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sabato 8 settembre 2018

Siamo tutti nomadi. Cantautori del viaggio.

Il nomadismo come categoria dello spirito.
Post di Gian Maria Zavattaro
Video con canzoni d'autore.

Condivisione del cibo, 
nell'immagine tratta dal video di Ivano Fossati, 
"Mio fratello che guardi il mondo" (sotto inserito).
“Ci rendiamo conto che non abbiamo politici in grado di affrontare l’immane fatica di pensare un mondo “altro”. Ma saremmo fuori dalla civiltà e dalla stessa fede, se stabilissimo che è “naturale” far pagare agli “ultimi” la nostra voglia di vivere e la smodata presunzione di essere “superiori” ai comuni mortali. L’Occidente è ad un bivio. O smette di dirsi umano e cristiano […], oppure “condivide” ciò che è ed ha: cultura, tradizione umanistica, diritti umani, fino a questa terra che è di Dio, e dunque di tutti, questo pane che la terra ancora ci dona. Nessuno pensa che sia cosa da poco, ovvia e di immediata attuazione. Non è follia, è l’unica saggezza possibile”(F. Scalia  SJ, in Adista n. 17, 09.05.2015).

Siamo tutti nomadi. Siamo tutti di passaggio, in viaggio, in movimento, in continua trasformazione. Il nostro  è un pianeta nomade ed ognuno di noi è contrassegnato dalla sua  “identità nomadica”: ognuna  diversa, divergente, spesso opposta rispetto alle altre ….

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🌟1. C’è chi banalmente esprime il suo nomadismo  nello shopping dei mega-supermercati o nelle carrellate virtuali di internet: un consumo frenetico di merci o di “mi piace”,  ricerche  compulsive, vagabondaggio di chi sente nell’intimo del suo vivere la propria precarietà, fluttuante nell’ “uno, nessuno, centomila” e nell’Uguale.
🌟 2. C’è  il nomadismo, alla disperata ricerca di una terra  a loro mai promessa, dei migranti che taluni interpretano come avvisaglia di apocalittiche transumanze che sconvolgeranno e ridurranno il mondo  ad una congerie di  branchi di meticci.
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🌟 3. C’è il nomadismo eco-turistico di chi gira  a piedi in bici in moto in caravan, visita  il mondo e scopre, ma solo per sé e solo se davvero vede ed ascolta il creato, meraviglie sconosciute agli autoctoni distratti dalle loro faccende quotidiane.
🌟 4. Ci sono i pellegrini che vanno a Gerusalemme o a Roma o a Compostela e fanno del loro pellegrinaggio un simbolo vivente della loro fede:  metafora del cristiano,  nomade  che  vive fino in fondo l’impegno dell’incarnazione nel mondo ma senza essere  del mondo,  ben sapendo che la terra promessa è nell’altrove,  come  suggerisce  la “Lettera a Diogneto”.
🌟 5. Ed ancora tante altre forme di nomadismo odierno …
Che cosa dire di queste difformi e contrastanti identità nomadiche del nostro tempo?  C’è qualcosa che le accomuna?
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Forse il fatto  che siamo tutti viandanti, di passaggio come passaggio è la vita degli uomini, stranieri ed insieme ospiti,  ospitanti ed ospitati.
Ma tra ospitalità e ostilità il passo è breve e l’hospes può diventare hostis, come succede oggi ad ognuno di noi che, di fronte ai migranti bloccati nei porti italiani o, peggio, nei lager libici assume lo sguardo dell’hospes che bene-dice ed accoglie i transitanti come persone oppure si chiude nella cecità dell’hostis che male-dice e respinge gli stranieri come nemici alieni. 
Ospitalità-ostilità: una dialettica presente sin dall’antichità L’ospite era, sì,  sacro e  l’ospitalità la più fulgida virtù, ma lo straniero, proprio  perché tale, non aveva diritti: preda da cacciare, uccidere, sacrificare, espellere e ridurre in schiavitù.
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Anche nel nostro mondo nomade di oggi ospitalità e diritto predatorio, filia e fobia, si contendono il primato. I viandanti stranieri, i cosiddetti migranti, e più in generale gli “altri”,  toccano la nostra insicurezza, rivelano tutta la nostra labilità su cui  c’è chi semina  irrazionali paure; la loro esistenza e la loro presenza entrano in competizione con noi e possono provocare lo scivolamento dell’ospitalità in ostilità. Si diventa inaccessibili come il nostro territorio diventato inaccessibile, non solo quello nazionale, ma anche quello intorno a noi che ognuno considera suo spazio vitale esclusivo. Così ci si trincera,  gli altri diventano stranieri, ovvero estranei, respinti perché negati, privi del  passaporto o del  permesso di soggiorno, segni emblematici del diritto alla territorialità.
Eppure siamo tutti nomadi, tutti di passaggio, in viaggio. Come l’Odisseo omerico o l’Ulisse dantesco od Abramo.
Ma oggi non ci sono  né Omero né Dante né Lévinas a leggere le nostre divergenti ed opposte  “identità nomadiche”, a trasfigurare storie ansie odissee in figure poetiche o tragiche o eroicamente fiduciose nelle promesse del totalmente Altro..
E allora perché non interrogarci a fondo in quale identità nomadica ci riconosciamo e quale  rispettiamo, difendiamo ed accogliamo? 
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7 commenti:

  1. Il post ha il sapore di un completamento di un ciclo. Un ciclo di post che si son soffermati sulla migrazione, sulla figura del migrante-viandante-pellegrino.
    La canzone d’autore ha colto e via via interpretato il fenomeno, indicando vie di conferma dei valori forti della tradizione culturale , in chiave di apertura-confronto-condivisione-accoglienza.
    Eppure la società, blo*ccata dalla paura e dalla falsa propaganda, si lascia stornare!
    Da ogni parte, in primis la Chiesa sotto la guida di Bergoglio ( vedi intervista recente al Sole 24 Ore), si ripetono gli appelli a ritrovare serenità, piacere della Vita, speranza nel futuro, apertura all’Altro.
    Grazie Gian Maria!��������

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    1. Sì, un completamento di una riflessione corale che ci vede quotidianamente impegnati, nei nostri limiti e possibilità. Anzi No: piuttosto la chiusa di una tappa che ci consenta di riprendere il nostro nomade cammino di pellegrini (questa la nostra identità nomadica) verso un’autentica comunità, come tu sai, con perseveranza, insistentemente, direi testardamente, ricordare e testimoniare. A volte - non sempre, magari raramente – repetita iuvant: anche questo fa parte della speranza.

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  2. Laura D’Aurizio8 settembre 2018 16:33

    Come dimenticare che siamo tutti su un gigantesco sasso col cuore di fuoco, sospeso nel vuoto chiamato cosmo?

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    1. Gent.e Laura, mi pare il tuo un “ben pensare” che è più che pensare, come diceva Morin a proposito della visione pascaliana della marginalità della nostra terra, terzo satellite di un sole, astro perduto in una galassia periferica fra miliardi di galassie di un universo in espansione. Questo dovrebbe ridimensionare il nostro incredibile gigantismo: farci vivere la nostra precarietà con serena gioia, godendo e condividendo amore, amicizia, stupore (i papaveri!), tenerezza verso ogni forma vivente …; farci “pensare”, liberarci ogni tanto dalla frammentazione della nostra esistenza per cogliere l’essenziale, magari fino a giungere alle soglie del Mistero. Insomma un pensare non soltanto prosaico, votato ai compiti utilitaristici, ma poetico, votato alla comunione e all'amore.

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  3. Laura D’Aurizio9 settembre 2018 17:14

    Grazie d'una risposta così intensa così meditativa, in un breve testo è raccolta una summa di pensiero sul reale e sul mistero che è la nostra condizione di vita tra i due poli dell'esserci e del non più esserci. Forse mostrando nelle scuole fin da piccoli la nostra realtà cosmologica unendola agli insegnamenti di etica e di ecologia, forse l'essere umano si disporrà ad una migliore comprensione di sé nel suo contesto di vita?
    Ma il degrado morale sopravvanza, la caduta di valori di base quelli fondati sull'acquisizione dei significati universali, proprio di questi dobbiamo occuparci sempre di più per la la loro insita forza accomunante, perché l'umanità non può abdicare alla forza spirituale della rassomiglianza, dell'uguaglianza, del riconoscimento inter pares basandosi sull'affinità di essere tutti partecipi al genere umano. Altrimenti tutto è destinato alla distruzione e pure le oligarchie condannate all'estinzione. Ma c'è una tale follia distruttiva nel cuore dell'uomo...

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  4. Riflessioni magistrali le sue. Averle accompagnate con i testi poetici di Battiato, Fossati, Branduardi, i Nomadi ... è stato azzeccatissimo. Grazie. Il vostro blog mi fa sentire meno la solitudine etica dell'oggi.

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