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Visualizzazione post con etichetta Jacques Derrida. Mostra tutti i post
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martedì 27 maggio 2025

Marrani

Post di Rosario Grillo
 
Rembrandt, Ebrei nella Sinagoga, 1648
“Marrano diventa la matrice dell’ebreo moderno nelle sue molteplici figure. La questione non è piú «che cosa devo fare?», l’interrogativo che nei secoli ha accompagnato l’ebreo, richiamato quotidianamente all’eteronomia dei precetti. Piuttosto, osservandosi nello sguardo scrutatore dell’altro, il marrano si chiede «chi sono io?» La coscienza lacerata dell’ebreo moderno, quel suo angoscioso oscillare tra inserimento e marginalità, deriva dalla scissione marrana.” (v. Marrani: L'altro dell'altro (Vele), di Donatella Di Cesare. Link)

Marrani. Il gruppo di ebrei, così classificato, viene comunemente ricondotto ai traditori dell’identità ebraica. Eppure c’è un modo (una ragione, una via) per cui questo senso comune non regge. Ce lo indica Donatella Di Cesare in un agile saggio con appropriato titolo: Marrani.
Punto di incidenza: la compresenza di un dentro e di un fuori.
Dentro: la segretezza dell’appartenenza alla radice ebraica; fuori: la manifestazione della libertà (di pensiero, di fede)… In definitiva la via della laicità.
Cominciando dall’origine, i Marrani rientrano in quella categoria di ebrei che, per reazione all’espulsione dai paesi occidentali (Spagna, Portogallo, Gran Bretagna…) accettano la conversione forzata (conversos) oppure usano la dissimulazione. Nella seconda modalità assumono quella veste sociale nella quale maggiormente sono codificati (in gran parte ingiustamente).
“Vilmarrano!” uscì di bocca a Francesco Ferrucci (assedio di Firenze) a redarguire il capitano di ventura che lo stava trafiggendo: era un segno della nomea pubblica di disprezzo dei marrani.

lunedì 15 luglio 2024

Ai miei studenti. Che cos'è la gratitudine?

Post di Rossana Rolando.
Immagini e dipinti di Stefano Nava (qui il sito)
 
 “Ai miei studenti.
 E anche a tutti quelli che imparano
 o già esercitano il mestiere di Socrate”
(Dedica che faccio mia, da Roberta De Monticelli).

Stefano Nava, Legami
Come ormai non mi capitava da alcuni anni, al termine del percorso liceale classico, alcune alunne particolarmente sensibili e coinvolte nelle discipline filosofico storiche mi hanno espresso la loro gratitudine attraverso lettere, messaggi, gesti di vario tipo. La commozione che ha accompagnato questi momenti è stata per me molto intensa. Che l’impegno, la passione, il desiderio di  una comunicazione profonda - sulla vita, su ciò che davvero vale, sulla bellezza della conoscenza, sul dono reciproco dell’insegnare e dell’imparare - siano colti da giovani menti, tra i mille frastuoni del tempo in cui viviamo, è cosa niente affatto scontata, degna di meraviglia.
 
Che cos’è la gratitudine? In concomitanza con questi eventi, ho terminato la lettura dell’importante e appassionato libro di Roberta De Monticelli, Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl.¹ L’introduzione alla comprensione autentica del grande filosofo di area tedesca, di origine ebraica, vissuto nel periodo terribile del nazismo, si traduce anche nell’invito a renderlo vivo, cercando di fare filosofia secondo il suo metodo, detto fenomenologico.

domenica 7 maggio 2023

Salvo il nome.

 Post di Rosario Grillo.
 
Derrida, Salvo il nome
“La difficoltà del ‘senza’ si propaga in ciò che si chiama ancora la politica, la morale o il diritto, i quali sono tanto minacciati che promessi attraverso l’apofasi” (Derrida).
 
💥 Testimonio.
Una parola che, salvata dalla massificazione, attira la nostra attenzione, a partire soprattutto dal suo codice giuridico. Anche al diritto ne viene - bisogna riconoscerlo - un rispetto, oggi molto compromesso, integrandolo in quella ontologia con cui gli antichi romani lo avevano inteso.
Allora al testimone bisogna associare - vincolo consustanziale - il “moto d’essere”, comprensivo di essenza e di azione, che dice la verità, in qualche modo la comunica; e, nell’atto di comunicare, la sancisce: la fa essere (i latini direbbero: ad-firmat). (1) (2)
Mi sono imbattuto in un testo di una trilogia dedicata da Derrida ad una sorta di Saggio sul nome: Salvo il nome. Nell’opera Derrida prende ad oggetto la “apofasi” riconducendola alle movenze della teologia negativa, cioè dell’assenza di Dio o del dire Dio in via negativa. In questa forma l’apofasi è “una dichiarazione senza (3)” e potremmo subito concludere: senza soggetto e senza oggetto.
Rarefazione; in cui si confrontano (e si confondono) l’ “io sono” di Dio (che in altro modo diciamo: rivelazione) e il complementare “dire di Dio, su Dio” (teologia).
Derrida ci (si) spinge in un luogo-non luogo (magari sarebbe utile servirsi della metafora cusaniana del centro/circonferenza) mentre cuce la tela imbastita con versetti tolti dalla mistica (Meister Eickhart, maestro di Angelus Silesius)  rivisitanti le Confessioni agostiniane.
Spazio del vuoto, deserto in qualità di indeterminato, estrema “impossibilità del più che impossibile”, codice della decostruzione (4), cominciamento del linguaggio sotto forma di pre-condizione che si contiene necessariamente in se stesso per salvarsi da ogni esaurimento/distorsione, il formale, per antonomasia. (5)

venerdì 19 giugno 2020

Dedicato ai pensionati vecchi e nuovi.

Post di Rossana Rolando
Illustrazioni di Alessandro Gottardo (Shout).

Alessandro Gottardo (Shout), 
Valigia
Provare a scrivere qualche riflessione sul pensionamento di persone che per lunghi anni hanno accompagnato le mie giornate lavorative, come compagni e compagne di strada, a cui mi sono nel tempo affezionata, non è semplice.
Soprattutto se tende ad uscire dal politically correct, che considera la pensione come la terra promessa da tutti agognata.
Certo vedo i miei colleghi, futuri pensionati, felici per questa tappa raggiunta, vissuta con un misto di celata malinconia - per chi ha più amato il proprio lavoro - e di manifesta soddisfazione, direi anzi liberazione.
Perché allora mi assale questo senso - sottile, pervasivo - di tristezza?
Forse proietto su di loro sentimenti che sono solo miei. Rileggo la pagina di Simone de Beauvoir, tratta dal romanzo L’età della discrezione. Parla proprio di un’insegnante:

giovedì 19 dicembre 2019

Il desiderio di scrivere.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle illustrazioni di Beppe Giacobbe, con gentile autorizzazione (tratte dalla pagina facebook).

Beppe Giacobbe, 
copertina del libro 
di Gian Luigi Beccaria, Il pozzo e l'ago
Ho recentemente acquistato due libri, entrambi appena usciti: il primo è una raccolta di poesie di Emily Dickinson, La mia lettera al mondo, magistralmente tradotte da Andrea Sirotti; il secondo è un saggio di Gian Luigi Beccaria, Il pozzo e l’ago, dedicato al mestiere di scrivere¹. Ad essi farò riferimento in questo post, anche direttamente, nella scelta di citazioni particolarmente suggestive.

Questa è la mia lettera al mondo
che non ha mai scritto a me
(Emily Dickinson)². 

Sono stata attratta, in ambedue i libri, dal tema della scrittura, caro anche alla filosofia contemporanea, per la centralità che ad essa ha voluto conferire il filosofo Jacques Derrida, giocando sullo scarto che la scrittura presuppone rispetto alla relazione interpersonale: “Si scrive per comunicare qualcosa a degli assenti”³; perché gli assenti sono presenti... i morti vivono (absentes adsunt... mortui vivunt)⁴. La scrittura non soltanto si costruisce intorno a un vuoto (l’assenza del destinatario), ma prefigura anche l’assenza di chi scrive. Come afferma Pennac: L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale⁵.

mercoledì 29 agosto 2018

Jacques Derrida, la scrittura e internet.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle illustrazioni di Cinzia Piazza (qui il sito), per gentile autorizzazione.

E' presente nel cuore dell'esperienza. 
Presente non come presenza totale, ma come la traccia
(Jacques Derrida, La scrittura e la differenza).

Cinzia Piazza, Contatto
🌟 Si assiste oggi ad una esplosione della scrittura (messaggi sui telefonini, pubblicazione di post e di tweet, commenti sui social), nell’ambivalenza dei suoi risvolti.
Il pensiero va subito agli effetti deleteri di un certo uso dei social, espressione di una negazione della riflessione e dell’argomentazione, spesso per scopi propagandistici volti ad incrementare consenso. Si comunica con  slogan, si semplifica, si commenta senza leggere e senza pensare. Si scrivono insulti e volgarità. Ci si nasconde dietro lo schermo per affermare e dire ciò che non si direbbe nel rapporto vivo e personale (anche se c’è il rischio che tanta violenza e tanto veleno stiano entrando o siano già entrati nelle arterie e nelle vene del corpo sociale, non solo nelle sue espressioni digitali).
Ma c’è anche chi consegna alla scrittura online (su siti, su blog, sui social stessi) pensieri complessi, punti di vista articolati, arricchenti ragionamenti. Ci sono coloro che condividono articoli di qualità, provenienti dalle più diverse agenzie culturali. Si trovano, su facebook e su twitter,  persone che pubblicano profonde riflessioni, aforismi, ritagli di saggezza e poesia, annotazioni meditate e colte, simili a schegge di un diario interiore.
Tutti (anche chi non frequenta i social) sono coinvolti, in diversa misura: ciascuno porta con sé la propria personale biblioteca (sms, pendrive, registrazioni).