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Visualizzazione post con etichetta emigrazione. Mostra tutti i post
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martedì 10 ottobre 2023

La bellezza dell'Africa.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Mrs Oby Ezeilo, 19 maggio 2023
“In un’ora di grandi cambiamenti per il continente africano, alle prese con problematiche, speranze, sfide antiche e nuove [...] per cercare di capire è più utile individuare dei “punti fermi” che inseguire la cronaca” (retrocopertina di Joseph Hi-Zerbo, Punti fermi sull’Africa, EMI, 2011).
 
Nei giorni trascorsi prima della tragedia israelo-palestinese, i media si sono a buon diritto centrati sulle vicende dei fuggitivi nelle terre d'Europa. Eppure ogni giorno i “paesi del Sud”, in particolare l’Africa, sistematicamente sono violentati dalle infinite guerre regionali, dalle tragiche morti di persone che fuggono altrove, dalle violenze sulla popolazione, specie donne e bambini, vittime di sopraffazione, oppressione, sfruttamento.
Le nostre coscienze sono senza scampo interpellate e non possiamo starcene fuori solo perché ognuno di noi sa fin troppo bene di essere impotente nella sua singolarità. La storia, implacabile, non farà sconti alla nostra generazione.
Hi-Zerbo (1922-2006) - originario del Burkina Faso, militante politico, insegnante, padre della  storiografia africana, uno dei maggiori intellettuali africani del 900 - ha pubblicato numerosi saggi (tradotti da Einaudi, Jaca Book, EMI) ritenuti  fondamentali per le concrete proposte di convivenza, integrazione e scambio tra il suo continente e il resto del mondo.

domenica 18 luglio 2021

Chi è straniero?

Post di Gian Maria Zavattaro
Fotografie di Oliviero Masseroli (con gentile autorizzazione, qui il sito).
 
Oliviero Masseroli, La vita in dettaglio, Bangladesh
“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. (Documenti del processo di don Milani, L’obbedienza non è più un virtù, LEF,1977, p.12)
 
“Forzati o meno, assistiti o meno, impauriti o impaurenti, ci saranno ovunque milioni e milioni di migranti in cammino per tutto il pianeta. Non c'è norma o violenza che li fermerà. E saranno comunque in futuro come già in passato un fattore evolutivo primario per continenti stati popoli ecosistemi”. (V. Calzolaio - T. Pievani, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi, To, 2016, p. 130)
 
Oggi “l’altro” non è solo chi appartiene alla mia nazione razza lingua cultura religione, è soprattutto l'”estraneo”, lontano dal mio modo di vedere e vivere la vita, colui che ha la pelle di colore diverso, che parla una lingua incomprensibile.
La sfida del nostro tempo è incontrare questo altro, avendo chiaro il senso della propria cultura e valori, della propria identità per rispettare quella altrui: “Io è un altro e, per quanto diverso e molteplice, anche l’altro è un Io”.
 

sabato 19 giugno 2021

Vie dell'accoglienza.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazioni di Gabriel Pacheco (qui il sito instagram)

Gabriel Pacheco, Galleggiare per non affogare
Il fenomeno dell’immigrazione, come tutti sanno, si è da anni complicato ed aggravato con lo sbarco continuo di migliaia e migliaia di “migranti” sulle sponde europee del Mediterraneo: donne uomini e soprattutto giovani giovanissimi e bambini. Fenomeno oggi vistoso, continuamente mutevole, incontrollato, problematico nel senso etimologico (1):evento che ci viene gettato in faccia, chiede d'essere risolto e merita necessariamente ed urgentemente una risposta né superficiale né banale.

Lascio gli aspetti geopolitici a chi ha le competenze professionali per svolgerli. Mi limito a qualche interrogativo: qual è la politica di inclusione-integrazione nella mia regione, in Italia ed in Europa? Quali i rapporti tra Comuni Sprar Cas questure e prefetture Caritas ed altre istituzioni pubbliche, religiose, laiche, private ubicate in tutte le province?

Ma il primo interrogativo, decisivo, è: Che significa accoglienza? Parola usata ed abusata con cui troppi si riempiono la bocca.

È assistenzialismo sentimentale, frutto di spinta emotiva più o meno duratura o fatto culturale? Atto di debolezza o di forza? Optional paternalistico o dovere che liberamente si sceglie e si adempie? Gesto isolato o dimensione stabile? Generico appello buonista o forte richiamo al primato etico della responsabilità? È imperativo della singola persona oppure sociale-istituzionale o unità di entrambi?

Un significato univoco. Se a definire il grado di civiltà di una società è la sua valenza inclusiva, la capacità di dare tutela a persone e gruppi più deboli, la parola accoglienza deve assumere un significato univoco.  Scriveva De Rita che accoglienza “non è solo prestarsi per qualcuno in difficoltà senza lasciarsi sopraffare nel lavoro dalla dimensione burocratica e amministrativa; innanzitutto è una mentalità, un atteggiamento di fondo, una disposizione anteriore all’agire, ospitalità dell’altro nel proprio orizzonte personale e professionale, solidarietà. Non si improvvisa; si costruisce poco alla volta nelle circostanze in cui ci si trova; è cultura, essenzialmente educazione”.

giovedì 7 febbraio 2019

L'urlo dell'oppresso. Lettera immaginaria.

 Post di Gian Maria Zavattaro.

Sebastião Salgado, Africa
📩 Mi chiamo Seif Sadat Modou Kingsley Hamed Himed…, fate voi…
Sono nigeriano ivoriano senegalese togolese sudanese…, fate  voi….
Non sono un numero, non do spettacolo.

Sapete che cosa vuol dire guerra?
A voi devo ricordare che cosa è la guerra? Chiedete ai vostri nonni: le due guerre mondiali vi hanno causato più di 2 milioni di morti, senza parlare dei feriti, degli invalidi, delle vedove e degli orfani minorenni.
A voi devo ricordare che cosa significhino brutalità violenza atrocità torture massacri macelli bombardamenti deliri di morte tradimenti pianti a non finire di vedove e di orfani, disperazione, privazione di ogni bene ed affetto, di ogni diritto? E  fame sete miseria desolazione.
Pensate che la mia fuga dalla guerra  potesse avere alternative?

venerdì 3 agosto 2018

Al bivio tra civiltà e barbarie.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini di Fuad Aziz (dalla pagina facebook, per gentile concessione).
 
“Maledetto chi calpesta il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova”  
(Deuteronomio 27:19).

Fuad Aziz
Quale pena sentire il ministro dell’Interno rispondere al monito del cardinal Ravasi (“ero straniero e non mi avete accolto”) ribattendo di aver fatto una “bella cosa”! Se l’indifferenza circa la “pacchia” dei cosiddetti migranti di oggi è già in sé tremenda, insopportabile è la tracotanza di chi fa  del calvario dei disperati il suo trofeo con una retorica comunicativa finalizzata non solo alla loro esclusione, ma a svilirne l’esistenza sulla base delle convenienze elettorali e di meschine ipocrisie (1).
Non siamo usciti dall’inverno sociale, come auspicava poco tempo fa il card. Bassetti, anzi l’ombra del gelo si sta allungando a dismisura. E provo, non rabbia, solo accorata mestizia per il vasto gregge di truppe cammellate e di bulletti digitali smarriti nell’esplosione della incomunicabilità  tra le persone, storditi e sedotti dalle blandizie del mondo virtuale dove le ingiurie sono lecite e permesse, si approntano liste di proscrizione, si minacciano (e si iniziano a praticare) linciaggi non solo verbali. Semmai la mia rabbia va contro i burattinai, quelli visibili e  quelli celati dietro le quinte a dirigere il traffico ed a manovrare marionette, agitando lo spauracchio di mille paure, rinfocolando un reale malessere ed indirizzando cieco risentimento e sordo rancore contro comodi capri espiatori. E’ la stagione dei mestatori, dei predatori, dei ladri dell’altrui fragilità e credulità.

martedì 17 luglio 2018

Pagine di diario. Pensare il presente con Simone Weil.

Post di Rosario Gillo.
Crisi e sguardo lungo.
Pensare il presente 
con Simone Weil
Di frequente gli eventi si succedono in modo strano. Qualcuno direbbe preordinato. Nelle ultime settimane l’Europa è stata teatro di manifestazioni inconsulte, in buona parte legate al precipitare della questione dei migranti.
Si scava più a fondo e si trova la crescita abnorme della psicologia dell’ansia e della paura, diffusa a piene mani dalla ideologia corrente del SOVRANISMO e del nuovo nazionalismo.
Nello stesso tempo, gli esperti garantiscono: non c’è emergenza!
Nella alternanza: ora passano assurdi umori e con essi si ratificano patti di dismissione dell’accordo di Schengen, di chiusura dei porti, di guerra alle ONG, di incentivazione del tornaconto dei singoli paesi.
O si interrompe il cammino della comunità europea o si certifica che si dà libero sfogo alle peculiarità nazionali.
Comunque, di sicuro, è messo al bando il principio dell’umanità. (Mi ricordo male o sul continente europeo, migrando dall’Africa, cominciò l’avventura dell’uomo?!)
O per difetto di coerenza o per fatto di Resistenza, si intrecciano eventi che evidenziano solidarietà, appelli all’uguaglianza. (Calzante la liturgia di domenica 30/06!)
Mi confortano, d’altra parte, personali letture che affrontano il tema e danno aiuto ad illuminarlo. Da circa un mese mi sono concentrato sulle opere di Simone Weil che ho affiancato ad opere di delucidazione e commento: AA.VV.- pensare il presente con Simone Weil , ed. Effatà, 2017.
In S.W. (1909/1943)¹ si può trovare: passione resistenza riflessione teorica, vita pratica, analisi della questione sociale e indagine a tutto campo sul diritto.

sabato 14 luglio 2018

Africa, che fare?

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini dei dipinti di George Lilanga (1934-2005) con i suoi Shetani o spiriti del profondo (dalla collezione di Cesare Pippi, per gentile autorizzazione, qui il sito).


George Lilanga
🌟Hi-Zerbo (1922-2006) - originario del Burkina Faso, militante politico, insegnante, padre della  storiografia africana, uno dei maggiori intellettuali africani del 900 - ha pubblicato numerosi saggi (tradotti da Einaudi, Jaca Book, EMI) ritenuti fondamentali per le concrete proposte di convivenza, integrazione e scambio tra il suo continente e il resto del mondo. In questi giorni di tragiche emergenze “per cercare di capire è più utile individuare dei 'punti fermi' che inseguire la cronaca”.¹  
Vorrei pertanto riproporre brevemente alcune riflessioni sul suo “Punti fermi sull’Africa”, già presentate su questo blog tre anni fa, ma divenute nuovamente di urgente attualità, a seguito dei respingimenti italiani ed europei dei fuggitivi nel mar Mediterraneo. Ogni giorno l’Africa è sistematicamente  violentata  da infinite guerre regionali,  da carestie e siccità in gran parte frutto di una cinica  globalizzazione che si esprime nella violenza perpetrata sull'ambiente da multinazionali di ogni colore politico le quali, complice la corruttela di tanti  governanti, si accaparrano  terre, sfruttano e spogliano intere nazioni delle loro  ricchezze naturali, generano una quotidiana sopraffazione che si tramuta in fuga disperata soprattutto per donne e bambini, che non hanno più nulla da perdere. Le nostre coscienze sono senza scampo interpellate. La storia, implacabile, non farà sconti alla nostra generazione.

domenica 1 luglio 2018

Ricordati che eri straniero. Qualunquismo e uomo qualunque.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini di Pia Valentinis (qui il sito).

“Mi gridano da Seir:  Sentinella quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?
La sentinella risponde: viene il mattino, e poi anche la notte; 
se volete domandare, domandate,  convertitevi, venite” (Isaia 21, 1-12). (1)

Pia Valentinis, 
Mano
Non confondiamo “qualunque” con “qualunquista”. Non mi vergogno affatto di essere una persona “qualunque”, persona “comune, come tanti altri, cittadino medio, uomo della strada” (2). Piuttosto non mi va di essere “qualunquista” (3), appellativo che almeno in prima istanza non implica un inappellabile giudizio negativo, ma denota e connota un diffusissimo modo di essere, dal quale comunque subito prendo le distanze. 
Essere una persona qualunque è una bella cosa: nella sua irripetibile identità ognuno di noi è cittadino uguale agli altri in fatto di diritti-doveri e in quanto possiede la parola ed appartiene alla comunità nazionale ed umana (4).  Come ogni persona qualunque non ho bisogno di distinguermi con  il “lei non sa chi sono io”: so benissimo chi sono, persona che non “conta”, che si sente a casa propria con tutti, in specie con gli ultimi i penultimi i terz’ultimi i quart’ultimi e i quint’ultimi… e con  coloro che sono con e per gli ultimi.
Pia Valentinis, 
Storie di paura
Eppure dal qualunquismo nessuno è immune, a cominciare dal sottoscritto. E’ un modello  che si sta prepotentemente imponendo sul mercato degli indici di gradimento: tentazione che  non risparmia nessun gruppo sociale e nessun colore politico. Le sue categorie? Il risentimento, la paura dell’altro, l’incapacità di amare, di ammirare, di meravigliarsi. I suoi valori? L'indice di gradimento sociale, la rivendicazione ad oltranza delle proprie spettanze esclusive contro ogni diversità ed i grandi dolori degli ultimi, che pretende siano rimossi dalla vista e rimangano invisibili.

venerdì 19 gennaio 2018

Lingua e integrazione culturale.

Post di Rosario Grillo
Immagini di calligrammi (poesie disegnate) del poeta francese Guillaume Apollinaire (1880-1918).


Apollinaire, Calligramma, 
Poema del 9 febbraio 1915
Prendo spunto dall’espressione “lingua madre”, per mettere in risalto la simbiosi tra linguaggio e persone. Anzi, procedendo più oltre, una simbiosi: linguaggio-popolo.
Quest’ultimo, del resto, è questione molto nota e ben argomentata. In modo particolare dalla cultura romantica che ha riconosciuto nella lingua: il carattere identitario, sempre vitale e dinamico, di un popolo.
Stabilito ciò, ho bisogno di “liberare” la persona, senza per ciò, disconoscere un legame con l’entità organica della nazione.
[Sfioro qui un grosso problema, che non posso approfondire: che cos’è una nazione].
L’uomo, essere comunicante, ha nel linguaggio la sua forza espressiva più forte. Non unica, visto che è accompagnata dalla gestualità.

sabato 14 ottobre 2017

Non chiudete quella porta.

🖋 Post di Rosario Grillo 
🎨 Immagine di un dipinto di Antonio Casali.

Antonio Casali, 
"Non chiudete quella porta", 
particolare
Sono parecchi anni ormai che la prima rete della tv pubblica ha nel suo palinsesto la trasmissione di Bruno Vespa: porta a porta.
L’Invadenza di Vespa ha provocato l’affiancamento di argomenti leggeri (diete, serate omaggio ad artisti, abbondante dose di cronaca giudiziaria su casi spinosi, dal delitto di Cogne all’omicidio di Sara per fare esempi) a normali dibattiti e/o approfondimenti di temi politici.
Non so se intenzionale o meno, ma il senso profondo, in maniera eclatante rispecchiato dalla denominazione della trasmissione, è stato l’accompagnamento verso la trasformazione della politica italiana.
Essa difatti si è via via andata spostando da arte di governo della cosa pubblica, dentro un orizzonte dialettico di cura dell’interesse generale, a strumento di soddisfazione di specifiche  rivendicazioni settoriali, attraverso una camera di compensazione dell’amministratore di turno ovvero il miglior offerente.

giovedì 3 agosto 2017

Migrazioni e lungimiranza.

Post di Gian Maria Zavattaro (a partire dal libro "Libertà di migrare", seconda parte. La prima parte qui).
Immagini delle opere di Stefano Bosis (qui il sito). Per una presentazione dell'artista cliccare qui.

Stefano Bosis, 
Schengen 2000/51 
(serie Migranti)
“Di migrazioni forzate da altri umani sono piene le fosse, arcaiche e moderne, della storia e della geografia. Grondano sangue, meritano quasi sempre esecrazione. Comunque ogni comunità antropica e ogni luogo antropizzato hanno conosciuto anche migrazioni più libere. Tutte fanno parte della nostra evoluzione, con effetti di meticciato universale. Più o meno liberi o forzati, miliardi di umani migreranno anche in futuro. Quale politica internazionale è necessaria per pianificare e gestire bene, come chiedono le Nazioni Unite, l'imponente fenomeno migratorio che abbiamo dinanzi? Affinché le migrazioni del futuro possano essere davvero ordinate, sicure, regolari e responsabili, servono un pensiero politico che studi e contrasti stereotipi o pregiudizi ed un'azione politica in grado di prendere decisioni oggi i cui effetti (probabili, non sicuri) potranno essere apprezzati dalle generazioni a venire. Proprio come per il riscaldamento climatico. Non è certo con la facile rincorsa al consenso di breve periodo né con le emozioni estemporanee che si potrà affrontare una realtà umana che sta evolvendo da due milioni di anni. La virtù necessaria in questa impresa è anche una delle più scarse al momento: la lungimiranza. Verso il passato e verso il futuro” (V. Calzolaio – T. Pievani, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi, To, 2016, p. 130).


💥 E' bene premettere che il migrare dei nostri progenitori fa parte del patrimonio genetico e culturale di ognuno di noi.


Stefano Bosis, 
Appena arrivati 
(serie Migranti)
Migrazione e libertà. Migrare indica una partenza; il suo contrario è restare. Il significato originario è nella radice latina mig: dare in cambio, scambiare, cambiare, cambiare luogo, spostarsi, riferita “sia allo scambio dei doni ospitali che trasformano lo straniero in ospite sia al cambio di luogo”. Il greco eleutheros ed il latino liber indicavano gli appartenenti a pieno titolo ad una comunità: era il Noi (“liberi” cioè non schiavi). diverso dagli Altri (stranieri forzati a migrare, catturati e poi resi schiavi) (1).

lunedì 24 luglio 2017

Libertà di muoversi e di migrare.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Immagini delle opere di Stefano Bosis (per una presentazione dell'artista cliccare qui)
♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦
Libertà di migrare
“Nel villaggio mondiale esiste oggi libertà giuridica di migrazione per tutti. Non tutti lo sanno, molti non sempre lo ricordano, quasi mai chi lo sa lo dice. La dichiarazione universale dei diritti umani del dicembre 1948 contempla il diritto alla libertà di movimento e di migrazione. Il primo comma dell'art.13 dichiara che “ogni individuo” ha il diritto di muoversi e risiedere “entro i confini di ogni Stato” (una libertà individuale e collettiva di migrazione interna al singolo Stato nazionale). All'art. 29 si aggiunge che eventuali limitazioni devono essere stabilite dalla legge per rispettare eventuali diritti e libertà di altri. Il secondo comma dell'art. 13 dichiara che “ogni individuo” può liberamente lasciare il proprio paese e ritornarvi, lasciare “qualsiasi paese” e ritornare nel “proprio” (una libertà individuale e collettiva di migrazione esterna e generale, come andata, come ritorno, come andata senza ritorno, come andata con ritorno). Libertà di partire, diritto di restare. Diritti umani in patria, libertà di migrare altrove. Una migrazione forzata è di norma arbitraria e vietata, transitoriamente ammissibile solo in casi eccezionali, in sostanza quando non c'è alternativa alla necessità immediata di spostare qualcuno. L'articolo successivo contempla il diritto di asilo”. (Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così” di V. Calzolaio e T. Pievani, Einaudi, To, 2016, p. 96-97).
♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦
Una coppia di amici biellesi due mesi fa ci ha fatto dono di un libro. L'ho letto e mi pare ora naturale presentarlo sul nostro blog, in una soggettiva selezione di riflessioni, in segno di gratitudine a chi lo ha scritto ed a chi ce l'ha donato. Si tratta di “Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così” di V. Calzolaio e T. Pievani (Einaudi, To, 2016).
🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹
Stefano Bosis, 
Il primo migrante
La tesi. 
Siamo migranti da sempre pur con modalità diverse, dapprima con spostamenti forzati, poi sempre più per scelte più o meno pianificate. Non ha alcun senso interpretare i flussi migratori contemporanei come se fossero evento eccezionale, emergenza del momento. L'evoluzione insegna il contrario: il fenomeno migratorio umano è strutturale e costitutivo della nostra identità di specie. Migrare è sempre stato fattore evolutivo cruciale, fondamentale strategia di adattamento praticata soprattutto negli ultimi 2 milioni di anni con l'espansione dell'homo sapiens dall'Africa in tutti i continenti. “Gli esseri umani sono evoluti anche grazie alle migrazioni: questa è una delle ragioni per cui occorre garantire la libertà di migrare, soprattutto nel momento in cui i cambiamenti climatici, oltre che le emergenze politiche sociali ed economiche, provocano flussi forzati. Il che significa pure, ovviamente, che va tutelato il diritto di restare nel proprio paese” (1). Come ieri, anche oggi vige il permanente intreccio tra migrazioni e contesto ambientale, climatico, politico, economico. Soprattutto l'impronta antropica globale è oggi allarmante. “Nel 2030 la certezza di essere rifugiati climatici o la probabilità di diventare tali riguarderà almeno 250 milioni di donne ed uomini, nello scenario migliore. Ciò conferma come sia indilazionabile riconoscere lo status di climate refugees, con politiche appropriate di prevenzione e assistenza, mitigazione e adattamento” (2).

domenica 23 luglio 2017

Stefano Bosis, Dipingere i migranti.

Post di Rossana Rolando
Immagini di Stefano Bosis (qui il sito).

 Stefano Bosis, 
Viaggio a Lampedusa
Due prossimi post saranno dedicati al tema della migrazione, a partire dal libro Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, di V. Calzolaio e T. Pievani, ed. Einaudi.


Stefano Bosis, 
Il portatore di sogni
Inseriremo in essi le immagini dei dipinti di Stefano Bosis, artista italiano che ha dedicato anni di elaborazione al tema dei migranti ed ha esposto i suoi lavori in Germania, a Berlino (qui il link della pagina facebook GalerieJuliaDorsh), con ampi riconoscimenti. A lui dedichiamo – con il solo riferimento al tema del migrare - una breve presentazione.

lunedì 17 luglio 2017

Il filo racconta il mare nostro.

Post di Rosario Grillo
Immagini delle opere del pittore francese Gustave Courbet (1819-1877). 

Nei miei ricordi degli anni di insegnamento è  presente l’'interesse per il Mediterraneo mostrato da esponenti della scuola di Lundt (Svezia ) con la quale esisteva uno scambio culturale.
Nelle contrade del Nord Europa era facile fino a poco tempo fa ritrovare tale interesse, unito alla cognizione dell'importanza che questo mare ha rivestito nella storia.

Gustave Courbet, Il mare a Palavas
Trovo subito conferma nella lunga tradizione dei viaggi in Italia che si concludevano dopo l'attraversamento dell'intera penisola, giunti in Sicilia, isola circondata da e costituita di Mediterraneo.
Al Mediterraneo, doverosamente ho già prestato attenzione, facendo perno sul contributo che Fernand Braudel ha voluto dare allo studio della civiltà mediterranea. Braudel, eminente storico della scuola delle Annales, ha confezionato su misura la caratura storica di questo mare: espressione dell'incrocio dei dati materiali, di quelli culturali, di quelli iconografici.
Prodotto simbolo della "lunga durata".
Allora mi domando: nella temperie della crisi, del disorientamento attuale, conserva una sua funzione il Mediterraneo? Irradia cultura, raccoglie e trasforma popoli e civiltà, è “fucina di simbiosi”?

Gustave Courbet, Baia con scogliera
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domenica 23 aprile 2017

Lo straniero.

Post di Rosario Grillo.
Tutte le immagini (ad eccezione della prima) riproducono fotografie artistiche di Dorothea Lange (1895-1965), documentarista statunitense dalla grande sensibilità sociale, attestata dai suoi intensi scatti, di cui il primo in particolare - “Madre migrante” - è divenuto emblema del fenomeno migratorio oltre che prototipo iconico nella storia della fotografia.

Umberto Curi, 
Straniero, 2010
Umberto Curi è membro di una felice compagnia di filosofi italiani (con Massimo Cacciari e Remo Bodei), che hanno contribuito a tenere sveglio il panorama culturale italiano, arricchendolo di lavori indigeni ed internazionali.
Specifiche, nel cuore della nascita del pensiero occidentale, le sue credenziali. Dinamico il suo bagaglio culturale, che si è allargato a  filosofi moderni e contemporanei.
Personalità estroversa la sua, e soprattutto propensa al lavoro di equipe (anche quando l'opera porta in cima la sua unica firma).
Presente nel dibattito culturale: a tal punto che in quest'opera di cui vi parlo (Straniero, Raffaello Cortina editore) ha il coraggio di prendere posizione contro il pensare comune, ostile al fenomeno degli immigrati.

venerdì 29 luglio 2016

Lo sguardo limpido e lucido: insegnare è imparare.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Iconografia di Rossana Rolando

Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)


“Eppure lo sapevamo anche noi l’odore delle stive
l’amaro del partire
lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
 e un’altra da imparare in fretta…
lo sapevamo anche noi…
e l’onta di un rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto…”
(Gianmaria Testa, Ritals)


Tre volte la settimana  da mesi incontro alcuni amici rifugiati, ospiti della Caritas, cui cerco di insegnare (verbo forse pretenzioso) un po’ di italiano, con molto realismo da entrambe le parti.
Tre volte la settimana ritrovo e riscopro il gusto dello sguardo limpido e lucido.
Nel primo incontro ci siamo soppesati con gli occhi. E’ così che abbiamo esaurito la prima comunicazione, scoprendo che era possibile accoglierci ed accettarci reciprocamente.  Poi, solo dopo, sono intervenuti a conferma i gesti e qualche stentata parola. 
Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)
Ed ogni volta prima di tutto con lo sguardo giudichiamo i nostri progressi, esprimiamo le nostre perplessità, ci incoraggiamo, sorridiamo, ridiamo dei nostri reciproci sbagli, ci ospitiamo e procediamo avanti. Dopo vengono i gesti, le parole, di volta in volta un po’ meno approssimate, e soprattutto l’ascolto, faticoso e problematico, ma  essenziale, fondamentale.
Lo sguardo limpido: quello che, senza nulla nascondere, si apre all’altro,  lo  prende su di sé,  letteralmente com-muove,  ossia con lui si muove  per creare  com-unità  nelle  (e delle) differenze.
Lo sguardo lucido: quello  del rispetto, del garbo empatico  che consente di vedere di più e meglio, perché è proprio la mancanza di rispetto che non fa vedere ed oscura gran parte di ciò che si offre a noi.

martedì 26 luglio 2016

Emigrazione e regolazione politica.

Post di Rosario Grillo (seconda parte)
Iconografia di Rossana Rolando

Hans Baluschek 
(1870-1935), 
I lavoratori
L’osservazione storica ci conduce, soprattutto, ad estrapolare un concetto socio-politico di stampo universale: l’emigrazione porta con sé una forza, che ne impedisce l’arresto. Semmai, si può regolarla e razionalizzarla, tanto più nel mondo attuale, dove, aldilà dell’emigrazione tra nazioni progredite, caratterizzata dalle opportunità della Globalizzazione, è fenomeno legato alla pressione dei popoli in fuga dalla fame e dalla guerra, visto che l’organizzazione mondiale non ha rimosso questi mali, anzi li ha aggravati.
Hans Baluschek
(1870-1935), 
Gli emigranti, 
particolare
E’ sotto gli occhi di tutti lo spirito con cui tali popoli cercano un futuro migliore, mettendo a rischio le loro vite.
Si potrebbe, per comprendere meglio, applicare l’argomento “della scommessa”, che usò Pascal sul piano della teologia (prova per dimostrare l’esistenza di Dio): la loro è una scommessa sulla vita (partire) anziché sulla morte (restare).
Buffi risultano le mezze misure – e si potrebbe parlare di ipocrisie, condite di malcelata xenofobia – messi in opera da stati nazionali e pseudo-comunità sovra-nazionali (Europa) per respingerli.

lunedì 25 luglio 2016

L’uomo migrante ieri e oggi.

Post di Rosario Grillo (prima parte) 
Iconografia di Rossana Rolando.
Hans Baluschek 
(1870-1935), 
Stazione ferroviaria
Al monito historia magistra vitae si risponde sempre più chiudendosi nel cogente presente (il presente ci limita e ci costringe!).
Per questo ci si dimentica del fenomeno più comune, addirittura “primario” della storia dell’uomo: la migrazione.
Siamo figli dell’uomo migrante. L’uomo, prima che stanziale, è nomade.
Le migrazioni dall’Africa, gli spostamenti degli uomini di Neanderthal, i passaggi negli altri continenti, in intreccio con le fasi climatiche della glaciazione e del disgelo, non solo testimoniano un indivisibile rapporto uomo-natura, ma disegnano le piste della distribuzione dell’uomo sulla Terra (diffusionismo). Da qui può discendere la necessaria “demitizzazione” del fenomeno migratorio. Una demitizzazione che mette da parte la crosta “tenebrosa”, paurosa con cui lo si è ricoperto e considerato, che ne fa una “novella peste” del Duemila.
Hans Baluschek
(1870-1935), 
Gli emigranti
Secondo quest’ultima prospettiva, si tratterebbe di un’epidemia – si pensi all’Ebola – che rischierebbe d’infettare il puro e salubre Occidente: sul piano sociale, di una sostanza infettante che minaccerebbe il nostro “benessere” (Welfare), sul piano culturale, di etnie impure e/o inclinazioni religiose spurie che deturperebbero l’integrità della nostra civiltà (integralismo).
Ecco il risvolto “negativo” dell’approccio. Ma, al contempo, si è dimostrato concretamente percorribile l’altro risvolto (aspetto attivo), che dichiara la fattibilità, addirittura la convenienza di una risposta favorevole alle migrazioni.

sabato 11 giugno 2016

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare.


Gianmaria Testa, 
Da questa parte del mare
Da questa parte del mare di Gianmaria Testa è uscito per Einaudi nell’aprile 2016, poco dopo la morte del cantautore, avvenuta il 30 marzo. E’ un libro molto particolare, attraversato da tre correnti calde: la prima è quella autobiografica che si sviluppa secondo una sorta di flusso della coscienza, senza una successione cronologica univoca, come semplice riaffiorare dei ricordi apparentemente privi di un ordine. La seconda corrente calda è quella tematica dell’emigrazione, che ha impegnato il cantautore piemontese in un progetto preparatorio all’album Da questa parte del mare dell'ottobre 2006 (divenuto anche il titolo del libro). C’è infine la terza corrente calda, quella dei volti – il violinista, il venditore di tappeti, l’italocanadese, il questuante, Tino, lo scrittore… - che emergono dall’anonimato della storia, perché chiamati ad essere e a vivere nella memoria.

«Forse qualcuno domani dimenticherà
alla porta di casa il suo nome dimenticherà
perduto alla notte e perduto anche al giorno che arriva
perduto alla notte e al giorno che passa e consuma
perché un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama»
(p. 21)