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mercoledì 15 febbraio 2017

Gratitudine e riconoscenza.

Una riflessione sul significato della gratitudine intesa come cammino volto al reciproco riconoscimento.
🖊 Post di Gian Maria Zavattaro.
🔨 Tutte le immagini riproducono sculture di Michele Carafa, artista italiano specializzato in arte liturgica (qui il sito). Le opere che abbiamo scelto (con il gentile consenso dell'autore) hanno un valore universalmente umano e raccolgono ciascuna, in una sintesi potente di materia e spirito (idea, concetto, ispirazione), un sentimento o una condizione del nostro stare al mondo. 
Per ogni immagine abbiamo inserito, prima del titolo originale, un breve collegamento ai contenuti del post.

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(I gradi della gratitudine)
 Michele Carafa, Rifugio,
ceramica, cm 40×60, 2015
“La gratitudine ha diversi gradi secondo l’ordine degli elementi da lei richiesti. Il primo di essi è che il beneficiato riconosca  il beneficio ricevuto; il secondo è che ringrazi a parole; il terzo  è che ricompensi a tempo secondo le proprie capacità” (T. d’Aquino, Summa theologiae, II-II, nuova ed. ital. online, a cura di P. Tito, S. Centi, P. Angelo, Z. Belloni, 2009, p. 3932: ww.documentacatholicaomnia).
“Solo gli uomini liberi sono veramente grati gli uni verso gli altri” (B. Spinoza, Ethica, Sansoni, Firenze, 1963, p.541). 

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La gratitudine  pare oggi assente, grande misconosciuta in una società dove la “fuga dalla libertà” - come direbbe Fromm sulla scia di Spinoza - rende impossibile essere grati.
Leggo sul Vocabolario Treccani online che la gratitudine è “sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (è sinonimo di riconoscenza, ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale)”.   
(Gratitudine e tempo)
Michele Carafa, Meridiana,
ceramica, 50×60× 20, 2015
La gratitudine-riconoscenza comporterebbe tre dimensioni: nel passato, prossimo o remoto, qualcuno mi ha fatto del bene; nel presente riconosco il dono o beneficio ricevuto senza merito; nel futuro, prossimo  o remoto, desidero ricambiare in qualche modo il bene ricevuto (gratias agere, fare grazie, rendere grazie, ringraziare, anche nella forma della lode).                 
Nel 1963 Martin Buber indirizzava poche righe di ringraziamento, riportate da E. Lévinas, a coloro che  gli avevano inviato gli auguri per il suo 85mo compleanno (1). Da quelle righe  di cortesia muovono le mie riflessioni.
“E’ giunta per me l’ora della poco usuale gratitudine. Ho molto da ringraziare. Questa è stata per me l’occasione per meditare una volta di più sulla parola ringraziare. Il suo senso ordinario viene generalmente compreso, ma non si presta facilmente a una descrizione che lo definisca senza equivoco. Si vede subito che essa è una di quelle parole il cui senso originario è multiplo. 
(Chi ringrazia dà la propria adesione a qualcuno)
Michele Carafa, Abbraccio,
ceramica, cm 30×20× 35, 2015
Inoltre essa suscita diverse associazioni in lingue diverse. In tedesco ed in inglese, il verbo ringraziare danken e thank è in rapporto con denken e think, nel senso di avere nel pensiero, ricordarsi di qualcuno; colui che dice: ti ringrazio - ich danke dir -  promette al suo interlocutore di conservarlo nella sua memoria, nel suo ricordo e, più precisamente, in un buon ricordo, amichevole e gioioso. […] Il discorso è diverso per la lingua ebraica. La forma verbale hodoth significa innanzitutto  dare la propria adesione a qualcuno  e in secondo luogo ringraziare. Colui che ringrazia dà la propria adesione a colui che egli ringrazia. Egli sarà ora, sarà ormai il suo alleato. Questo include, senz’altro, l’idea del ricordo, ma implica di più. Il fatto non si produce soltanto all’interno dell’anima, ma procede da essa verso il mondo per divenirvi atto ed evento. Ora, dare la propria adesione a qualcuno in questo modo significa confermarlo nella sua esistenza” (2).
(Gratitudine e uscita dalla solitudine), 
Michele Carafa, Sola, 
ceramica, cm 10×23×25
P. Ricoeur da par suo aggiunge altre pennellate di riflessioni nell’ultimo libro che ci ha donato: Parcours de la reconnaissance (3). Mi guardo bene dall’inoltrarmi  in un’analisi del suo pensiero: non fa parte delle mie competenze. Semplicemente mi limito a porre in evidenza che reconnaissance (vale anche per l’italiano riconoscimento, che tuttavia non rende la pregnanza del termine francese) contiene insieme sia l’atto del riconoscere (forma attiva) sia l’essere riconosciuto (forma passiva). La gratitudine-riconoscenza diventa così un percorso che conduce ad aderire all’altro nella “mutualità” di un'alleanza: riconoscimento reciproco tra io-tu, “il sé e l’altro”, che si realizza anche per Ricoeur secondo tre livelli (4).
Dunque la gratitudine – ci dice Buber - è adesione a colui che si ringrazia, tanto da confermarlo nella sua esistenza, aprendosi al mondo e divenendo “atto ed evento”; non si improvvisa – ci dicono Tommaso d’Aquino e Ricoeur - , non è innata, ma frutto di un voluto cammino, di una decisione che si esercita nell’impegno della durata a più livelli.
Nel prossimo post alcune personali riflessioni…

(Gratitudine è riconoscimento reciproco) 
Michele Carafa, In porto, ceramica, cm 100×50, 2015

📕Note.
(1)   E. Lévinas, Martin Buber, in  “Dialogo con Martin Buber”, Castelvecchi, Roma, 2014, pp.41- 47.
(2)  idem, pp.45-47.
(3)  Parcours de la reconnaissance. Trois études, Parigi, éd. Stock, 2004. Trad. italiana:  Percorsi del riconoscimento: tre saggi, Milano, Raffaello Cortina, 2005. La traduzione italiana del titolo è, a parere di alcuni, discutibile in quanto  Ricoeur penserebbe “parcours” al singolare (v. in particolare l’ultimo capitolo) e non al  plurale, pur ammettendo  la possibilità di diversi percorsi. Dunque parcours come percorso, itinerario verso un traguardo finale.
(4)  Secondo un percorso di tre livelli (dati dai tre titoli dei saggi del volume): 
- “riconoscimento come identificazione”: riconoscere significa identificare, accorgersi dell'altrui esistenza, comprendere la sua identità;
- “riconoscere se stesso”: significa riconosocere l’alterità dell'’oggetto rispetto a me soggetto cosciente della mia responsabilità, della mia capacità di agire, del mio rapporto con la memoria del passato e della  promessa come impegno verso il futuro; 
- “riconoscimento mutuo”: non frutto di rivendicazione reciproca, ma espressione di àgape che non si aspetta nulla in cambio e si apre all’etica della gratitudine e del rendere grazie.

11 commenti:

  1. Patrizia Valdiserra15 febbraio 2017 08:00

    Grazie, professor Zavattaro. Una bellissima lectio, a cominciare bene, con animo grato, una nuova giornata.
    Grazie sempre, a lei e a sua moglie. Grazie.

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  2. Gent. le Dottoressa Patrizia, a lei grati noi, mia moglie ed io, per essere tutti insieme donne ed uomini ”veramente grati gli uni verso gli altri”. Buona giornata.

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    1. Patrizia Valdiserra15 febbraio 2017 21:33

      L'uno all'altro riconoscente, l'altro confermando nella sua esistenza. Riconoscenza, già... è un orizzonte nuovo di senso questo che si schiude, attraverso il vostro post. Era tutto lí, contessuto alla parola, talmente prossimo e palese da sfuggirmi, a confermare come nulla sia ove la parola manchi... a farmi più ricca, certamente più grata... Buona serata a voi!

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  3. Dotto ed umano, nello stesso tempo. Con le sue considerazioni Gian Maria ci guida nei sentieri della glottologia ad assaporare il frutto del " processo di formazione " del linguaggio, che fa tutt'uno con la forma etica del comportamento. Ecco che la parola grazie ( gratis ) assume la ricchezza del dono-riconoscimento. GRAZIE

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    1. E giustamente tu indichi il sentiero della gratuità che la riconoscenza-gratitudine percorre, rendendo manifesta la verità segreta del dono ed i possibili orizzonti di un mondo possibile.

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  4. È sempre un piacere leggere le su riflessioni dotte e lucide. I miei complimenti.

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    1. La ringrazio di cuore per le sue generose parole. Un caro saluto.

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  5. Grazie, GianMaria... Come spesso accade "leggendovi", subito mi tornano in mente "occasioni" della mia vita... Questa volta il mio pensiero è andato ad una mia zia, suora di carità, a cui ero e rimango legata, seppur in "cieli diversi".... seraficamente soleva ripetermi..." ricordati che la gratitudine è figlia del Cielo"....
    Un caro saluto a te, un abbraccio forte per Rossana.

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  6. Grazie, GianMaria... Come spesso accade "leggendovi", subito mi tornano in mente "occasioni" della mia vita... Questa volta il mio pensiero è andato ad una mia zia, suora di carità, a cui ero e rimango legata, seppur in "cieli diversi".... seraficamente soleva ripetermi..." ricordati che la gratitudine è figlia del Cielo"....
    Un caro saluto a te, un abbraccio forte per Rossana.

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    1. Sono convinto anch’io che la gratitudine sia celestiale, appartenga cioè al Regno dei Cieli. Basta saperla riconoscere nei mille gesti quotidiani (penso ai miei genitori, agli affetti che mi circondano, agli amici, agli sguardi di chi incontro per strada o al dialogo virtuale in rete che in questo istante noi intratteniamo…), negli eventi più svariati compresi quelli dolorosi, nelle “occasioni” della vita…. Un cammino almeno per me difficile, ma salutare. Buona serata. Rossana ricambia teneramente il tuo abbraccio forte.

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  7. Le riflessioni del vostro blog sono balsamo per la vita spirituale. Grazie. Buon fine settimana.

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