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sabato 8 ottobre 2016

Il terremoto del volontariato.

La gratuità solidale che il volontariato esprime ha una radicale valenza culturale e politica: quella di un modello critico alternativo alla logica del mercato, del profitto utilitaristico e individualistico.
Di Gian Maria Zavattaro.

“Noi non siamo degli oppositori qualunque oggi e dei conviventi qualunque domani.
Prima, dopo e sempre siamo ”oppositori” e”conviventi”dei liberali, dei socialisti, dei comunisti
e dei democristiani. Ci pieghiamo solo alla verità e alla carità”.
Don P. Mazzolari, in  Adesso, luglio 1954 (rivista quindicinale da lui fondata nel 1949)

Beppe Giacobbe, 
 Giovani
(Segui i tuoi sogni)
Quanto don Mazzolari diceva della sua rivista penso si possa estrapolare ed applicare anche al “volontariato”: prima, dopo e sempre convivente” con la società attuale, di cui condivide le contraddizioni cercando di porvi rimedio, e “prima, dopo e sempre oppositore”, in permanente mobilitazione per un’alternativa al modo di vivere la vita sociale,  di comunicare e di relazionarsi.
Il 29 agosto 2016 su “Repubblica” I. Diamanti  in “Terremoto, le due facce del volontariato” discorreva del “ritorno del volontariato, che ha partecipato, attivamente, ai soccorsi. E continuerà anche domani e dopo. Nelle aree colpite, in modo tanto violento e doloroso. Ma anche intorno. E per intorno intendo l'intero Paese”. 
Beppe Giacobbe, 
Identità italiana
Secondo lui il volontariato è “un modello di azione, individuale e sociale, orientato allo svolgimento di attività gratuite a beneficio di altri o della comunità. Citava due indagini statistiche: l’Istat 2014 per cui i volontari in Italia, circa il 13% della popolazione, sono 6.500.000, di cui 4 milioni inseriti in associazioni o gruppi  ed il resto in forme non organizzate; il Rapporto Demos 2015 su Gli italiani e lo Stato per il quale nell'ultimo anno quasi 4 persone su 10 avrebbero partecipato  ad attività di volontariato, in base a necessità o emergenze nazionali e locali. Il volontariato avrebbe due facce: organizzata e non. Progressivamente la prima si è istituzionalizzata in impresa, spesso surrogando  l'azione degli
Beppe Giacobbe, 
Prospettive
Enti locali e dello Stato per rispondere al disagio giovanile, alle povertà vecchie e nuove e, in misura oggi  crescente,  agli immigrati e rifugiati. E’ “Il volontariato di professione
che rischia però la dipendenza dai finanziamenti pubblici e la sottomissione a logiche istituzionali e politiche, non sempre limpide e trasparenti. L'articolista si guarda bene dal demonizzarlo, non solo perché risorsa preziosa sul mercato del lavoro e dei servizi, ma anche perché offre riferimento e sostegno alla seconda “faccia”, “il popolo del volontariato involontario”, fuori dalle imprese istituzionali. Fin qui Diamanti.
Beppe Giacobbe, 
Anima
Su questa seconda faccia - alla quale  voglio e mi sforzo di appartenere - vorrei soffermarmi, prima di tutto cercando di capire: perché tanti giovani, adulti, anziani sparsi in ogni angolo d’Italia e del mondo sentono l’urgenza di darsi agli altri in mille modi e forme diverse, in particolare nei momenti di calamità e sofferenza collettiva, al di là di ogni barriera di razza, di cultura, di fede religiosa? Che cosa li anima? Anzi, qual è l’anima di questo volontariato?
C’è una radicale valenza culturale e politica,  dove “volontà”  è il dono gratuito di sé e delle proprie azioni, senza reciprocità.
Beppe Giacobbe, 
Capitali coraggiosi
In questo nostro mondo la fa da padrone indubbiamente il profitto utilitaristico ed individualistico. Tuttavia la gratuità solidale è molto diffusa e non è straniera: appartiene di diritto a questo nostro mondo. E’ certamente un modello critico alternativo a quello del mercato: generatore di coscienza critica, fattore di cambiamento della realtà,  forma di permanente mobilitazione a favore dei diritti di tutti, testimonianza concreta di solidarietà tra generazioni pienamente consapevoli delle estese zone d’ombra delle nostre città, delle sacche di povertà e di esclusione sociale che spesso non si vogliono vedere ma che non possono essere ignorate. Non è inerte assistenzialismo, non è tappabuchi delle omissioni e delle altrui assenze,  non è solo supporto ed integrazione di pubbliche carenze, non si limita  all’interno del proprio microcosmo a dar senso alla vita propria  ed altrui,  gratificando se stessi e gli altri con il rendere  meno
Beppe Giacobbe, 
Reti sociali
quaresimale la fatica del vivere quotidiano. La sua presenza ed azione reclamano ed esigono sul proprio territorio un’esplicita politica di contrasto alla povertà ed all'ingiustizia sociale, perché il “volontario” guarda le cose dal punto di  vista del “prima, dopo e sempre oppositore e convivente”.
Non  basta indignarsi, bisogna - ognuno apportando il suo piccolo granello di sabbia -  costruire con i fatti una comunità che abita nelle situazioni che quotidianamente costruiamo.  “L’interesse per la marginalità deve giungere alla stroncatura serrata dei processi di emarginazione: lo stile della denuncia non deve essergli estraneo. Il volontariato è chiamato a schierarsi.  Non può rimanere neutrale. Non deve essere pacificato. Pacifico, sì, nonviolento. Deve saper cogliere il significato conflittuale della povertà. Non gli è consentito di starsene buono in un angolo” (1).

Beppe Giacobbe, 
Dizionario visionario
E’ il coraggio di ogni volontario, fatto di decisioni, azioni, rischi, insicurezza, pericolo di fallire: non il coraggio di questa o quella azione,  ma di un’intera esistenza di  persona libera.
Coraggio di essere protagonista (dal greco. πρωταγωνιστής, comp. di πρῶτος «primo» e ἀγωνιστής «lottatore, combattente»), figura centrale di una narrazione, colui che ha un ruolo di primo piano nelle vicende quotidiane della vita reale, che è in prima fila, non secondo a nessuno nella presenza  al mondo.
Coraggio di essere silenzioso protagonista, spesso invisibile, misconosciuto da una società senz’anima che ogni giorno  propina il successo, qui subito,  come unico criterio di validità e legittimazione del sapere, della  politica, del legame sociale, del  “vero”, del “giusto” .
Beppe Giacobbe, 
Empatia
Coraggio soprattutto di camminare tutti insieme verso un modo di essere e relazionarsi diverso, di credere che non solo io tu noi dobbiamo essere protagonisti, ma tutti, pur senza confusioni di ruoli, funzioni e  responsabilità diverse, tutti corresponsabili del bene comune.
Coraggio  di un’esistenza conviviale fatta di  gratuità  che conosce la forza dello sguardo e del sorriso, che non teme il confronto od il conflitto, che anzi sa gestirlo senza mai rinunciare a  vivere  la vita come un  reciproco dono da condividere  insieme,  anche nei momenti più bui e brutali.
Beppe Giacobbe, 
Incrocio di culture
La scelta del volontariato non è aiutare una tantum”, non avviene per folgorazione, non è una via di Damasco. E’ il frutto di una cultura, introiettata in famiglia e sui banchi di scuola, che si traduce nell’educare al servizio” (2), costruendo accoglienza e solidarietà che poi ognuno di noi concretizzerà nel tempo secondo la propria chiamata, i propri carismi e le condizioni oggettive e soggettive in cui si trova. Senza preconcette selezioni od esclusioni perché le scelte di solidarietà sono per chiunque, ovunque si trovi, a qualsiasi cultura o  fede od etnia appartenga.
E’ promessa di un futuro possibile e, nella sua sfida alla società liquida, anticipazione - nell'orizzonte della profezia - di possibili nuovi stili di vita e modalità di relazione.

Beppe Giacobbe, 
Tempo libero
Note
(1) La citazione tra virgolette è tratta da  Don TONINO BELLO,  Alfabeto della vita, ed. Paoline, Mi, 2010. 
(2) cfr. C.M. Martini, Educare al Servizio, (in part. c. 6 “Società complessa, riconciliazione, eticità” pp.77-91, c. 7 “Nuovi  orientamenti della politica comunitaria di cooperazione” pp. 93-100, c.13 “Farsi prossimo nella città” pp.157-164, EDB, Bologna, 1987.

2 commenti:

  1. Il volontariato è una realtà positive della realtà odierna,faro di luce in una transizione problematica e quanto mai complessa, pietra d'angolo ( nell'accezione evangelica), punto di riferimento nella società cosiddetta " liquida". Gian Maria ha saputo definirla e descriverla, come è possibile solo ad un competente della materia e ad un educatore "a tutto campo". Nel tessuto della narrazione, gli inserti iconografici si distinguono per la " precisione " e per la qualità.

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  2. Leggendo il tuo commento, mi viene in mente un passo dell’anonimo estensore della lettera a Diogneto che descrive la presenza dei cristiani nella società a lui contemporanea, per altri aspetti non meno “liquida” della nostra:“E’ tanto nobile il posto che Dio ha loro assegnato che a nessuno è permesso disertare” (VI, 10) . E ancora: “Imita Dio chi prende su di sé i pesi degli altri, chi nel campo in cui ha una qualche superiorità vuol fare del bene ad altri meno fortunati, chi dà con liberalità a quelli che ne hanno bisogno quei beni che passano per le sue mani, ma che sono stati ricevuti da Dio” (X,6).

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