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domenica 5 novembre 2023

Della clemenza.

Elogio dell'inclinazione, intesa come orientamento verso l'esterno, uscita dalla sfera dell'io.
Post di Rosario Grillo.

Artemisia Gentileschi, Allegoria dell'inclinazione, 1615
Eppure la clemenza non è il perdono. E che cos’è allora? Qual è la sua condizione stereotipica, quali ne sono i motivi e l’utilità? Chi esercita o dovrebbe esercitare la clemenza, il giudice buono, il padre indulgente, il sovrano misericordioso, il politico populista? In effetti la clemenza è la disposizione benevola del capo sovrano verso l’inferiore; è virtù esterna, pubblica, non privata e interna come lo sono bontà e umiltà. È virtù dei potenti verso i soggetti, è azione di un superiore sociale verso un inferiore, talora richiesta alla giustizia, che con la grazia risparmia la vita o anni di pena. Si applica a contesti di giurisprudenza e di politica, esprime la mitigazione della retribuzione (Clemenza in Doppiozero).
 
💥 PREMESSA
Passando lo sguardo sulla postura della società attuale vien fuori la rigidità di una pretesa morale ispirata alla rettitudine bacchettona. Su di essa è seduta la disposizione comune a considerarsi portatori di verità incontrovertibili, con la refrattarietà ad assumere apertura al dissenso e proposito di dialogo.
A mio parere, non è solo un effetto del piglio “polemico e ciarliero” del mondo da social media; è soprattutto invece effetto scaturito da un input impresso dall’alto, da quanti subdolamente applicano il precetto latino: divide et impera.
La gamma di questa postura, del resto, ha molteplici variazioni e sembianze, tutte convergenti però nel rinsaldare un fondamentalismo culturale di base (1).
 
💥 RETTITUDINE - INCLINAZIONE
Artemisia Gentileschi, Allegoria della pittura
La filosofa Adriana Cavarero (2) si è occupata tempo fa di analizzare la corrispondenza tra rettitudine e linea verticale. La prima, come risaputo, è propria del rigore morale di una persona perbene, onestamente dedita ad operare per il bene; la seconda è linea spaziale che rappresenta lo stare e-retto.
L’associazione permette di interrogarsi sulla indefettibilità della rettitudine. La Cavarero conosce bene il determinismo, riducibile ad un’azione/reazione, sotto denominazione di causa/effetto, escludente altre vie d’uscita con altre possibilità. Determinismo infatti si identifica con meccanicismo: assenza di libertà.
La filosofa, così provocata, ha cercato un’alternativa, trovandola nella teoria del clinamen (deviazione), risalente alla fisica epicurea, poi assunta dal bell’affresco poetico del De rerum natura di Lucrezio (3).
Il clinamen (da κλινω) è un’inclinazione. Come tale è valorizzato dalla Cavarero, che, aiutata da opere letterarie ed artistiche (soprattutto le Madonne rinascimentali, tra tutte: il leonardesco dipinto Sant’Anna, la Madonna e l’agnellino), mette in risalto la consonanza tra la postura femminile e l’inclinazione (postura non verticale, ma obliqua).
È necessario, a questo punto, dar spessore alla interpretazione della Cavarero. Non è solo una ricercata - pregiudiziale in tal caso - contrapposizione tra il maschile (verticale: postura eretta) e il femminile (orizzontale ed obliqua, in quanto connotata da inclinazione), è piuttosto un orientamento verso l’esterno, uscita dalla sfera dell’io, apertura verso l’Altro (4). Va posto sulla scia di Hannah Arendt che aveva scritto: “Ogni inclinazione ci sporge all’esterno, ci porta fuori dall’io”.
Nella maternità appunto, si ha esempio di un interesse obliquo, inclinato verso la vita che nasce; un “ricorso” dell’inizio, momento aurorale della vita.
 
💥 DA CAVARERO A FRANCESCA RIGOTTI
Artemisia Gentileschi, Allegoria della pace e delle arti
Un’altra filosofa, F. Rigotti, in un’opera recente, Clemenza (5), prende spunto dalla argomentazione della Cavarero per delucidare la trama della clemenza. Le indagini etimologiche, per altro, portano a constatare la provenienza della parola clemenza da κλινω (inclinare).
Ordinariamente, la clemenza è declinata in senso aggettivale; qui invece se ne rivendica il nerbo sostantivale. In questa misura la clemenza è un di più rispetto alla docilità, all’azione mediatrice, di compromesso, orientata a smussare la drasticità di un provvedimento. Provvedimento che viene previsto come: punizione, per favorire la riabilitazione. Sono tutte locuzioni relative al suo abituale campo di applicazione: il diritto penale.
Io vedo la clemenza investigata dalla Rigotti, piuttosto, come: una forma di vita (6). Assumo cioè la libertà di rimarcare il peso che la Rigotti attribuisce alla clemenza, servendomi di un principio della filosofia di G. Agamben. Per esso e con esso, la clemenza viene ad assumere la qualità propria di una persona libera dal peso della postura verticale, iniziata alle virtù, iscritta all’universo del possibile, senza pregiudizi.
La Rigotti, di suo, frequenta gli autori classici, e così rafforza la natura della clemenza, rinviando: alle invocazioni presenti nell’Iliade di Omero, all’opera di Seneca, riconosciuto maestro di stoica virtù Clementia est inclinatio animi ad lenitatem legge nell’opera di Seneca.
Da qui inferisce, nella clemenza, una dote propiziatrice di attitudine a rivestirsi di fragilità, riconoscendosi simile tra simili, inter pares, fuori di ogni disposizione al sopruso. Suggerisce la Rigotti: è il modus (abito) per coltivare “l’interesse comune.
In questa configurazione, peroro la sua diffusione, vedendone un efficace rimedio alla dismisura dell’io ipertrofico.
 
💥 Note.
(1) Qui declino cultura in senso antropologico e rimprovero una posa di costume, ormai appiattita nello scontro ideologico.
(2) Adriana Cavarero, conosciuta filosofa iscritta alla “filosofia delle donne”, ha un ricco patrimonio di opere.
(3) Il poeta Lucrezio Caro è filosoficamente allineato all’ epicureismo.
(4) In questo frangente la Cavarero mette all’indice lo stesso Levinas, trovando la sua dottrina della alterità viziata dalla verticalità, ancora legata allo schema dell’io della modernità.
(5) F. Rigotti, Clemenza, il Mulino 2023.
(6) “Tutti gli esseri viventi sono in una forma di vita, ma non tutti sono (o non sempre sono) una forma-di-vita. Nel punto in cui la forma-di-vita si costituisce, essa destituisce e rende inoperose tutte le singole forme di vita. Forma vitae designa, in questo senso, un modo di vita che, in quanto aderisce strettamente a una forma o modello, dal quale non può essere separato, si costituisce per ciò stesso come esempio” (Altissima povertà di G. Agamben).

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1 commento:

  1. Un ringraziamento a Rossana per la cura che ha dedicato al post.
    Vi abbraccio 🤗🍀🎈Rosario

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