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Visualizzazione post con etichetta etica e politica. Mostra tutti i post
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sabato 26 ottobre 2024

Avere un cuore pensante

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini di Moonassi (qui il sito instagram)
 
Moonassi, Per piacere prenditi cura di questo, particolare
Viviamo in un tempo dove tutti fanno appello alla corresponsabilità e non so quanti poi la praticano, soprattutto per quanto riguarda la pace. Scrivo perciò con molta titubanza, consapevole della responsabilità che mi assumo proprio a parlare di corresponsabilità in questo tempo segnato da inimicizie, odio, guerre insensate, speculazioni vergognose di profittatori-predatori senza scrupolo e da innumerevoli sofferenze individuali e collettive anche se in parte lenite da sorprendenti gesti di solidarietà collettiva e generosità individuale.
Il destino di ogni parola “forte” come corresponsabilità è fatalmente legato all’amore per essa: in base a ciò che davvero io sono o voglio essere posso praticarla. Mi guarderò perciò dal fare discorsi astratti. Voglio parlare della mia tua vostra nostra corresponsabilità, quella che ci coinvolge ogni giorno su tutti i fronti, che ci impegna ci ha impegnato e ci impegnerà nelle scelte di vita decisive e nella vita quotidiana: quella che la coscienza di ognuno/a di noi liberamente assume perché cittadino/a del mondo, persona in relazione con altre persone vicine e lontane sia nello spazio sia nel tempo, indipendentemente da etnia età condizione scelta religiosa e politica.

martedì 6 febbraio 2024

Autonomia differenziata e tradimento della politica.

 Post di Gian Maria Zavattaro.

Autonomia differenziata
“Pensate di me ciò che volete, ma il cambiamento del nostro ordinamento mediante lo scambio di favori fra partiti di maggioranza (a me il premierato a te un regionalismo sgangherato e impraticabile) a me fa venire da piangere. Oggi eravamo in due amici a parlarne, lacrime vere.” (tweet di Pierluigi Castagnetti 23.1.24)
 
Insieme a mia moglie - io cittadino del mondo, italiano, piemontese e ligure - ho letto-riletto su Avvenire (28.1.24, p.9) l’articolo (preceduto da prudente nota editoriale) dell'arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia sull’autonomia differenziata deliberata dal Senato: Al Sud porterà solo nuove ingiustizie. Provo a rifletterci sopra. Il vescovo cita  di Paolo VI: “La politica è la più alta forma di carità”! Ma subito denuncia il rischio che diventi cembalo risonante di indifferenza ed egoismo. “Come Vescovo della chiesa di Napoli, come figlio di un Sud martoriato e dimenticato vorrei dire una parola ai credenti impegnati in politica”. Nel loro servizio politico -“nel solco di papa Francesco”- essi sono chiamati a “generare solidarietà, unità e pace e non differenze, ingiustizie e conflitti sociali”. Il vangelo impone chiarezza: “La parola che grido con forza e di cui mi assumo la responsabilità come cittadino e come pastore della comunità cristiana è: no! No alla legge della cosiddetta Autonomia differenziata”, progetto politico di divisione, egoismo e di impoverimento di territori già duramente provati. L’ambiguo aggettivo differenziata cela falsità. 
 

mercoledì 24 agosto 2022

La politica come professione.

Post di Rossana Rolando
Illustrazione di Emilano Bruzzone (qui il sito).
 
Emiliano Bruzzone, Gli inaffondabili
Pensare la politica come professione può, di primo acchito, suscitare un sentimento di insofferenza, riconducibile allo squallore di una politica spesso ridotta alla poltrona, in cui quel che conta è mantenere una qualche carica e rimanere a galla.
E tuttavia, da questo spettacolo indecoroso, può nascere una tentazione altrettanto dannosa, eppure sempre ricorrente, fin dalla nascita della democrazia: pensare che chiunque, in qualsiasi momento, con o senza formazione specifica, possa fare politica, al fine di favorire il periodico ricambio e di evitare il carrierismo immorale. Lo slogan “uno vale uno”, senza riferimento a competenze e conoscenze, è sorto all’interno di questo sentire e ha trovato, nella precedente tornata elettorale, ampio consenso.
All’avvicinarsi della nuova scadenza del voto, leggere e rileggere la conferenza-saggio di Max Weber, La politica come professione,¹ può essere d’aiuto, indipendentemente dalla posizione partitica di ciascuno.
Elaborata nel 1919, subito dopo la grande guerra, in un momento drammatico per la Germania, la conferenza è rivolta ai giovani studenti rivoluzionari e mette in guardia - profeticamente - dagli esiti di una cattiva politica, esposta al rischio di rigurgiti reazionari (come tragicamente avverrà nel 1933, con la Germania nazista, più di un decennio dopo la morte di Weber, nel 1920).
Ben consapevole del possibile deterioramento della democrazia, spesso divenuta macchina elettorale – in cui la gestione del voto è finalizzata alla distribuzione e al mantenimento delle cariche² - la riflessione di Weber rifiuta però la via qualunquistica del dilettantismo, per chiarire bene il significato del termine professione, applicato all’ambito politico.

martedì 3 dicembre 2019

Domande sull’etica civile.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle sagaci vignette di Mauro Biani, noto illustratore di numerose testate italiane (qui il sito instagram), con gentile autorizzazione.

Mauro Biani, 2019
Riprendo da un’angolatura diversa e complementare il tema morale sviluppato con passione dall’amico Rosario nell’ultimo suo post (qui). Lo faccio senza pretese, come uno che sa di essere “debole in filosofia, ma non nell’amore per essa” e che non ama respirare l’aria irridente di coloro per i quali l’etica civile è obsoleto residuato e inciampo ai propri affari.
Forse è opportuno capire subito di che cosa stiamo parlando. Provo a partire dall’etimologia: “etica” dal gr. ἔθος ethos, lat. mos=abitudine, costume, consuetudine, pratica di vita, usanza. Ma anche “etica”  dal gr. ἦθος (con la e lunga,eta): norma, regola di vita, convinzione-comportamento pratico delle persone nella società, insieme di valori implicanti decisioni valide per sempre, a prescindere da qualunque conseguenza. A quest’ultimo significato intendo fare riferimento. L’aggettivo “civile” - termine introdotto da M. Vidal, “teologo di frontiera” - denota, tramite la connessione e l’apporto di elementi fondanti le buone pratiche ovunque presenti, un possibile paradigma morale fondato sul convivio delle differenze, come dovrebbe essere per la stessa vita democratica.
Nel disincanto delle ideologie, nella frammentazione degli egoismi e nella diaspora dei valori è possibile oggi un’etica civile e - suo corollario - del servizio sociale? E’possibile insieme costruire e riconoscere un minimo morale condivisibile e condiviso in cui coniugare diverse istanze morali e attraverso cui salvaguardare la convivenza civile in una società democratica e  pluralista?

sabato 16 novembre 2019

Crisi persistente, non solo politica.

Post di Gian Maria Zavattaro
Disegni del noto illustratore Doriano Solinas, per gentile autorizzazione.

Doriano Solinas, 
Crisi
Una signora milanese di 89 anni, deportata nei lager come milioni di ebrei d’Europa e scampata, insieme a pochi, allo sterminio, deve girare scortata da due carabinieri perché subissata di insulti e minacce online. Succede in Italia il sette di novembre dell’anno 2019. La notizia non consente di drammatizzare né di minimizzare. Ha una sua definitiva e terrificante eloquenza”.
(Michele Serra, Repubblica del 8.11.19) 

“τα μεγάλα πάντα επισφαλή…
Tutte le grandi imprese comportano dei rischi e, come vuole il proverbio, le cose belle sono davvero difficili”.
(Platone, Repubblica,  VI, 497 D) 

✴️ Crisi: parola enigmatica, conturbante e per questo abusata. Indubbiamente è “tempo di privazione” e di confuse incertezze che non risparmia nessuno, soprattutto i tanti - molti - che non l’avvertono, non ne hanno coscienza, non odono e non vedono, perché incoscienza avarizia sordità cecità sono l’espressione più terribile della crisi.

sabato 5 maggio 2018

Il '68 minore.

Post di Gian Maria Zavattaro.


“Io non difendo qui la nostra giovinezza, non quella determinata dall’età della carne, ma quella che trionfa sulla morte delle abitudini ed alla quale accade che si pervenga se non lentamente, con  gli anni. E’ questa che fa il pregio dell’altra giovinezza, che  ne giustifica, di quando in quando, la sua irruzione un po’ violenta nei ranghi calmi degli adulti. […] Se a quest’età l’uomo che nasce non nega con tutte le sue forze, non s’indigna con tutte le sue forze, se si preoccupa  di note critiche e un po’ troppo di armonie intellettuali prima di aver sofferto il mondo in se stesso, fino  al grido, allora è un povero essere, un’anima bella che già odora di morte”. (E. Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Milano, edizioni di  Comunità 1945, pp-8-9).

“Questo è un libro a tesi. La tesi è questa: sul Sessantotto sono state dette un sacco di bugie. E’ esistito un Sessantotto Minore che tutti hanno snobbato. […] quel Sessantotto Minore “che non ha mai avuto l’attenzione che ha meritato, e che invece ha rappresentato nei confronti delle categorie deboli un modo di stare con di carattere assolutamente innovativo, e ha anche contribuito a bonificare certe zone equivoche del volontariato.”” (A. M. Fanucci, IO PADRE SESSANTOTTINO NON PENTITO il sessantotto minore, Cittadella ed., Assisi,1999, p.5).

In questi ultimi mesi, in cui i media di ogni colore e parte ci bombardano continuamente di rievocazioni, demonizzazioni ed esaltazioni  del ‘68, ero incerto se valesse davvero la pena aggregarci al coro mediatico. Poi l’amico Rosario  (che dopo questo post mi seguirà con la sua “memoria del ‘68”) mi ha convinto ed ho deciso di narrare della mia partecipazione alla contestazione 68ina e soprattutto fare riferimento ad un libro provocatorio di p. Fanucci, edito nel 1999 (citato in epigrafe). Ne condivido innanzitutto la tesi di fondo: le rievocazioni hanno ignorato“il sessantotto minore, contestazione che da subito si saldò all’impegno radicale con i poveri, più che per loro. “Minore”: quando il tempo avrà cancellato del tutto i volti inutilmente pensosi dei capocomici del Sessantotto che si presume maggiore, allora risplenderà il contributo forte e discreto che nell’associazionismo, nelle grandi battaglie civili, nel rinnovamento delle più tradizionali tra le scelte di vita, la militanza di milioni di persone serie ha dato alla storia di questo paese”(1). Pur con qualche riserva sull’eccessiva  ed a volte liquidatoria semplificazione delle vicende 68ine, condivido le sue riflessioni graffianti, senza sconti eufemistici per nessuno, in alcuni casi forse ingenerose, controbilanciate e temperate dal “controcanto” nella postfazione critica di G. Pinna, al quale rimando in nota (2).

mercoledì 8 aprile 2015

Primavera e cura della terra.


Un racconto riferisce di un eremita cui uno zelante visitatore chiese:
“Tu cosa fai veramente?”.
L’eremita rispose:
“Vivo qui”.
Vivere qui è una chiamata, l’opera di una vita,
ma anche la cosa più basilare che si possa immaginare.
Prima di ogni altra cosa noi viviamo sulla terra;
viviamo nell’ambiente che ci attornia.
(E. Theokritoff, Abitare la terra).

Il risveglio ...
... della primavera.
La natura ogni anno, ogni primavera, si risveglia umile e silenziosa. Si ripresenta nella sua veste più delicata: splendore di gemme, di fiori, di intensi colori. Vorremmo trattenerla questa stagione in cui tutto rinasce e germoglia, vorremmo fermarla, rimanere in questo incanto. Ma è come un battito d’ali.

La terra si ammanta ...
... della sua veste più bella.
Ci ricorda che questa terra è luogo in cui soggiornare, è casa da abitare, ma è anche transito e passaggio. Ci dona bellezza, ma ci dice che questa bellezza non ci appartiene. E’ tutta per noi, ma non è nostra.

Tutta per noi ...
... ma non è nostra.
Ci richiama alla fraternità universale con tutte le creature: con gli animali, con le piante, con tutti gli esseri.
Per gli spiriti religiosi è rimando alla Trascendenza. Per chi avverte il dono della vita  è sorella e madre. Per chi conosce il senso del dovere è luogo di cui essere responsabili, un giardino da custodire e da coltivare.

Un giardino da custodire ...
... e da coltivare.
Eppure questo giardino lo abbiamo violato e ferito. Sappiamo oggi tutta la prepotenza dell’azione umana, la nostra arroganza nei confronti della natura e della terra. Ci chiediamo se è possibile fermare questa opera distruttiva. Ci domandiamo se possiamo educarci ad un nuovo senso di responsabilità individuale e comunitaria per consegnare alle generazioni future una terra ancora abitabile.

Per un battito d'ali.
Proponiamo questo video che ci ha molto colpito e ci ha indotto ad elaborare questo breve post.
Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.



Chiunque, tra gli amici o le persone interessate, voglia seguire le nostre pubblicazioni sul blog e ricevere l’avviso tramite facebook, può cliccare sul mi piace della pagina Persona e Comunità di facebook e, nella tendina che si apre, sul “ricevi le notifiche”. Grazie a tutti.

sabato 14 marzo 2015

Legalità visibile e ingiustizia invisibile. Il mito di Gige.


Che cosa si nasconde dietro l'apparente 
e sbandierata legalità?

“Gige, resosi conto di questo fatto, sperimentò se fosse l’anello
ad avere questo potere e gli accadde proprio così,
quando volgeva il castone verso l’interno
diventava invisibile, 
verso l’esterno visibile.
Accortosi di ciò, fece in modo di diventare
 uno dei messaggeri che vengono inviati dal re e,
sedotta sua moglie dopo essere giunto (a corte),
 teso un tranello con lei al re, lo uccise e così ottenne il potere.”
 (Platone, Repubblica, II 358a-360d)


Il visibile e l'invisibile in noi.
Da ogni parte siamo continuamente inondati dagli scandali, divenuti ormai habitus di troppi amministratori e politici. Non ci sorprende tanto e non solo la loro corruzione, con il correlato latrocinio, ma il fatto che questi tristi personaggi occupassero strategiche posizioni di difesa del bene pubblico e si  atteggiassero anche, prima di essere colti con le mani nel sacco, ad irreprensibili soloni di moralità e di giustizia, assordandoci persino con la loro roboante retorica (antimafia, anticorruzione, anti parassitismo, anti ogni forma di ingiusta appropriazione di beni pubblici e privati).

La legalità visibile 
è la maschera dell'ingiustizia invisibile 
di molti personaggi?...
Paradossalmente la loro visibilità di parolai integerrimi ci era di conforto e noi  poveri travet ci sentivamo meno soli nel pensare un mondo più giusto, mentre l'ipocrita maschera nascondeva la loro invisibilità di ladroni, corruttori e corrotti. Non so quanti predatori siano ancora in giro per l’Italia, temo però che siano tanti e molto più accorti.
Ma, a ben considerare, il problema coinvolge ognuno di noi molto più profondamente di quanto sembri, perché queste vicende pongono interrogativi impietosi circa l’invisibile che abita in ciascuno di noi: quell'invisibile raffigurato da Platone nel mito di Gige.

... o l'ingiustizia invisibile 
abita in ciascuno di noi?

IL MITO DI GIGE

E’ Glaucone, uno dei tanti interlocutori di Socrate, a narrare il mito ed a provocarci. 
Gige era un pastore servo del  re di Lidia.

Gige è un pastore servo del re di Lidia... 
(Arthur Rackham)
Un giorno, mentre accudiva il suo armento, viene sorpreso da un violento nubifragio, cui si accompagna uno squassante terremoto che apre nei pressi una voragine.

... si affaccia sull'orlo della voragine ... 
(Arthur Rackham)
Tremebondo e insieme curioso si affaccia sull’orlo della faglia, scorge con stupore un cavallo di bronzo, scende cautamente per controllare da vicino e scopre che l’interno cavo della statua cela un cadavere dalle proporzioni smisurate che nulla ha indosso, salvo un anello d’oro.

... trova un anello d'oro, 
dotato di magiche proprietà... 
(Arthur Rackham)
Gige glielo sfila e fugge via. Durante una riunione con altri pastori scopre la meravigliosa proprietà dell’anello di rendere invisibile la persona che lo possiede, a seconda di come si ruota il castone. Prova e riprova: non si tratta di un’illusione.

... ne approfitta per sedurre la regina... 
(Arthur Rackham)
Gige allora non perde tempo: fa in modo  di essere inviato dal re e, sfruttando l'invisibilità garantitagli dall'anello, seduce la regina, uccide il re e si impadronisce del potere.

... per uccidere il re ... 
(Arthur Rackham)
La conclusione di Glaucone è impietosamente provocatoria: la giustizia vale solo nel mondo delle persone visibili, laddove il controllo sociale rende possibile imporre  comportamenti giusti;  si é giusti solo per timore di essere scoperti; nessun uomo è così virtuoso da poter resistere alla tentazione di fare azioni anche terribili, se gli altri non lo possono vedere. L’invisibilità e la conseguente impunibilità dissolvono ogni differenza tra l’uomo giusto e l'uomo empio, perché si comporterebbero alla stessa maniera, non dovendo rendere conto a nessuno delle loro azioni.

... dal momento che è invisibile 
e quindi impunibile... 
(Arthur Rackham)
Anzi, conclude Glaucone, “se qualcuno, impadronitosi di questa facoltà, non volesse commettere ingiustizia e neppure sfiorasse i beni degli altri, sembrerebbe essere sciaguratissimo e folle…”.

... chi non si comporterebbe come lui 
se solo lo potesse? ... 
(Arthur Rackham)
La risposta di Socrate non si fa attendere: servendosi della maieutica, traccia, in nome della suprema idea del Bene, le differenti vite dell' uomo giusto e di quello ingiusto.

... e allora ... può ancora fare luce 
l'idea del bene? 
(Arthur Rackham)
L'ambivalenza della invisibilità.
Ciò che mi colpisce e mi ferisce è l'attualità del disincanto di Glaucone  nel quotidiano delle nostre vite: l’invisibilità epidemica della corruzione; l'invisibilità del disamore per la cosa pubblica; l'invisibilità degli evasori fiscali; l'invisibilità di chi trova un portafoglio, lo svuota di tutti gli euro e lo fa pervenire in qualche modo al malcapitato, lui  ben  contento che almeno non gli tocca rifare tutti i documenti; l’anonimato di chi  sfrutta ogni bene ed ogni mezzo pubblico quasi fosse atto meritorio di cui vantarsi; l'anonimato delle violenze negli stadi, nell’uso offensivo ed aggressivo  di  internet (v. ”l’effetto Gige” nella rete secondo gli studi di M. Lea e R. Spears), nel nascondersi  nella confusione della massa o nei sodalizi non solo mafiosi di consorterie segrete…

L'invisibilità è il grembo oscuro della corruzione, 
del cinismo, della violenza ...
Eppure l’anonimato e l’invisibilità non sono certo forieri di male, ma semplicemente ambivalenti: ci  si può nascondere per operare contro il bene comune per i propri esclusivi interessi, oppure si può scegliere l’anonimato per operare in silenzio per il bene di tutti,  specie  dei più deboli, perché il bene non esige né la risonanza  delle grancasse né vuole reciprocità. E di queste  persone per fortuna è pieno il mondo…

... l'invisibilità è anche il grembo nascosto 
di tanto bene silenzioso ...
Ognuno di noi deve ogni giorno dirimere l’ambivalenza dell’anonimato e  scegliere tra il disincanto di Glaucone e la stimolante avventura di Socrate, tra l’invisibilità predatoria e l'invisibilità oblativa, tra giocare sulla pelle degli altri   e giocarsi  invece per gli altri.

... si tratta di scegliere 
che cosa vogliamo far emergere...
Scegliere, almeno a parole, sembra facile, ma non è così scontato. Scegliere la via socratica, suscitatrice di dubbi salutari, ci apre giocoforza  ad una vita di coerenza. E’ una via  dove non è certo richiesto né tanto meno preteso - ci mancherebbe! - l’eroismo paradossale della morte di Socrate, alla cui narrazione Platone ha dedicato in particolare il Fedone, “uno di quei pochi libri che invitano di volta in volta gli uomini a indagare se sono degni del loro nome” (Romano Guardini, La morte di Socrate nei dialoghi platonici, Morcelliana, Brescia, 1981, pag. 344). Ma rimane la via di un normale quotidiano coraggio.

... lungo la via del normale 
coraggio quotidiano ...
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