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Visualizzazione post con etichetta Robert Delaunay. Mostra tutti i post
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lunedì 16 marzo 2020

Parole, al tempo del coronavirus.

Post di Rosario Grillo
Immagini delle opere del pittore francese Robert Delaunay (1885-1941).

Robert Delaunay, 
Arcobaleno 
(simbolo di speranza nei disegni dei bambini, 
nel tempo del Coronavirus)
La morsa del coronavirus si stringe ancora di più obbligando il nostro governo a dichiarare tutto il territorio italiano come zona rossa, mentre il responsabile di OMS dichiarava lo stato di pandemia.
Un autorevole professore di scienze, David Quammen, ripassa, attraverso un’intervista su Wired, le ragioni dell’allarme lanciato nel suo libro Spillover del 2012 (1). Ragioni che si restringono nel principio di Darwin dell’unità stretta degli esseri viventi; esse costituiscono un momento fondamentale della responsabilità ecologica, che tutti dobbiamo assumere.
La condizione di allarme e di paura ha scatenato un’indagine sui rimedi, che abbisogna di un arco temporale di articolazione, onde assumere la veste della oggettività.
Un tumulto di passioni soggettive accompagna il momento, tanto più che, inevitabilmente, nello spazio in cui siamo ristretti e dentro... una certa inattività forzata, il pensiero vaga di qua e di là, turbato e, solo a tratti, in “zona critica” attiva. Per questo, penso di affrontarla più che con una proposta organica, con un excursus attraverso le parole correnti al tempo del coronavirus.
Debbo, per correttezza, premettere un augurio che mi faccio e che rivolgo a tutti: prendere lo sprone dell’evento pauroso per riorganizzare ogni cosa da cima a fondo: Istituzioni, politica, economia, relazioni, atteggiamento morale, bisogni e consumi.

venerdì 12 agosto 2016

La rete ed il pensare conviviale.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Robert Delaunay, 
La città (1910)
Dopo tre anni, da quando nel giugno del 2013 con provocatoria sprovvedutezza lanciavamo  nello spazio virtuale il nostro blog, abbiamo toccato con mano ogni giorno l’ambivalenza della rete, luogo principe di  comunicazioni, ma anche di incomunicabilità e di narcisismo solipsistico. Abbiamo imparato subito che non basta stabilire un contatto con l’altro. Se io trasmetto segni messaggi immagini senza un solo possibile istante di dialogo non comunico per nulla. 
Facebook. google, twitter sono  virtuali “piazze” e  “cortili dei gentili” aperti a tutti ed a tutto e perciò stesso ambivalenti. Ci si può illudere ed accontentare del pettegolezzo salottiero, della “leggerezza della frivolezza”, della smodata popolarità dell’effimero fotografico, della bruciante chiacchiera del momento; si può anche stravolgere un presunto dialogo in un permanente monologo dove io parlo (o credo di parlare) con tutti, ma in realtà non faccio altro che parlare di me con me stesso. 
Robert Delaunay, 
Gioia di vivere (1930)
La realtà sorprendente della rete che ci ha conquistato è proprio questa sua povertà e ricchezza, “poros” e “penia”, che sono le condizioni per ricercare ed amare la ”sofìa”, essere “filosofi”, ardire  il salto di qualità verso  il pensiero del vivere insieme, “conviviale” (dal lat. “convivere”, cum-vivere), nel significato umanissimo ed intenso del colloquiare senza paludamenti retorici o accademici, espressione della“leggerezza della pensosità”, ma non per questo meno efficace e significativa. Un pensare ed un far pensare che si sviluppano nel confronto e nell’ascolto, nella circolarità dialettica, in una connotazione e denotazione  tutte particolari offerte dal “cortile” virtuale dove la comunità invisibile dei viventi può incontrarsi, i più si limitano a transitare mentre  qualcuno si sofferma per vivere insieme momenti di corale riflessione,  le distanze rimangono ma progressivamente si accorciano, la ricchezza delle diversità mette in luce l’identità irripetibile di ciascuno,  le difese si allentano,  le maschere che solitamente portiamo magari si sfilacciano e rendono possibile il dialogo conviviale.