Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Iscriviti alla nostra newsletter!

Visualizzazione post con etichetta Italo Calvino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italo Calvino. Mostra tutti i post

sabato 23 novembre 2024

La chiarezza della mente

Post di Rossana Rolando
Immagini di Quint Buchholz (qui il sito instagram)

“Tendono alla chiarità le cose oscure…”
(Eugenio Montale)
 
💥 La chiarezza del pensare
Quint Buchholz, Il faro del libro, 1992
Assumo la chiarezza come valore programmatico da perseguire e da proporre. Non mi riferisco alla chiarezza dei rapporti interpersonali, auspicabile, ma non sempre possibile, specie nelle situazioni in cui le zone d’ombra, le parole non dette sono talora necessarie, per non ferire e conservare equilibri altrimenti precari. Parlo invece della chiarezza come esigenza mentale: nello sviluppo dei pensieri, nella comunicazione delle idee, nell’elaborazione della scrittura. Una qualità che non è immediatamente disponibile, non è dentro le cose, ma è invece il frutto di un lavoro della mente, conquista di una progressiva trasparenza del pensiero di fronte a se stesso, elaborazione di una parola pienamente afferrabile nella limpidezza finalmente raggiunta. A questo proposito leggo un passo di una lettera di Primo Levi, inviata ad Heinz Riedt, nel carteggio da poco uscito per Einaudi: “i miei gusti personali sono orientati verso la clarté, o la ricerca della medesima”, mentre altri scrittori più giovani tendono piuttosto “verso l’oscuro e l’indistinto. Benché scrittore, io tengo per chi legge: credo che se qualcosa si capisce male, la colpa non è di chi legge, ma di chi ha scritto”.¹ Per il testimone degli orrori di Auschwitz, la chiarezza non è solo preferibile sul piano estetico, ma è anche e soprattutto una scelta di tipo etico e politico
.²

sabato 18 maggio 2024

Una favola d'altri tempi? La città rinata.

Post di Gian Maria Zavattaro
Fotografie di Rossana Rolando.

Albenga e le sue torri
Anche le città credono d’essere opera
della mente o del caso ma né l’una né l’altro
bastano a tener su le loro mura. D’una città non
godi le sette o settantasette meraviglie, ma la
risposta che dà alla tua domanda.
(Italo Calvino, Le città invisibili).
 
La città rinata: una favola d'altri tempi?
 
C’era una volta molto tempo fa una città, Erebo, in riva al mare, ad un tiro di schioppo dalle montagne - città accorata, con un che di oscura malinconia (nomen omen!) -, dove tutti, (uomini, donne, vecchi, bambini, gatti, cani e canarini) non facevano altro che lavorare, ammassare soldi e contare i loro guadagni alla faccia degli altri: rendite, stipendi, conti in banca(ovviamente in  paradisi fiscali), interessi, affitti e profitti,  vantaggi e svantaggi e tutta la serie di cavilli di elusione fiscale. Non solo. Animati da una furia contagiosa, in parossismo collettivo passavano il tempo a calcolare tutto: larghezza, lunghezza, peso, distanze, cibi, bevande, cielo terra e spiagge pubbliche diventate private, amici, conoscenti,  turisti e stranieri (non i "migranti", troppo diversi), figli, scuola, lavoro, ferie e festività sacre e profane, serre, fiori, carciofi, asparagi, pomodori, trombette…Tutto! Forse che la vita non è altro che un calcolo continuo? 

venerdì 21 luglio 2023

Viaggio. Lubiana e altro.

Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando... (Italo Calvino, Le città invisibili).

 ✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳✳

Lubiana, capitale della Slovenia (stato indipendente dal 1991, nell'Unione europea dal 2004).

Fiume Ljubljanica

Ponte dei draghi

Ponte con lucchetti, sulla Ljubljanica

Passeggiata lungo la Ljubljanica

martedì 12 luglio 2022

Frammenti alla deriva.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Bordalo II (qui la pagina facebook).
 
Bordalo II, Mezzo colibrì
Detriti, resti, immondizia, spazzatura: nomi tutti che richiamano alla mente tutto ciò che è logoro e, ad un tempo, sporco – immondo –, fatto per essere spazzato via.
Sentiamo ogni giorno notizie che riguardano l’emergenza rifiuti in molte città. In particolare Roma, capitale splendida, coperta da cumuli di spazzatura, che attirano animali mai visti prima nelle strade cittadine; Roma devastata da incendi e soffocata da effluvi maleodoranti. Ci colpisce per il suo valore simbolico, ma sappiamo che il degrado coinvolge molte parti d’Italia, deturpando la bellezza naturale e la ricchezza culturale del nostro paese.
Le soluzioni sono rese difficili da ingarbugliate matasse di questioni politiche, economiche, sociali, civili. Nel frattempo, il rischio è quello dell’assuefazione allo sporco, al brutto e alla logica del buttar via.
I mondi culturali non sono indifferenti al tema e possono illuminare in molti modi il rapporto con l’oggetto-rifiuto.
Non mi riferisco alla pur bellissima poetica del detrito - lontana dalla problematica ambientale - che ha idealizzato lo scarto, facendone una tematica esistenziale, metafora di un mondo a cui si sente di non appartenere, che rigetta come il mare le sue scorie.¹
Piuttosto penso ad alcuni spunti che pongono proprio al centro della riflessione o della creazione artistica ciò che resta, senza alcuna idealizzazione.

sabato 4 maggio 2019

Critica al postmoderno e ritorno del soggetto.

Post di Rossana Rolando.
Immagini delle opere del pittore spagnolo Juan Gris (1887-1927).

Molteplicità di Italo Calvino. 
Juan Gris, 
Pierrot con libro
Tra i termini che Calvino consegna al nuovo millennio vi è la parola “molteplicità”, riferita alla narrazione del romanzo (visto come rete di connessioni, intreccio di linguaggi e moltiplicazione dei possibili), ma presupposta anche nella concezione di una soggettività plurale da cui il racconto prende forma: “chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”¹.
Lontano dalla concezione di un self unico, con un’identità già data e compiuta, con una verità da rivelare, Calvino intende l’opera letteraria come specchio di una soggettività molteplice, frutto di una pluralità di esperienze, o addirittura vorrebbe - se mai fosse possibile – “un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata di un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…”².

sabato 12 gennaio 2019

Doppiezza e unità dell'essere umano.

Post di Rosario Grillo

Italo Calvino, 
Il visconte dimezzato
È rimasta impressa nella mia mente: la dottrina della doppia verità.
Nel seno del Rinascimento, quando si scongela “il cristallo dell’ipse dixit, che aveva aggrumato attorno all’aristotelismo scolastico una serie di non possumus, di veti alla libera indagine della ragione, si usa come “schermo” per avviare l’indagine naturalistica. Il culmine si raggiunge con la discussione sulla immortalità dell’anima. (1)
In essa l’aristotelismo rinascimentale suggerisce ipotesi suggestive come quella in cui l’anima, corpo naturale, “profuma d’eternità(2).
I neoplatonici si arrangiavano con la distinzione tra anima addita ed anima super-addita (vedi pampsichismo).
In ogni caso, la dottrina della doppia verità fu strumento per ripararsi dalle inchieste della Inquisizione. Per questo motivo si passò alla distinzione tra verità di ragione e verità di fede.
La questione, che sembra super specialistica, destinata agli ostinati cultori della filosofia teoretica, nella realtà è molto prossima a vicende esistenziali e alla pratica sociale.

domenica 12 novembre 2017

Sul cominciare. Con Calvino, Borges e Foucault.

Post di Rossana Rolando.
Immagini dell'illustratore e pittore inglese Frederick Cayley Robinson (1862-1927).

Frederick Cayley Robinson, Illustrazione 
tratta da L'uccellino azzurro di Maurice Maeterlinck
Non è l’inizio al singolare – il principio di tutto – che qui vorrei evocare, ma gli inizi al plurale, i modi del cominciare, gli atti con cui si dà avvio a qualcosa. In prima battuta mi interessa il principio della narrazione, e subito dopo l’avvio di ogni discorso, non solo in campo letterario.

🌸L’inizio del raccontare.
Nei capolavori della letteratura le parole di apertura si caricano di una grande energia, come se la potenza creativa dell’opera fosse già tutta contenuta nel principio. Per questo, come ricorda Italo Calvino - che al tema ha dedicato un libro ben noto, dal titolo Se una notte d’inverno un viaggiatore -, gli inizi dei romanzi sono generalmente più memorabili dei loro rispettivi finali. Gioia dell’inizio: questo si respira negli incipit meglio riusciti.
Frederick Cayley Robinson, 
Il mondo
Nel suo testo inedito sul “Cominciare e finire” (pubblicato in Appendice a Lezioni americane, Mondadori, Milano 2016) lo stesso Calvino descrive l’inizio come l’uscita “dalla potenzialità illimitata e multiforme” dell’esperienza - data dalla “possibilità di dire tutto”, in tutti i modi e i linguaggi possibili - per  entrare “in qualcosa che ancora non esiste”, facendo ingresso in “un mondo completamente diverso”, “un mondo verbale”. La molteplicità del reale offre un’infinita ricchezza di materiale “raccontabile” da cui lo scrittore cattura, isola, seleziona dati che poi rimescola e rielabora per dare origine alla sua storia.

venerdì 12 agosto 2016

La rete ed il pensare conviviale.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Robert Delaunay, 
La città (1910)
Dopo tre anni, da quando nel giugno del 2013 con provocatoria sprovvedutezza lanciavamo  nello spazio virtuale il nostro blog, abbiamo toccato con mano ogni giorno l’ambivalenza della rete, luogo principe di  comunicazioni, ma anche di incomunicabilità e di narcisismo solipsistico. Abbiamo imparato subito che non basta stabilire un contatto con l’altro. Se io trasmetto segni messaggi immagini senza un solo possibile istante di dialogo non comunico per nulla. 
Facebook. google, twitter sono  virtuali “piazze” e  “cortili dei gentili” aperti a tutti ed a tutto e perciò stesso ambivalenti. Ci si può illudere ed accontentare del pettegolezzo salottiero, della “leggerezza della frivolezza”, della smodata popolarità dell’effimero fotografico, della bruciante chiacchiera del momento; si può anche stravolgere un presunto dialogo in un permanente monologo dove io parlo (o credo di parlare) con tutti, ma in realtà non faccio altro che parlare di me con me stesso. 
Robert Delaunay, 
Gioia di vivere (1930)
La realtà sorprendente della rete che ci ha conquistato è proprio questa sua povertà e ricchezza, “poros” e “penia”, che sono le condizioni per ricercare ed amare la ”sofìa”, essere “filosofi”, ardire  il salto di qualità verso  il pensiero del vivere insieme, “conviviale” (dal lat. convivere, cum-vivere), nel significato umanissimo ed intenso del colloquiare senza paludamenti retorici o accademici, espressione della“leggerezza della pensosità”, ma non per questo meno efficace e significativa. Un pensare ed un far pensare che si sviluppano nel confronto e nell’ascolto, nella circolarità dialettica, in una connotazione e denotazione  tutte particolari offerte dal “cortile” virtuale dove la comunità invisibile dei viventi può incontrarsi, i più si limitano a transitare mentre  qualcuno si sofferma per vivere insieme momenti di corale riflessione,  le distanze rimangono ma progressivamente si accorciano, la ricchezza delle diversità mette in luce l’identità irripetibile di ciascuno,  le difese si allentano,  le maschere che solitamente portiamo magari si sfilacciano e rendono possibile il dialogo conviviale.

martedì 6 gennaio 2015

Figure del Natale. Nona e ultima figura, i Re Magi e il senso del dono. Video.


In queste vacanze di Natale abbiamo visitato la mostra dedicata ad Hans Memling, presso le Scuderie del Quirinale a Roma. E’ stata per noi una rinnovata scoperta della pittura fiamminga e di questo artista in particolare. A tutti consigliamo l'esposizione che durerà soltanto fino al 18 gennaio  (www.scuderiequirinale.it). Le immagini di questo post riprendono alcuni dipinti presenti in mostra.

  I Re Magi e il senso del dono.


Il dono...
(Hans Memling, 
Adorazione dei Magi, 1470)
Oro, incenso e mirra: i doni dei Re Magi. Che cosa potevano significare allora e che cosa significano oggi? Che fine hanno fatto questi doni?
Potremmo disquisire a non finire, visto che i vangeli, quelli canonici, nulla dicono in proposito. Ci interessa invece una breve riflessione sul tempo di Natale come tempo del dono, modalità relazionale non indifferente per  le nostre vite: i Re Magi come simbolo di coloro che donano, senza nulla chiedere in cambio, anzi poi scomparire.

...la logica del dono...
(Hans Memling, Trittico di Florens Jan, 1479, 
nella pala centrale l'adorazione dei Magi)
Amore, amicizia, gratuità, fiducia, ospitalità, responsabilità, prendersi cura dell’altro sono esperienze complesse e paradossali, riconducibili al linguaggio del dono, che non è cosa dell’altro mondo, ma  appartiene al nostro mondo, anzi ne  costituisce il  lato critico e alternativo.

... è la logica del disinteresse ...
(Rogier van der Weyden, Adorazione dei Magi, 
pittore fiammingo che influenzò Hans Memling)
Il tempo di Natale può essere letto come spartiacque, momento dialettico di verità che smaschera i falsari del dono: quelli che fanno e ricevono regali per interesse, quelli dei regali “distruttivi” (come si ascolta nel racconto di Calvino, nel video sotto riportato),  del “do ut des” merce di scambio e di favori.

... contrapposta alla logica dell'interesse ... 
(Hans Memling, Ritratto d'uomo 
con una moneta romana)
No, cari falsari! Il  dono è  gratuito, asimmetrico, altra cosa dalla logica del baratto; il suo  senso non è nel conformarsi alle leggi del mercato ma nell’esprimere un libero legame tra le persone. Addirittura il dono arriva  al punto di negare se stesso: pensate alla ben nota  formula cortese  del donatore che risponde a colui che lo ringrazia:  “di niente, de nada,  de rien”. Se ciò che si è donato è nulla, nessuno è tenuto a contraccambiare, ma tutti sono liberi di donare a loro volta, perché “non si dona per ricevere, si dona perché l’altro doni” (Lefort).

... del contraccambio ... 
(Hans Memling, Ritratto d'uomo 
con una moneta romana, dettaglio)
Nella sua bizzarria il dono è tutt’altro che bizzarro: introduce, consapevolmente o meno, più che incertezza e sorpresa disarmanti,  il rischio che si risponda a propria volta donando ad altri. La reciprocità è importante ma non è il cuore del dono, il quale, lungi dall’essere modello di equivalenza, si dichiara asimmetrico.

... implica un libero legame tra le persone ... 
(Hans Memling, Ritratto di donna)
Ma il tempo di Natale aggiunge ancora una postilla: non c’è dono se il contesto in cui avviene è un abisso di disuguaglianze, se non c’è fraternità, se non c’è anche in qualche modo un donare se stessi. Il dono tra non uguali comporta un debito strutturalmente ineguale, fomenta rivalità, antagonismi, clientelismi. Soprattutto nega la possibilità di un “indebitamento reciproco”, questo sì positivo,  il cui modello si ritrova oggi solo nelle famiglie e nelle comunità dove vive in tutti la circolarità dell’amore oblativo. Non è facile autenticamente donare e forse proprio per questo i Magi hanno deciso l’anonimato.

... secondo i principi
della comunione e dell'amore 
(Hans Memling, Avvento e trionfo di Cristo).
A conclusione e completamento di questo post presentiamo un video: Lorenzo Pavolini legge magistralmente il racconto di Italo Calvino I figli di Babbo Natale, contenuto in Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Crediamo valga la pena prendersi un po' di tempo per ascoltarlo. Pubblicato nel 1963 il racconto mantiene, infatti, una sorprendente attualità.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.


Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.

sabato 9 agosto 2014

In cammino.



Dedicato a tutte le persone che amano camminare
e, in particolare, ai 30.000 Scouts
che sono radunati in questi giorni a San Rossore.

Foto di Martina Isoleri, 
scattata il 4 agosto, nei pressi di Luzzara 
(Route nazionale R/S 2014)
Camminare è sapere di essere nomadi ...
Camminare lungo sentieri di montagna
lasciare le proprie orme sulla spiaggia
solcare le strade delle città
ascoltare i propri passi …
perché camminare non è solo un gesto fisico
è anche una metafora dello spirito
un modo di interpretare la vita
una filosofia dell’esistenza.

lunedì 14 ottobre 2013

De Gasperi in un flash di Calvino



L'arguzia di Italo Calvino


A novant’anni dalla  nascita di Italo Calvino (1923-1985),  mi piace  riproporre la pagina sotto riportata, tratta dal suo romanzo “La speculazione edilizia”. L’opera pone  in risalto la  spregiudicatezza di un imprenditore edile  (Caisotti), ex partigiano, che cinicamente  si adegua  alla società  del dopo guerra, ben diversa  da quella che i resistenti avevano  sognato e per la quale erano saliti in montagna a combattere.  Assume allora valore emblematico, nel disincanto dell’autore e tra l’indifferenza immemore della borghesia da lui descritta,  il giudizio che Quinto (un tempo compagno di lotta partigiana, ora creditore e socio in affari  da Caisotti turlupinato) esprime su Alcide De Gasperi (“uomo magro montanaro, onesto, testardo, un po’ ristretto, di non molte idee ma intransigente in esse, cattolico in una disadorna maniera poco italiana”). Non so quanti “politici” oggi si ritroverebbero in Caisotti o in De Gasperi … 



Alcide DeGasperi

“Quel giorno era morto De  Gasperi.  La notizia arrivò  coi giornali della sera; il corso era pieno di gente colorata e chiassosa che tornava dai bagni nella luce cordiale della sera. Gli strilloni passavano, sventolando i grandi titoli  listati a lutto e la fotografia del defunto.  – Morte di De Gasperi! Nuova vittoria di Coppi! – gridava uno strillone alzando il giornale.  – Nuova vittoria di Coppi! –  Una bambina si tolse il gelato dalle labbra,  - Di’, papà, è morto  De Gasperi!   -  Ah sì …  -  disse il padre, e guardava i cartelloni del cinema.   

Francobollo con De Gasperi

A quest’indifferenza Quinto era l’unico che si sentisse oscuramente offeso, l’unico che ci pensasse,  a quel  De Gasperi che la speranza rivoluzionaria della sua giovinezza aveva considerato un estraneo insediatosi nella storia d’Italia nel momento in cui doveva essere tutta diversa; ed ora ecco: la borghesia che pochi anni innanzi  lo salutava come suo salvatore, restauratore dei suoi facili agi, ora l’aveva già dimenticato, aveva dimenticato la paura (“la paura che le facevamo noi  -  pensava Quinto  -  quando eravamo la speranza”), e adesso sapeva soltanto che quell’uomo magro montanaro, onesto, testardo, un po’ ristretto, di non molte idee ma intransigente in esse, cattolico in una disadorna maniera poco italiana, a loro non era mai stato simpatico”.
(Italo Calvino, La speculazione edilizia, Torino, Einaudi). 

Monumento di De Gasperi, Piazza Venezia, Trento.

 (Per una riflessione sul concetto di “borghese” come “categoria dello spirito” si può vedere il post del 12 giugno 2013)