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venerdì 29 luglio 2016

Lo sguardo limpido e lucido: insegnare è imparare.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Iconografia di Rossana Rolando

Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)


Eppure lo sapevamo anche noi l’odore delle stive
l’amaro del partire
lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
 e un’altra da imparare in fretta…
lo sapevamo anche noi…
e l’onta di un rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto…
(Gianmaria Testa, Ritals)


Tre volte la settimana  da mesi incontro alcuni amici rifugiati, ospiti della Caritas, cui cerco di insegnare (verbo forse pretenzioso) un po’ di italiano, con molto realismo da entrambe le parti.
Tre volte la settimana ritrovo e riscopro il gusto dello sguardo limpido e lucido.
Nel primo incontro ci siamo soppesati con gli occhi. E’ così che abbiamo esaurito la prima comunicazione, scoprendo che era possibile accoglierci ed accettarci reciprocamente.  Poi, solo dopo, sono intervenuti a conferma i gesti e qualche stentata parola. 
Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)
Ed ogni volta prima di tutto con lo sguardo giudichiamo i nostri progressi, esprimiamo le nostre perplessità, ci incoraggiamo, sorridiamo, ridiamo dei nostri reciproci sbagli, ci ospitiamo e procediamo avanti. Dopo vengono i gesti, le parole, di volta in volta un po’ meno approssimate, e soprattutto l’ascolto, faticoso e problematico, ma  essenziale, fondamentale.
Lo sguardo limpido: quello che, senza nulla nascondere, si apre all’altro,  lo  prende su di sé,  letteralmente com-muove,  ossia con lui si muove  per creare  com-unità  nelle  (e delle) differenze.
Lo sguardo lucido: quello  del rispetto, del garbo empatico  che consente di vedere di più e meglio, perché è proprio la mancanza di rispetto che non fa vedere ed oscura gran parte di ciò che si offre a noi.
Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)
Lo sguardo lucido e limpido: “singolare”, mai neutrale, specchio della totalità del proprio essere, premessa ospitale e dialogica, segno  centrale del nostro stare al mondo e del nostro guardare dentro noi stessi (lat. introspicere).  Sguardo non facile in questi tempi  del “guardare muto”, mortificazione delle relazioni interpersonali.
Così alla mia non tenera età, quando esco dalle mie presunte lezioni e me ne vado per la strada, continuo ad imparare che,  girato l’angolo,  non posso più  far finta di niente, non posso evitare gli occhi del poveraccio che mi importuna per l’elemosina, del passante che mi è indifferente o addirittura ostile, dei mille volti apparentemente anonimi che nella realtà fisica e virtuale segnano ogni giornata con le loro lacrime ed il loro sangue.
Arianna Papini, 
Riconoscersi 
(particolare)
Ricomprendo quanto sia difficile liberarsi  dalla collettiva fobia della luce di coloro che vedono solo ciò che non disturba o solo quello che altri si industriano a farci vedere. E provo timore dell'espandersi  di sguardi muti, distratti da mille cose, chiusi nella caverna, ignari del libero orizzonte.
Al bivio di ogni giorno ci tocca decidere quale strada praticare: quella tranquillante del “non abbiamo visto, perciò non esiste“ (non vidimus ergo non est) oppure l’altra via inquieta: “abbiamo visto, vediamo, continueremo a vedere e perciò non possiamo più far finta  di niente”! 

Arianna Papini, 
Riconoscersi (2010).

Arianna Papini ha un ricchissimo bagaglio di studi e di esperienze in campo artistico, editoriale, didattico (come si può leggere qui e si può vedere nel sito).
L’opera che abbiamo scelto per questo post (acrilico su compensato, 61×61) ha il sapore di una raffigurazione sacra, di una rivisitazione aggiornata delle antiche icone dell’ospitalità. Lo dice il fondo dorato, segno della luce eterna che avvolge e illumina il gesto del reciproco guardarsi e riconoscersi; lo  indicano i due volti - posti al di sopra e al di là di specifiche coordinate spazio temporali, di cultura e addirittura di genere (uomo? donna?) - divenuti espressioni universali e pure di un’umanità in grado di vedere nuovamente - ri-conoscere - il proprio simile nel diverso da sé; lo conferma infine la ricca simbologia che accompagna le due figure: l’ulivo portato dalla colomba e il ramoscello offerto dal tucano preannunciano nuove terre e nuovi cieli abitati da donne e uomini finalmente riconciliati tra loro.



13 commenti:

  1. Annamaria Pagliusano29 luglio 2016 09:42

    Mi torna alla mente il profondo insegnamento di Levinas!

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  2. Grazie per questo richiamo che sicuramente aleggia nel post, facendo parte delle nostre letture e del nostro orizzonte culturale.

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  3. Mi sono commossa, leggendo il resoconto di quest'esperienza di vita. Grazie.

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  4. Paola Graffigna29 luglio 2016 14:44

    Grazie per la condivisione delle Sue riflessioni, profonde e vere. Tempi duri e difficili i nostri, in cui accanto alla invasione delle immagini favorita dai media e ' diffusa la incapacita' e il rifiuto di vedere cio' che disturba e fa pensare.

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    1. Il rifiuto di vedere comporta il rifiuto di pensare, come Lei pone giustamente in evidenza. Pensare comporta irrimediabilmente volere essere liberi, andare oltre l’apparire, essere scomodi ed inquieti, soprattutto ascoltare, rispondere delle proprie azioni, vivere il cammino del proprio tempo nella sua scansione di passato-presente-futuro. Come Lei ci rammenta, una faticosa conquista per tutti e per i giovani in particolare, ma una straordinaria avventura dell’essere.

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  5. Rosario Grillo29 luglio 2016 15:05

    Lo sguardo, già per gli antichi Greci, aveva il primato tra i sensi. Questo spiega la radice di certi concetti teoretici (per portare un esempio: idea da idiomai,vedere). Una lunga tradizione culturale ha quindi confermato tale valenza dello sguardo. Più interessante ancora, rilevare tali,predominanza e significanza, nei detti popolari.
    In parole brevi: lo sguardo è la rivelazione de l'anima.

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    Risposte
    1. Mounier (Trattato del carattere) riteneva che lo sguardo fosse per ognuno di noi il più sicuro rivelatore di noi stessi e proprio per questo lo sguardo altrui il migliore specchio che può agire lentamente oppure in un istante rivelarci a noi stessi. Le priorità assegnate dalla mia mediocrità, i miei luoghi comuni, pregiudizi e scontati convincimenti, i miei dolori che pretendevo esclusivi ecco, visti con lo sguardo libero dell’altro, mi appaiono per ciò che sono: relativi, inessenziali, a volte “grotteschi”. L’inaudito mi rivela nelle giuste proporzioni: forse la via per “l’inizio della saggezza”.

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  6. "... letteralmente com-muove, ossia con lui si muove per creare com-unità nelle (e delle) differenze" .....
    Rifletto sul vero significato del verbo e mi chiedo quanto di mio "si muove" e quanto, e se, dell'altro, con me.
    Grazie GianMaria per la tua "provocazione".
    Sempre cari saluti a te e Rossana.

    RispondiElimina
  7. "... letteralmente com-muove, ossia con lui si muove per creare com-unità nelle (e delle) differenze" .....
    Rifletto sul vero significato del verbo e mi chiedo quanto di mio "si muove" e quanto, e se, dell'altro, con me.
    Grazie GianMaria per la tua "provocazione".
    Sempre cari saluti a te e Rossana.

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  8. Rossana Rolando29 luglio 2016 19:11

    @ nele nele. Cara nele nele, sempre graditi i tuoi commenti, le tue acute notazioni che dal particolare – in questo caso “com-muovere” - risalgono al senso profondo del post. Le parole possono scorrere vuote senza lasciare traccia in noi oppure possono “creare” mondi di significato, aprire “spazi nuovi”, generare possibilità capaci di liberare il futuro. Un caro saluto a te.

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  9. Maria Barbara Stochino31 luglio 2016 09:10


    Un tentativo brillante di conciliare ciò che eravamo con ciò che stiamo diventando, in un mondo che cambierà comunque, anche senza il nostro consenso, di cui non se ne fa nulla nessuno.
    Grazie per avermi offerto un nuovo sentiero, ci sono cose da imparare e non abbiamo l'aiuto di un manuale di istruzioni.

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    1. Grazie. Ogni giorno ci tocca imparare senza "l'aiuto di un manuale di istruzioni". Può essere anche una fortuna, se nasce dalla nostra capacità di vedere ed ascoltare.

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