Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Iscriviti alla nostra newsletter!

Visualizzazione post con etichetta Auguste Rodin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Auguste Rodin. Mostra tutti i post

domenica 13 maggio 2018

Elogio del 'non finito'. Rilke su Rodin.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle sculture di Auguste Rodin (1840-1917). 

Auguste Rodin, 
La Pensée, particolare, 1886-1889
🌟 Il ‘non finito’, contrapposto al finito, indica generalmente qualcosa di non completo, di cui si avverte ciò che manca: per esempio un’opera che deve essere portata a termine o un progetto parzialmente realizzato. Per questo i filosofi antichi (i Pitagorici in particolare) ponevano nel finito la perfezione e nell’infinito – inteso come ‘non finito’ – l’imperfezione. Anche il linguaggio comune suggerisce questo significato di manchevolezza proiettando la conclusione di un’azione nel tempo futuro: “non ho ancora finito”; “domani lo finisco”, “quando avrò finito”. 
🌟 C’è tuttavia un luogo in cui il ‘non finito’ ha “la pienezza di un tutto” ed è quello rappresentato dall’opera d’arte. Lo dice poeticamente Rainer Maria Rilke nella stupenda monografia dedicata ad Auguste Rodin (1903), con riferimento alle statue senza braccia del grande scultore francese¹.

sabato 21 aprile 2018

Creazione. La mano di Dio.

Post di Rosario Grillo 
Immagini delle opere di Auguste Rodin (1840-1917).

Auguste Rodin, 
La mano di Dio
“Si può partire dallo studio dell'universo oggettivo, e porre in luce come il modo personale di esistere sia la più alta manifestazione dell'esistenza, e come l'evoluzione della natura preumana converga nel momento creatore in cui sorge questa suprema realizzazione dell'universo. Si potrà dire che la realtà centrale dell'universo è un progredire verso la personalizzazione [...]” (v. Mounier, Le personnalisme, 1949, in Oeuvres, 1962, III; tr. it., p. 9).


La creazione può essere o il più semplice o il più difficile tema da spiegare.
La semplicità sta nella azione diffusa e comune del creare: il fabbro crea le forbici e mille altri oggetti metallici, anche la cuoca può attribuirsi la dote di creatrice dei suoi piatti succulenti.
La difficoltà riguarda lo spostamento dell’asse temporale verso un’origine più o meno a-temporale, fuori del tempo.
La prima specie, moltiplicata per il numero dei potenziali artigiani, è alla portata di tutti e va fatta rientrare nella virtù tecnica della produzione.
In ogni caso, l’etimologia della parola contempla il fare. Aggiungo la mia opinione, che invita a mettere in risalto la res (cosa) implicata e la relazione realtà-creato.

giovedì 4 dicembre 2014

Gabriella Caramore, Pazienza. Recensione.

Post di Rossana Rolando.

Il dono della parola.
“Le parole vanno create. Ma anche custodite. Offerte. Ma non sprecate. Sono il tessuto stesso della persona umana. E, in quanto tali, delle relazioni tra esseri umani. Perciò, in definitiva, un difetto nel linguaggio è un difetto d’amore” (Gabriella Caramore, Pazienza, pp. 56-57).
Quel che colpisce anzitutto, nel libro di Gabriella Caramore, Pazienza, edito dal Mulino nel 2014, è la finezza della parola. Un uso del linguaggio che risveglia nuovi significati, che ripulisce termini incrostati e polverosi per restituirli ad una freschezza sorgiva, creativa. Un uso certo ricercato, sapiente, senza essere però affettato, retorico, vanesio. Quel che si coglie è proprio la tensione a dire “la cosa”, null’altro.

Il genere letterario.
Ecco alcuni tra gli incipit narrativi contenuti nel libro:  “Un fratello chiese ad abba Sisoes: Che devo fare, abba? ….” E poi: “Viveva in una città – non sappiamo in quale – un falegname …” E ancora: “Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso …” (pp. 34; 39; 129).