Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Per alcune aree tematiche cliccare sulle immagini.

tag foto 1 tag foto 2 tag foto 3 tag foto 4 tag foto 5 tag foto 6 tag foto 7 tag foto 8 tag foto 9 tag foto 10 tag foto 10

mercoledì 25 febbraio 2015

L'allegrezza del cuore.



Ogni uomo è affamato di gioia e di felicità 
(J. Moltmann).
Il desiderio della gioia ...


Potrei credere solo in un Dio che sappia danzare 
(Nietzsche).


Moltmann nelle pagine iniziali del suo aureo libretto “Sul gioco” si chiede come si possa giocare quando nel mondo i bambini muoiono di fame, quando donne ed uomini vengono torturati, quando innocenti vengono uccisi; come si possa ridere vivendo in una terra straniera, in una società alienata e alienante, dove ogni giorno i volti di migliaia di persone sono inondati di lacrime; come si possa gioire in mezzo a gente ferita dalla miseria ed irrimediabilmente umiliata dall'altrui indifferenza.

Si può cantare, danzare, gioire... 
nonostante il dolore che ci circonda?
Per prima cosa liberiamoci dagli equivoci. Non ci interessa la presunta gioia commercializzata che da ogni parte ci viene propinata: inganno delle diverse forme alienate di divertimenti, diversivi, passatempi.

Quale gioia?
Ci interessa il sentimento autentico e liberante della gioia, che scaturisce dall’incontro con una persona o con un avvenimento e che  immediatamente viviamo come un dono che si presenta con un volto particolare o con una luce tutta speciale.

La gioia dell'incontro .... 
con un volto.
Se non siamo capaci di godere questa gioia con semplicità nella felicità dell’istante forse è perché siamo diventati persone piatte, individui rattrappiti, soffocati nella tristezza e nella depressione. Certamente le circostante esterne, felici o infelici, condizionano in misura essenziale la nostra capacità di consegnarci all’esperienza della gioia. Ma molti adulti sono incapaci di gioire semplicemente perché hanno ucciso il bambino che portavano in sé.

La gioia fanciullesca di un bambino.
Anche se si può piangere di gioia, l'ineffabile espressione della gioia è nel sorriso e nel  riso,  i cui confini si estendono dallo scherzo innocuo allo humour e si oppongono al cinismo di chi non ha più gioia di vivere.

La gioia di vivere.
Amo lo humour - “ilarità della serietà”, come lo definisce H. Rahner – perché esso avverte della vita non solo il carattere di dono, ma anche la difficoltà ed  il  peso:  mai completamente libero da tristezza non rinuncia  tuttavia alla gioia di vivere sconosciuta al cinico. Nello humour, sospeso ed ondeggiante in una leggera melanconia per il travaglio del mondo, si dispiega un’allegrezza del cuore che  riconosce  che si può vivere e gioire anche in una società imperfetta.

La leggerezza 
dello humor ....
Forse solo chi ha provato il sapore della libertà soffre quando essa viene meno, solo chi ha conosciuto l’amore si ribella all’odio, solo chi è capace di piangere può vivere momenti autentici di gioia, catarsi liberatrice nel nostro contradditorio quotidiano.

La polifonia della vita.
Certo non è gioia piena né imperitura alla quale può forse aspirare solo la speranza che scaturisce dalla fede nella “lieta novella”: ”Io vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi strapperà la vostra gioia” (Gv.16,22).

Una gioia anticipatrice?
Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.

1 commento: