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giovedì 21 febbraio 2019

Fare comunità oggi.

Parlare di comunità e di ponti nel tempo dei cuori sbarrati e dei muri: è questa la sfida del presente.
Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini delle illustrazioni Francesco Bongiorni (qui la pagina instagram), per gentile autorizzazione.

Quaerere veritatem in dulcedine societatis”
(S. Alberto Magno)

Francesco Bongiorni, 
Un milione di passi
C’è parola e chiacchiera. La chiacchiera è quella dilagante che ogni giorno subiamo, ci stordisce, obnubila il pensiero, clona  i nostri cuori.
La Parola è la grazia che ci scuote dalla sonnolenza, ci eleva alla “vertigine della profondità”, coniuga la solitudine con la solidarietà, ci distoglie dall’egocentrismo vegetativo facendoci vivere l’avventura con l’altro, il “tu che “l’io” accoglie.  E’ l’unica ricchezza a portata di tutti. Può liberarci dalla nostra paralisi relazionale e culturale,  aprire il cuore, costringerci a “pensare” con la nostra testa, a resistere alla cooptazione subliminale orchestrata e pianificata da assoldati professionisti dell’inganno mediatico.
Esercitare la Parola oggi più che mai vuol dire sgretolare il silenzio, rivendicare la propria identità, non dar retta agli strilloni, dissolvere la paura, non abdicare a fronte di un mondo che non  è mondo, non “cosmos” ma “caos” senza senso e senza passione. La Parola è prologo alla costruzione della speranza. Perciò facciamoci forti della parola nelle nostre case, nelle piazze, nelle strade, sui media…
Francesco Bongiorni, 
Senza titolo
Inesorabilmente le notizie di cronaca continuano a riproporci muri, barriere, porte e porti chiusi, cuori sbarrati, stolide ricorrenti affabulazioni di presunti complotti locali e neocoloniali, volti a distoglierci dal prestare attenzione a ciò che è essenziale, cioè capitale e sostanziale. Che cosa?  Da una parte oggi il nostro malessere, il nostro disorientamento, le nostre paure e fragilità; dall’altra i calvari e tragedie degli “altri”  prossimi  e lontani, le migrazioni coatte (dalla fame dalla guerra dalla miseria dalla disperazione), le morti assurde di migliaia e migliaia di  persone invisibili che non scuotono più le nostre abitudini indisponibili a farsi carico della sofferenza e della solitudine altrui. 
Non è questione di essere pro o contro, oppositori o conniventi: è semplice questione anti-ideologica, semplice problema di “verità e carità”, come scriveva don Mazzolari nel luglio del 1954 a proposito delle forze politiche allora al governo (1).
Eppure, in un mondo che sembra sancire il tramonto dell'Uomo come persona e il trionfo dell'Uomo come individuo, esistono tempi e spazi dove ci si prende cura gli uni degli altri  e si crede che una vita "ricca" debba essere vissuta nella com-unione degli uomini. Se ci fermiamo un momento e guardiamo a fondo ciò che succede nelle situazioni di vita quotidiana, scopriamo  che  ogni giorno  la reazione alla protervia di leggi moralmente inique, se non addirittura giuridicamente disumane, sta innestando comportamenti che parlano una lingua diversa, che testimoniano la voglia di comunità, pur in assenza delle luci della ribalta.
Francesco Bongiorni, 
Vox populi
A chi in nome del popolo italiano ("popolo"?) infligge dolore agli  "altri", sorretto dalla pretestuosa neutralità di una maggioranza silenziosa o sguaiata, la vera risposta, la migliore, è  costruire o ricostruire la comunità nel comune cammino di gratuità, di gesti quotidiani di solidarietà ed ospitalità dell’altro. E’ l’abissale diversità di chi riscopre e promuove vera cultura, che è rispondere con parole gesti azioni alle eterne tre domande kantiane (dove “io” diventa “noi”): “Chi siamo? Che cosa insieme possiamo conoscere? Che cosa insieme dobbiamo fare? Che cosa insieme ci è concesso sperare?” (2).
E’ il coraggio  di essere  laici consapevoli, credenti e non credenti. (3)
La laicità - ci suggerisce R. Mancini - non è un’ideologia, ma “una consapevolezza che si fa carico dell’universale condizione terrestre, della corresponsabilità, dell’ospitalità, del dialogo come dinamica di gestazione delle decisioni collettive, della giustizia verso chiunque”(4).
Forse a questo punto ci pare comprensibile l’affermazione di Maritain  “La democrazia è per essenza evangelica” (5): “democrazia” concepita come mettere in comune la generosità, ognuno caricandosi del destino di gioia e di sofferenza dell’altro.   
Francesco Bongiorni, 
Leadership
Chiudo, nel segno della speranza, con una citazione del card. Martini:   “La S. Scrittura non ci parla di un’era messianica millenaria, che ci faccia sognare un paradiso in terra.  Ci insegna piuttosto che la vita sulla terra sarà sempre una grande lotta. Tuttavia ci sono per il politico cristiano delle speranze concrete … Il Regno di Dio viene realizzato già in parte sulla terra, ovunque, in forza dello Spirito di Cristo, appaiono segni di conversione alla giustizia, alla comunione.  Come a dire: se tanti ci mettiamo a lavorare in tal senso, qualcosa avverrà; non tutto, perché ci saranno sempre problemi, difficoltà, defezioni personali e collettive, però molto avverrà. Il formarsi di una rete di tali realizzazioni del regno di Dio fin d’ora e il loro coagularsi in alleanza per tutta la terra, in costante combattimento contro il male e contro il degrado, è  il massimo che possiamo sperare per la nostra storia. Tutto ciò che viene costruito da un politico cristiano, santo, rimane per sempre e nulla potrà distruggerlo. Dunque queste realizzazioni possono davvero cambiare anche una società degradata e difficile come la nostra” .

🌟Note.
1.“Noi non siamo degli oppositori qualunque oggi e dei conviventi qualunque domani. Prima, dopo e sempre siamo ”oppositori” e”conviventi” dei liberali, dei socialisti, dei comunisti e dei democristiani. Ci pieghiamo solo alla verità e alla carità”. Don Primo Mazzolari, in  Adesso, luglio 1954 (rivista quindicinale da lui fondata nel 1949).
2. Il termine cultura è particolarmente ambiguo. Don Milani parlava di cultura come possesso della parola ed appartenenza alla comunità; Gadamer, filosofo, dichiarava  che la cultura è la “parola della domanda,  parola della poesia, parola del perdono che è come una prima e ultima parola”, precisando che “non è ciò che occupa il tempo libero, ma la cultura è quello che può impedire agli uomini di accanirsi l’uno contro l’altro e di essere peggiori di qualsiasi altro animale. Grazie  ad essa la diversità, l’inestricabile alterità che divide l’uomo dall’uomo, si fa superabile, anzi viene sublimata  nella prodigiosa realtà di un vivere  di un pensiero comuni e solidali” .
3. Si sa che laico e laicità sono parole ambigue: secondo il linguaggio comune  nella società  è chi non ha religione o la contesta; nella chiesa cattolica  chi non appartiene al clero. Nel secondo capitolo della Lumen gentium (”popolo di Dio”) i laici non sono più compresi a procedere dal riferimento al loro rapporto subalterno e costitutivo nei confronti della gerarchia ma compresi a procedere dalla vocazione comune a tutto il "popolo di Dio".
4. Commenta  Roberto Mancini (in Sperare con tutti, Ed. Qiqajon, Com.di Bose, Magnano (Bi), 2010, pp. 107-109): la laicità non si definisce per contrapposizione, perché laici siamo tutti (compresi i presbiteri ed i vescovi) in quanto apparteniamo al ”laòs”, al “popolo” non contrapposto al popolo profano o pagano, ma in quanto coincide  con esso, poiché tutta l’umanità è chiamata a diventare popolo di Dio in un mondo partecipe della redenzione dell’uomo e che impegna tutti alla responsabilità per la vita comune,
5. J. Maritain, Cristianesimo e democrazia,  Mi,1953, p.51)
6. Carlo Maria Martini, Viaggio nel Vocabolario dell’etica, Piemme/Centro ambrosiano, 1993,  pp. 134-135.

12 commenti:

  1. grazie! mi ritrovo nella definizione di Gadamer. aggiungo che gli animali in nessun caso sono paragonabili all'uomo. sarà un'aggiunta sconveniente, ma lo devo agli animali(non hanno parola..).

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    1. Condivido la sua “aggiunta” per nulla sconveniente, gent.le Roberta, sugli animali, decisamente migliori, sottolinea Gadamer, rispetto a chi calpesta e distrugge la propria ed altrui cultura, ovvero è disumano. Buona domenica.

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  2. Si richiede un lungo ed articolato commento.
    Per cominciare : la Parola è cura!
    Si noti la maiuscola, è dovuta al Logos divino da dove discende.
    Gli uomini partecipano alla Parola, nel nome della condivisione : siamo figli di Dio.
    Bisogna però svolgerla bene la partecipazione...ed invece , il più delle volte, degradiamo la Parola in chiacchiera, in “ flatus vocis “, in sotterfugi ( arte della retorica) per ingannare gli altri, per propinare opinioni surrettizie, soggettive ed ingannevoli ( la politica nell’epoca digitale ne è infetta).
    Uomini, esseri comunicanti nel dialogo, modo autentico per instaurare rapporti alla pari, rapporti di reciproca fecondazione, sulla via della “ societas” Nel dialogo, come diceva Socrate, si trova la via della virtù.
    E così ci impastiamo di cultura! Cultura dialogante, promozione dell’Uomo, crogiolo di esperienza vissuta, illuminata dalla Luce della Verità ( “ Io sono la Verità, la Via, la Vita “).
    E, come suggeriva il cardinale Martini, bisogna essere consapevoli della nostra “ pochezza”, dei nostri limiti legati al finito creaturale ed inclinante a bassezze e cattiverie.
    Ci salva “ il regno di Dio”, che comincia in questo “ secolo terreno” e si chiude in circolo nell’aldilà.
    È regno di fratellanza e si frequenta con l’accoglienza.
    Grazie Gian Maria, per avercelo ricordato!

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    1. Caro Rosario, mi pare il tuo commento una testimonianza ed una dimostrazione tanto articolata quanto appassionata della tua costante dialogica ricerca, come auspicava Alberto Magno: quaerere veritatem in dulcedine societatis.

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  3. Nella Crosiglia21 febbraio 2019 20:59

    Da leggere con attenzione.

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  4. Stamattina, leggendo il salmo 81 e la parabola della zizzania, mi è venuto spontaneo accostare anche questo scritto.
    Sono desolata e molto preoccupata per tutto quanto sta capitando intorno a me, a noi: sento minacciata fortemente la nostra comunità. Mi chiedo cosa posso fare? Come pormi davanti ai miei figli, come pormi davanti ai ragazzi che incontro ogni giorno a scuola?
    La risposta che sento più immediata è quella di continuare a sperare, continuare a cercare di nutrire il mio cuore e la mia mente di Scrittura e cose belle, come questa che hai scritto.
    Coltivare il Bene! Non siamo noi a dover sradicare la zizzania....non spetta a noi. A noi il compito di "coltivare e custodire" quanto il Signore ci ha affidato.
    Grazie di cuore per darci la possibilità di condividere e nutrirci reciprocamente di quanto è buono e bello.
    A presto Patrizia

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    1. Cara Patrizia, condivido appieno la tua apprensione. Ogni giorno il nostro “ottimismo tragico” viene messo alla prova. In questo tempo di privazione non è facile per il credente essere testimone della speranza. Lasciami citare MOUNIER, che sai a me caro: “Il tempo spirituale è fatto di salti violenti, di crisi e di notti interrotte da rari istanti di pienezza e di pace. Assomiglia al tempo del poeta, più che a quello dell’ingegnere. Si potrebbe scrivere sul suo frontale: alla certezza attraverso l’ambiguità, alla gioia attraverso la desolazione, alla luce attraverso la notte” (“L’avventura cristiana”). Penso al Vangelo di Luca di domenica scorsa sulle Beatitudini, al card. Martini ed al passo che ho citato. E soprattutto ora sull’esempio e le parole di papa Francesco, insieme a mia moglie, a te e tutti gli amici ed a tutti gli uomini e le donne “bonae voluntatis” sparsi nel globo terracqueo, anch’io voglio, come tu stai facendo, – nel mio piccolo, non importa quanto significante, quotidiano impegno verso chi incontro – continuare a credere “ contra spem in spem”. Un caro saluto a te e Giuseppe da parte mia e di Rossana.

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  5. Anche a me, leggendo questo post, è venuta in mente la parabola della zizzania e credo che, in questi tempi così difficili, il dono da chiedere sia quello del discernimento per saper leggere a fondo le varie situazioni e trovare parole e gesti in sintonia con la Parola.

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  6. Risposte
    1. Decisivo per ognuno di noi il discernimento! Dono dello Spirito per il credente e per tutti, credenti e non credenti, conquista morale quotidiana, che non si improvvisa: habitus da preservare, esercizio da coltivare, aristotelica medietas che rifugge da ogni irreale intransigenza, virtù - segnata da rigorismo morale e da sano realismo – che non giudica e non condanna le persone ma ne denuncia i comportamenti lesivi della dignità di ogni essere umano e contrari alla propria coscienza, non so se ci riesco, ma continuo a provarci… Grazie a lei gent.le Annamaria.

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  7. Ogni volta che visito questo blog ricevo una zaffata di luce e di speranza. Grazie. Buona domenica.

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