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giovedì 5 novembre 2015

Emmanuel Mounier, il pensiero.


Emmanuel Mounier
La filosofia “personalista e comunitaria” di Mounier (1905-1950) non è un sistema speculativo né un movimento politico. E’ una filosofia (spesso guardata con supponenza  dagli accademici e vista con sospetto da certi ecclesiastici curiali), “provvisoria”, destinata ad essere superata nella misura in cui si realizzano le persone e la comunità.
Il Personalismo.
Anti-ideologica per vocazione, si oppone ad ogni  distorsione mistificatoria del pensiero in funzione di interessi particolari e intende smascherare il “disordine stabilito” ed ogni forma di potere  che minaccia la libertà delle persone. E’ “lotta per l’uomo”, “pensiero combattivo”, “progetto”, “engagement” (termine usato da Mounier molto prima di Sartre).



Sin dai primi numeri della rivista Esprit (da lui fondata nel 1930) esplicite sono le istanze fondanti:
Dalla parte 
dei poveri
1. Collocarsi nel cuore della miseria in tutte le sue forme. Pensando alla Chiesa oggi ed a papa Francesco non è difficile cogliere l’aspetto profetico di Mounier. Ciò che egli vuole non è una “città comoda” ma una “città giusta”. Sulla scia di Péguy distingue la “miseria” (condizione disumana priva dei beni essenziali) dalla “povertà”, virtù di chi non si lascia corrompere dal possesso e dall' avere” perché sceglie di partecipare alla comunione gioiosa con il creato e tutte le creature  viventi. “Contro la ricchezza e contro la miseria ad un tempo noi conduciamo la rivolta della Povertà, di una povertà dalle forme indubbiamente imprevedibili che, senza volger le spalle al nuovo, si servirà dell’abbondanza per rendersi sempre più feconda nel distacco dai beni materiali” (1935, in Oeuvres 1961, I, tr. it. p. 410).
La dimensione
spirituale
2. Affermare il  primato della persona e dello spirituale - valori non solo cristiani - nella relazione con gli altri, nel costruire una comunità di persone.
Il significato 
di rivoluzione
3. Rompere con  il “disordine stabilito” che dietro un'apparenza di ordine e legalità democratica è in realtà ingiusto ed ineguale, perché il potere del denaro non si esercita solo in fabbrica ma nella manipolazione dei media  e dei partiti,  rendendo illusoria ogni libertà. Rottura che si pratica attraverso una permanente rivoluzione che prima di tutto è “conversione” interiore (“μετανοεῖτε cambiate il cuore del vostro cuore”) che richiede però nuove strutture che restituiscano la società e le persone ai loro bisogni autentici. 
Il primato
 dell'essere

4. Prendere congedo dalla caricatura “borghese” del cristianesimo. Borghese per Mounier non è tanto l’appartenente  ad un ceto sociale dominante, ma dimensione esistenziale, segnata dall’avarizia e dalla mediocrità. E’ l’uomo dell’avere, “che ha perso il senso dell’Essere e che si muove solo fra le cose, e cose utilizzabili, private del loro mistero”.
La scelta  personalista  e  comunitaria non è per gente tranquilla che vive una  pietà generica, il cui pacifismo  in pantofole  detesta non altro che la propria paura della morte e  delle sofferenze, ed in realtà compiange unicamente la propria tranquillità minacciata.
Il rapporto 
tra profezia e politica
Il personalismo mouneriano  vive e si esprime tra polo politico e polo profetico, tra “mistica (appello etico a un'esistenza di spossessamento di sé per aprirsi all'Altro ed agli altri,  senso del mistero, gioia, gratuità, poesia) e politica” (fedeltà alla terra, amore per ogni uomo e donna  nell'impegno duraturo di cittadinanza attiva). Ma per Mounier la politica è sempre il “penultimo”;  la mistica, per lui credente la fede, “l’ultimo” (nel significato propriamente etimologico di fondamentale e primario nella scala di valori).
“Io voglio accogliere e donare: è tutto” (1928, lettera di Mounier a J.Guitton).  A questa istanza  rimarrà fedele per tutta la vita.
Una pedagogia

«Il personalismo non è un’etica per i “grandi uomini”, un nuovo tipo di aristocrazia, che sceglierebbe gli individui più eccezionali dal punto di vista psicologico o spirituale per farne i capi alteri e solitari dell’umanità. Si sa che questa è la posizione di Nietzsche. In seguito, molti ambiziosi, ebbri di disprezzo, hanno fatto i commedianti, al riparo del suo nome. Se la persona si realizza perseguendo valori posti all’infinito, essa è chiamata all’eccezionale in seno alla stessa vita di ogni giorno. Ma questo eccezionale non la isola, giacché ogni altra persona è chiamata all’eccezionale. Come ha scritto Kierkegaard, che pure talvolta s’è abbandonato alla tentazione dell’eccesso: “L’uomo veramente eccezionale è quello veramente normale» (E. Mounier).

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