoro. Io ho potuto mantenermi in salute e (relativamente!) in forze, grazie alla generosità senza pari di Lorenzo Perrone, un muratore di Fossano che, oltre a permettermi di comunicare coi miei, mi ha portato quasi quotidianamente, per 6 mesi, il cibo che detraeva dalla sua misera razione..." 
 
(Lettera, fino ad oggi sconosciuta, di Primo Levi a Bianca Guidetti Serra, 27 aprile 1945, Katowice, Polonia, pubblicata da La lettura del Corriere della sera, il 19 gennaio 2025).

martedì 23 gennaio 2024

Il messaggio della Shoah, come fragile colomba.

 Post di Rossana Rolando.

Disegno di Emma Baglio, liberamente tratto da Banksy    
Da più parti ci si è chiesti in che modo si potrà celebrare la Giornata della Memoria, visto quello che sta succedendo in Medio Oriente, in particolare nella striscia di Gaza. A tutti è nota le reazione violentissima del governo israeliano - che ad oggi ha provocato più di 25.000 morti palestinesi - al feroce massacro del 7 ottobre, con la strage agghiacciante di circa un migliaio di israeliti, tra civili e militari, e il rapimento di 250 ostaggi, da parte dell’organizzazione terroristica di Hamas.
La cronaca recente porta notizia di un riacceso antisemitismo che attacca anche i simboli della Shoah e ne scredita la memoria.² Dietro questo sentimento che appartiene a frange estremiste si celano pensieri sottilmente più diffusi e domande che, confusamente, inquietano molti: come ricordare il genocidio degli ebrei quando gli stessi ebrei, non rammentando di essere stati vittime, si trasformano in carnefici? Non sono forse gli ebrei di oggi autori di un genocidio nei confronti del popolo palestinese?

venerdì 17 febbraio 2023

La parodia del maialino cinese.

Post di Rossana Rolando.
 
Mao, Libretto rosso, pittura popolare, 1967
C’è un aneddoto, nel libro autobiografico della grande pianista cinese vivente Zhu Xiao-Mei, che ben sintetizza il senso dell’indottrinamento tipico dei regimi. Siamo nella Cina comunista di Mao, vent’anni dopo il 1949, allorquando ha avuto inizio la rivoluzione culturale (1966-69). La protagonista ventenne si trova in un campo di rieducazione, previsto dal maoismo per formare uomini nuovi, fedeli al credo comunista contenuto nel Libretto rosso di Mao Zedong. La invitano a riflettere su un esempio edificante: una studentessa “ha dato prova di una eccezionale fedeltà a Mao. Due telegrammi successivi l’avevano informata che suo figlio era gravemente malato e che doveva tornare in fretta a Pechino. Ogni volta lei ha risposto che doveva curare un maialino, anche lui sofferente, che le era stato affidato. Un terzo telegramma le ha annunciato il decesso del figlio. Non ha versato una lacrima. Qualche giorno dopo, il maialino è morto. E lei ha pianto”. Zhu Xiao-Mei e le sue compagne “esprimono qualche riserva, ma poi finiscono per considerare la donna lodevole: un maiale nutre la collettività, l’attaccamento che si prova verso il proprio figlio è solo individualista e borghese.”¹
Chi ha letto La fattoria degli animali di Orwell avverte subito una cert’aria di famiglia. Il nobile ideale di un mondo più giusto, in cui le diseguaglianze sociali siano eliminate e il bene della comunità prevalga sull’interesse egoistico, si traduce – nei socialismi realizzati storicamente – in una parodia di se stesso.
Il libro di Xiao-Mei mi è stato suggerito da Annamaria, un’amica di Persona e Comunità, a sua volta curatrice del bellissimo blog dal titolo Gioire in musica.² L’occasione è scaturita dal post dedicato all’evento La musica nei lager nazisti di cui ho parlato qualche settimana addietro.

sabato 28 gennaio 2023

Musica e lager nazisti.

 Post di Rossana Rolando.

 Le musiche create in cattività sono sopravvissute ai loro autori per giungere a noi come meravigliosi uccelli fuggiti dalle gabbie 
per la salvezza delle nostre fondamenta umane 
(Francesco Lotoro).

Roberto Franchini, L'ultima nota
Il 27 gennaio 2023, presso l’Auditorium San Carlo di Albenga, si è tenuta la rappresentazione “Musica e lager nazisti”. Il progetto, ideato e coordianto da me (Rossana Rolando), ha coinvolto la classe 4A del Liceo Classico ed alcuni alunni del Liceo Musicale, guidati dal professor Davide Nari e dalla professoressa Adriana Iozzia. 

Gli studenti hanno risposto alle sollecitazioni con entusiasmo, impegno e consapevolezza. A partire dal libro L'ultima nota di Roberto  Franchini e dalla Antologia musicale concentrazionaria di Francesco Lotoro sono stati elaborati testi e studiati spartiti presentati al pubblico. Mi è caro ricordare qui i nomi degli studenti e le parti intrepreate, durante la rappresentazione: Margherita e Vittoria (narrazione: musica per vivere e per morire), Sveva (esecuzione brano musicale, pianoforte: Premières neiges di Józef Kropiński, Buchenwald, 1944), Federico ed Edoardo (pezzo teatrale: vita del musicista Simon Laks), Amedeo ed Emma (pezzo teatrale: Jacques Stroumsa, il violinista di Salonicco), Giulia, accompagnata al pianoforte da Marika (canto: “Effunderunt sanguinem” di Pietro Feletti, Stalag VIC/Z Fullen Groß-Hesepe, 1945), Serena e Veronica (pezzo teatrale: l’ultima canzone di Ilse Weber), Maia e Alice (pezzo teatrale: Anita Lasker Wallfisch, la violoncellista di Birkenau), Pietro, Alessandro e Giulia (esecuzione musicale con clarinetto, saxofano e violoncello: Robert Emanuel Heilbut, “Ons eigen hoekje”, KZ Bergen-Belsen, 1944), Agata ed Elena (narrazione: Terezín, il supremo inganno del nazismo e Orchestre per l’inferno. Auschwitz), Giulia, accompagnata al pianoforte da Marika (canto: “Anima nostra” di Pietro Feletti, Stalag VIC/Z Fullen Groß-Hesepe, 1945), Tommaso e Pietro (pezzo teatrale: Kurt Gerron, l’attore che fece un regalo a Hitler), Anna (pezzo teatrale: la valigia piena di spartiti di Gideon Klein), Francesca (pezzo teatrale: l’esilio a Terezín dell’ebreo Pavel Haas), Pietro ed Alessandro (esecuzione musicale con clarinetto e saxofano: brano di Hermann Gutler, 1944), Agata e Carlotta (riduzione teatrale: favola di Natale di Guareschi), Sveva (brano musicale, pianoforte: Klavierstückdi Józef Kropiński, Buchenwald, 1944), Beatrice, Sara e Carlotta (aiuti tecnici).

Ragazze e ragazzi sono state/i meravigliose/i: hanno dato il meglio, commossi e commoventi. Il pubblico - silenzioso, concentrato, partecipe - è risultato di grande aiuto per costruire il giusto clima. 

Ciò che segue, sinteticamente, è la mia introduzione all’evento.

mercoledì 26 gennaio 2022

Babele e Auschwitz.

 Post di Rossana Rolando.

Gustave Doré, Confusione delle lingue, 1865
“Comunicare” è il titolo del quarto capitolo de I sommersi e i salvati di Primo Levi.¹ Il tema vero, in esso trattato, è però l’opposto: l’impossibilità della comunicazione. Già dalla prime righe si capisce inoltre che non si intende parlare dell’incomunicabilità come dimensione interna alla stessa comunicazione, strutturale rispetto all’umano essere-con-altri.
² Levi non si propone neppure di affrontare il tema da un punto di vista psicologico o sociologico, laddove la privazione del comunicare non è imposta, ma è – in qualche modo – voluta e scelta.
Egli cala immediatamente il lettore nella condizione estrema del lager, in cui il bisogno di comunicazione – nel senso elementare del comprendere ciò che viene comandato e urlato, pena la vita stessa – urta contro una barriera linguistica totale.

domenica 24 gennaio 2021

Memoria e speranza ostinata.

Post di Gian Maria Zavattaro

Immagini della pittrice ceca di origine ebraica Malva Schalek, deportata prima nel campo di Terezin e poi ad Auschwitz (dove muore).
 
Malva Schalek, Arrivo nel campo di Terezin
“2 febbraio1943. Gli Stubendienste gridano: avanti, avanti a letto. Lasciare le scarpe sotto. Ci arrampichiamo sulle tavole. Tavole senza paglia e senza coperte. Non riusciamo a dormire. Uno propone di pregare. Preghiamo. Shema Israel Adonaj Elobenu… Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio…” Deuter. 6,4-9. (1)

Ogni giorno si consumano drammi e tragedie di migliaia di persone: morti di covid (oltre 2 milioni a tutt’oggi nel mondo), ma anche di solitudine, freddo, fame, guerre di cui nessuno parla, disperati annegamenti, atti terroristici, schiave schiavi e bambini sfruttati, rigurgiti razzisti e tanto altro. Di contro l’indifferenza globale e, in troppi decisori dei destini nostri e del mondo, mediocrità, improvvisazione, incapacità, irrisione truffaldina.

Mia moglie ed io ci siamo tormentati su vari interrogativi: quest’anno nel nostro blog c’è posto per la Shoah? Perché continuare a parlarne? Perché partecipare all’annuale memoria di più di 6.000.000 di ebrei assassinati?

Perché ancora, sempre, e ancor più nel tempo del covid, occorre non dimenticare, occorre pensare e far pensare. Perché il paradosso del covid, se ci obbliga al distanziamento fisico, nel contempo ci fa scoprire l’altro e ci impone di “rispondergli” in senso etimologico, di dedicarci cioè alla “responsabilità” reciproca, perché ognuno di noi è per gli altri un altro.

martedì 21 gennaio 2020

L'angelo di Auschwitz, Mala Zimetbaum.

Post di Rossana Rolando. 

Illustrazione di Paola Momenté
Mala è una giovane donna ebrea di origine polacca.
Vive ad Anversa, in Belgio, dove la famiglia è emigrata, in cerca di un luogo sicuro.
E’ una ragazza colta, fiera, dotata di una naturale eleganza.
Ha imparato, col tempo, ad assestare i sogni sulla misura del quotidiano. Riesce a spremere, dal guscio duro del reale, stille sottili di felicità. Per questo è sempre sorridente.
Nel 1933 ha 15 anni. Buio fitto sta investendo l’Europa. Anche in Belgio si diffonde il morbo antisemita.
Viene fatta prigioniera nel 1942, dai nazisti occupanti, e finisce ad Auschwitz-Birkenau.
Blocco 11, matricola 19880.
Conosce il tedesco, il russo, il francese, un po’ di inglese, il fiammingo, il polacco e l’yiddish. Perciò viene utilizzata come interprete e portaordini.  Questo le permette di muoversi con una certa libertà. Dispone di cibo, di acqua, dei beni di prima necessità, quel tanto che basta per sottrarsi all’inedia “sub-umana” dei corpi sfiniti. Un privilegio che non corrompe il suo animo, non sbiadisce la sua umanità nella complicità informe della zona grigia in cui si confondono vittima e carnefice.

giovedì 24 gennaio 2019

Giorno della memoria. Sto qui, sto a guardare e non faccio niente.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Immagini dei dipinti di Charlotte Salomon, pittrice tedesca, di origini ebraica, morta ad Auschwitz il 10 ottobre 1943, a soli 26 anni (nel video riportato alla fine del post la sua storia). 

Charlotte Salomon, 
dal ciclo pittorico: Vita? O teatro?
“Sto qui, sto a guardare e non faccio niente. Mi ficco le mani più a fondo nelle tasche e so che si dovrebbe gridare, afferrare qualche cosa, fare qualche cosa ma non faccio niente. Non mi resta che chiedere perdono, per me e per tutti gli  altri che erano lì, di ciò che è imperdonabile: abbiamo assistito, mio Dio, a come sei stato preso a calci”.
(Christa Weiss, in AA.VV.,
Speranza per oggi e per domani, Assisi, 1970, p.28)

Il 27 gennaio, giornata della memoria, avremo modo di leggere od ascoltare testimonianze terribili e travolgenti sull’Olocausto,  pronunciare o scrivere noi stessi sincere autentiche appassionate dichiarazioni e propositi di intenti. Come tutti gli anni.
Per 26 anni ho fatto il preside e per altrettanti anni, nelle scuole che dirigevo, testardamente ho sempre cercato di far vivere ai miei studenti  “la giornata della memoria”, costruita da loro, spronati da ben altro che la  legge del 2000, il cui rischio è risolvere in un retorico rituale il “dovere della memoria”. In questo aveva ragione il provocatorio  pamphlet  di Elena Loewenthal “Contro il giorno della memoria”, che circolava cinque anni fa nelle librerie.  Sono però decisamente convinto che nel corso degli anni sia gli studenti  che hanno  partecipato in tutta Italia a questa  giornata sia le migliaia che  hanno avuto come “premio” l’occasione di visitare i lager,  non dimenticheranno.

martedì 23 gennaio 2018

Il ritorno di Lorenzo, Primo Levi.

Post di Rossana Rolando
Riproduzioni dei disegni tratti dal libro fumetto, dedicato a Primo Levi, Una stella tranquilla di Pietro Scarnera (qui il sito). Didascalie iconografiche liberamente attribuite in base all'interpretazione delle vignette e alle letture relative all'opera dell'illustratore.

Pietro Scarnera,  
Una stella tranquilla, Primo Levi scrittore
Il ritorno di Lorenzo è uno scritto contenuto nella raccolta Lilít (1981), elaborato molto tempo dopo l’incontro con Lorenzo, nel campo di Auschwitz, quando ormai egli è morto da numerosi anni. Ricostruisce l'immagine di un rapporto decisivo, nella storia del deportato e dell’uomo Primo Levi.

☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆

Durante il lavoro nel lager il futuro scrittore torinese viene attirato dall’accento piemontese di un operaio, un muratore (scoprirà poi proveniente da Fossano) che si rivolge ad un suo compagno.
“Ho incontrato Lorenzo nel giugno del 1944, dopo un bombardamento che aveva sconvolto il grande cantiere in cui entrambi lavoravamo. Lorenzo non era un prigioniero come noi, anzi non era un prigioniero affatto. Ufficialmente, faceva parte dei lavoratori civili volontari di cui la Germania nazista pullulava…”¹ .

venerdì 27 gennaio 2017

La dissonanza dell'arte e il Terzo Reich.

🖊 Post di Rossana Rolando. 
🎨 Tutte le immagini riproducono disegni di Tommaso D'Incalci. 

Il lavoro rende liberi
Il filosofo tedesco e musicologo Theodor W. Adorno (1903-1969) ha scritto:
“…il terzo Reich non è riuscito a produrre una sola opera d’arte” (Th. W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1979, p. 119).

E’ una frase che colpisce e che si può comprendere meglio alla luce di due altre affermazioni:
“...finché tra gli uomini c’è una coscienza del dolore, ci deve essere anche l’arte come forma oggettiva di questa coscienza” (Th. W. Adorno, Metafisica, Concetto e problemi, Einaudi, Torino 2006, p. 133).
“C’è più piacere nella dissonanza che nella consonanza […] Ciò che stride […] diventa fascino; e questo fascino […] conduce la nuova arte nella terra di nessuno, che sta in rappresentanza della terra abitabile” (Th. W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino 1977, p. 69).

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Lo straniero
Per Adorno l’arte ha un duplice compito: denunciare le storture dell’esistente e annunciare un mondo nuovo, la “terra di nessuno” che non è ancora “terra abitabile”. Nel cogliere la disarmonia, l’imperfezione, la dissonanza di “ciò che stride”, l’arte rende accorti della riconciliazione che non c’è ancora e, nello stesso tempo, tiene desta l’idea della redenzione, facendosi segno anticipatore ed utopico. Di qui si comprende perché il Terzo Reich non ha prodotto opere d’arte e non le ha neppure tollerate al proprio interno, distruggendo dipinti, mandando al rogo libri e condannando interi universi artistici: l’ideologia che nasconde e deforma la realtà è del tutto incompatibile con l’arte intesa “politicamente” come spazio di riserva critica e di futura possibile liberazione.

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martedì 24 gennaio 2017

Che cosa significa pensare dopo Auschwitz.

Post di Gian Maria Zavattaro
Le immagini riproducono opere di Paolo Pennisi (per una sua presentazione  cliccare qui).

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Paolo Pennisi, 
Venti donna gessi
“Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti. Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni” (Marta Ascoli, ex-deportata, Auschwitz è  di tutti, ed. Lint, Trieste, 1999, p.71).

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Paolo Pennisi, 
Senza titolo
Nei tre giorni natalizi trascorsi a Firenze, mia moglie ed io ci siamo imbattuti a Palazzo Medici Riccardi (Galleria delle Carrozze), praticamente per caso, nella mostra “Ebrei in Toscana  XX/XXI secolo” (dal 20 dicembre al 26 febbraio), che ci ha subito conquistato. Nei singoli padiglioni abbiamo contemplato fotografie, letto didascalie, meditato, sofferto, discusso tra noi quanto veniva proposto; abbiamo guardato ed udito le molteplici testimonianze che il video ci offriva. Abbiamo incontrato generazioni di persone (volti non numeri), italiani come noi, gruppi parentali ed amicali, storie personali e familiari che nell’impegno diuturno civile economico sociale politico hanno contribuito alla crescita della Toscana e dell’Italia tutta; e poi il lungo calvario della riduzione nei ghetti e della discriminazione sino alla tragedia dell’olocausto; infine una serie di riflessioni sul “processo del secolo”, la memoria dei sopravvissuti, la memoria della Shoah oggi e  gli Ebrei in Toscana oggi.

lunedì 25 gennaio 2016

Il bisogno della memoria, con Lelio Bonaccorso.

Sto qui“Sto qui, sto a guardare e non faccio niente. Mi ficco le mani più a fondo nelle tasche e so che si dovrebbe gridare, afferrare qualche cosa, fare qualche cosa, ma non faccio niente. Non mi resta che chiedere perdono, per me e per tutti gli altri che erano lì, di ciò che è imperdonabile”  
 (Christa Weiss).

Un albero secco che si nutre del dolore...
unico segno visibile di ciò che è stato...
 un volo di uccelli...
Un uomo passa di lì.
La legge del 2000 ha istituito la “giornata della memoria”: legge giusta, che deve essere assunta e vissuta per quello che voleva esprimere. L’obbligatorietà imposta ope legis potrebbe infatti rischiare di risolversi in un retorico “dovere della memoria”, inteso non come “sollen” ma come  “müssen”, mistificante e vissuto come alibi.  E’ quanto poneva in evidenza non molto tempo fa Elena Loewenthal nel suo Contro il giorno della memoria.

domenica 25 gennaio 2015

Il Giorno della Memoria. La forza di un video.



La potenza dell'arte ci porta dentro altri mondi... 
(Enrico Benaglia, immagine tratta da facebook)
Proponiamo un video ideato e realizzato nel 2003 dagli alunni dell’Istituto d’Arte di Imperia, con la supervisione di alcuni docenti tra i quali non posso esimermi dal citare il mitico prof. Dolmetta. Ho conosciuto in modo non superficiale questa Scuola (che ho diretto in qualità di preside per due anni dal 2002 al 2004) e ancora è ben viva in me – in un intreccio di care memorie e di riconoscente gratitudine -  la caparbia dedizione di tanti docenti e la genuina freschezza e gioia di vivere di tanti/e giovani, anche se costretti a gestire e vivere  non poche difficoltà esistenziali.

La giornata della Memoria...
(immagine ripresa dalla pagina facebook 
dedicata ad Auschwitz Memorial)
Sono loro che hanno costruito, spronati da ben altro che la  legge del 2000, la “giornata della memoria” fuori dal retorico rituale di una celebrazione mistificante  e controproducente, se vissuta come alibi dei  nostri silenzi e delle nostre viltà. Sono  proprio i giovani che ci spronano a non dimenticare ed a comprendere che l’universale grido di dolore che si leva dai campi di sterminio è  struggente invocazione che deve servire non agli ebrei ed a tutte le altre vittime sterminate, ma a noi tutti,  giovani ed anziani, per mettere a nudo il nostro  passato e le nostre responsabilità (la Shoah è anche un crimine italiano, basta pensare alle fascistissime leggi razziste del 38 ed alle loro implicanze), per non chiudere gli occhi sulle stragi  del presente, per non legittimarle con la nostra indifferenza ed il nostro silenzio.

... per non chiudere gli occhi... 
(immagine tratta dalla pagina facebook 
dedicata ad Auschwitz Memorial)
Nota sul video.

Il rischio delle immagini – anche le più crude e terribili che raccontano la Shoah – è  quello dell’assuefazione, della ritualità, del “già visto”.

Qual è la chiave per aprirci all'esperienza terribile del dolore... 
per farci provare com-passione?
Nella pletora delle informazioni, del fluire liquido delle comunicazioni, vi è la reale possibilità che il segno rimanga muto, sepolto nell’insignificanza di ciò che scorre davanti a noi, senza più coinvolgerci.

Come condividere un'esperienza 
tanto lontana?
Il merito di questo breve filmato – che rivela la notevole maturità umana di chi lo ha prodotto – è quello di scrollarci dal torpore, di strapparci dall’estraneità e di trasportarci subito all’interno di un vortice d’ansia, di paura, di angoscia. Nel video non si indugia sulle figure tristemente note della Shoah, anzi vengono anche utilizzate immagini apparentemente lontane da quell'esperienza, eppure noi ci sentiamo portati DENTRO un’emozione, uno stato d’animo, un sentire che rimanda, in qualche modo, all’esperienza tragica del lager.

Come sentirci dentro una storia 
che non abbiamo vissuto?
E proprio l’uscita dall’indifferenza ci può permettere di trovare il senso di una giornata come quella della Memoria.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.




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sabato 27 settembre 2014

La strage di innocenti ed i morti nel Mediterraneo.

La commemorazione ... 
a Lampedusa ...
Il 3 ottobre a Lampedusa vi sarà la commemorazione della tragedia dell’anno scorso (368 morti) con una marcia, una celebrazione inter-religiosa e altri momenti di silenzio e riflessione, da vivere in modo sobrio. Il Comune di Lampedusa e il Comitato 3 ottobre gestiranno l’organizzazione del Festival SABIR, dal 1 al 5 ottobre, non solo per commemorare le vittime ma soprattutto per fare di Lampedusa - una delle periferie del mondo, territorio dimenticato che appare sui media solo per eventi tragici - il simbolo di una terra di incontri tra popoli, culture, sogni e proposte concrete di trasformazione delle politiche italiane ed europee (*).

... e in altre parti d'Italia... per ricordare...
In effetti il 3 ottobre come giorno della memoria (**) appare una irridente anomalia: i giorni della memoria si dovrebbero istituire in ricordo di un passato finito una volta per tutte, ma il 3 ottobre si è continuamente riproposto, anche se in tono minore, l’11 ottobre dello stesso anno, e poi, quest’anno, il 19 febbraio, il 12 maggio, il 19 luglio, il 2 e il 28 agosto, sino agli 800 morti nelle acque libiche e maltesi nella sola seconda settimana di settembre. 
... per provare ad immedesimarci ...
Dall’inizio dell’anno i morti nel Mediterraneo sono più di 2.500; lo scorso anno oltre 600; nel 2012 più di 500. Un’ecatombe! E non parliamo delle vittime innocenti di insensate guerre sparse in tutto il mondo e concentrate nel Medio Oriente.

... se fossi io uno dei tanti migranti ...
... stretto in un gorgo 
di morte...
Forse non stiamo guardando in fondo a noi stessi, forse non vogliamo capire che le innumeri anonime vittime di guerra ed i morti sparsi nel Mediterraneo dovrebbero provocare un'inguaribile empatia (far posto all'altro, esporci al rischio di  lasciarci invadere dall'altro, com-prenderlo), “come se” in qualche modo fosse anche nostra la loro storia  collettiva e personale. 

... se fossi io ad avere
ogni giorno paura...
Storia collettiva: vivi, fuggivano dalla fame, dalla miseria, dalla guerra, da violenze bestiali. Se fossi stato uno di loro non avrei avuto tempo né possibilità di chiedermi “Gli Italiani hanno le risorse economiche per non respingermi?”. Semplicemente avrei confidato nella loro umanità, per accogliermi e per consentirmi di sopravvivere, senza ricordare loro ed a tutti gli Europei gli sfruttamenti secolari delle risorse e delle terre da cui provenivo.
... se mi sentissi braccato ...
Storia personale: la tragedia indicibile delle ultime ore di angoscia, i bimbi terrorizzati e le madri impotenti, mentre affondano tra  i flutti stringendo nell’ultimo abbraccio le loro  creature.
... se fossi terrorizzato...
Sconvolti dalla potenza del male e dalla nostra impotenza, trincerati dietro le nostre angosce e le difficoltà del vivere quotidiano, sentiamo sempre meno le grida e le invocazioni di aiuto che ci circondano da tutte le parti e che dovrebbero assordarci.
... se mi sentissi imprigionato ...
Prima o poi spegniamo l’audio, passiamo ad un altro canale,  l’impatto emotivo si smorza, presi come siamo - e giustamente - dai mille affanni quotidiani. Ormai i morti non fanno più clamore e tutti noi, pur non facendo finta di niente, ci limitiamo ad  imprecare contro la malvagità delle organizzazioni scafiste,  a denunciare l’inefficacia dei soccorsi, a deplorare ogni violenza e così ci sentiamo meno disturbati e possiamo vivere in pace con la contraddizione.

... io cercherei di fuggire...

Non so sinceramente che cosa ognuno di noi possa fare, che cosa possa fare io che ogni giorno mi sforzo di imparare a vivere.
Almeno potremmo decidere tutti insieme di non cambiare canale, di non spegnere l’audio, di guardare la realtà senza cinismo, di pensare ogni tanto all’essenziale, di accogliere le provocazioni di questi morti che implorano da noi il cambio di mentalità e di rotta.


... cercherei un varco...
Almeno potremmo ascoltare le parole del vescovo di Casablanca (Marocco), Santiago Agrelo: “E’ inaccettabile che la vita di un essere umano abbia meno valore di una presunta sicurezza e impermeabilità delle frontiere di uno Stato. E’ inaccettabile che una decisione politica vada riempiendo di tombe il cammino che i poveri percorrono con la forza di una speranza. E’ inaccettabile che merci e capitali godano di più diritti dei poveri per entrare in un Paese. E’ inaccettabile che si rivendichino frontiere impermeabili per i pacifici della terra e si tollerino frontiere permeabili al denaro, alla corruzione, al turismo sessuale, alla tratta delle persone, al commercio delle armi”.
... costi quel che costi ...
Almeno potremmo  prendere sul serio  l’accorato appello di Alex Zanotelli  “a tutte le istituzioni perché trovino una soluzione a questa tragedia. All’ONU, perché crei canali di ingresso legale nei vari paesi di accoglienza tramite traghetti e voli charter, che sostituiscano le carrette del mare. Alla UE, perché apra corridoi umanitari; realizzi programmi di reinsediamento, ammissione umanitaria e di facilitazione dei ricongiungimenti famigliari; smantelli il Fortex, vera e propria macchina da guerra contro i migranti; abolisca il Regolamento di Dublino che impone ai migranti di fare richiesta di protezione internazionale al primo stato membro in cui fanno ingresso.


... un filo di speranza ....
Al Governo italiano, perché prema su Bruxelles per il mutuo riconoscimento delle domande d’asilo, per un monitoraggio comune ed un equo smistamento; “cambi subito la Bossi – Fini”, come ha chiesto l’arcivescovo di Agrigento, F.Montenegro; chiuda i CIE; voti il disegno di legge sullo Ius Soli per i figli di immigrati nati in Italia; continui l’operazione Mare Nostrum che ha salvato migliaia di migranti in acque internazionali. Alla CEI, perché parli, con più coraggio, in difesa dei profughi e dei rifugiati, e perché apra le canoniche e i conventi vuoti ai rifugiati”.

... una luce ...
Oppure continuiamo a far finta di non far finta di niente ed a vivere in pace con le nostre contraddizioni.

... oltre il mare ...
* Le parole sulle periferie del mondo, sull’abbandono e l’indifferenza, sono quelle  pronunciate un anno fa da Papa Francesco, che hanno motivato la Federazione delle organizzazioni cristiane di volontariato (Focsiv) ad essere presente al Festival SABIR.
** Giace da tempo alla Camera una proposta di legge sul 3 ottobre come giornata della memoria nazionale.

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