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domenica 8 novembre 2015

La figura di Simone Weil.


Simone Weil, 
La persona 
e il sacro.
Non potendo delineare in poche righe la complessa personalità di Simone Weil (1909-1943), mi limito ad indicare due direttrici:  (1) fu sempre dalla parte degli oppressi e degli “sventurati”; (2) la sua ricerca religiosa, intensa, mistica e profonda, l’avvicinò alla fede cattolica.
(1) In prima fila nelle lotte sindacali e politiche, sperimenta il duro lavoro nelle fabbriche e nei campi, partecipa alla guerra civile spagnola, intuisce la gravità del nazismo che intende combattere senza risparmiarsi e si lascia infine morire d’inedia per partecipare alle sofferenze degli ebrei.
Simone Weil, 
La questione 
operaia
Insegna filosofia tra il 1931-38 nei licei femminili di varie città francesi, disorientando alunne e cittadini per le sue iniziative. Dello stipendio spende per sé solo l’equivalente del sussidio ai disoccupati, per condividerne le ristrettezze di vita. In varie pubblicazioni denuncia anche lo stalinismo come forma di oppressione non dissimile dal fascismo. Ospita per qualche tempo a Parigi l’esule Trockij, con il quale si scontra verbalmente, lasciandolo interdetto: “appartiene forse all’esercito della salvezza”.


Simone Weil, 
Quaderni, 1
Dal 1930 avverte incessanti dolori fisici che la tormenteranno per tutta la vita. Pur in queste condizioni vuole vivere direttamente la condizione operaia (otto mesi di lavoro in fabbrica, tra cui la Peugeot). Nell’agosto 1936 decide di prendere parte alla guerra civile in Spagna, si aggrega ai repubblicani che per lei rappresentano gli oppressi e gli umili. Pur non partecipando ai combattimenti, si ferisce gravemente e torna in settembre a Parigi: “non era più, come mi era sembrata all’inizio, una guerra di contadini affamati contro  i proprietari terrieri e il clero complice dei proprietari, ma una guerra tra la Russia, la Germania e l’Italia”.
Simone Weil, 
Attesa di Dio.
(2) Ebrea, intellettuale laica educata nell’agnosticismo, scopre progressivamente di sentirsi cattolica “di diritto”.
Decisivi sono “tre contatti”: con alcuni pescatori portoghesi; con la spiritualità di S. Francesco  ad Assisi (“per la prima volta nella mia vita qualcosa più forte di me mi ha obbligata  a mettermi in ginocchio”); con la liturgia cattolica nel 1938 a Solesmes, dove, mentre osserva un giovane cattolico che ha ricevuto la  comunione, lo vede rilucere di uno splendore angelico e, recitando “L’amore mi diede il benvenuto” di George Herbert (che impara a memoria), si sente “presa da Cristo”.
Simone Weil, 
L'ombra 
e la grazia.
Ma resterà sempre volutamente “sulla soglia della Chiesa”. Nel 1940, con l’invasione tedesca, si trasferisce a Vichy assieme ai genitori in attesa di imbarcarsi per l’America, poi a Tolosa e infine a Marsiglia. Aiuta i rifugiati ebrei e  fraternizza con i poveri. Arrestata mentre distribuisce volantini, è rilasciata dal giudice che la ritiene pazza. Conosce Perrin, un domenicano che diventa il suo confidente spirituale e le presenta Thibon “filosofo contadino” che l’assume nella sua fattoria, dove nell’autunno 1941 lavora come operaia agricola, dorme in una casetta diroccata, sulla nuda terra, mangia quel che trova,  si disseta da una sorgente.
Simone Weil, 
La prima radice.
Nel 1942 scrive le sue opere migliori e si lega alla Resistenza con i giovani cattolici guidati da Perrin.
A metà maggio segue i genitori a Casablanca, dove soccorre come può gli esuli ebrei. A luglio è con i genitori a New York; non resiste; a dicembre è a Londra per unirsi a “France libre”, ma è considerata ancora una volta  pazza. Il 15 aprile 1943, trovata svenuta in camera, è condotta all’ospedale. Affetta da tubercolosi aggravata dalle privazioni a cui si è sottoposta, muore il 24 agosto nel sanatorio di Ashford, nei pressi di Londra. Il Tuesday Express titola in prima pagina: “Professoressa francese si lascia morire di fame”.

Ha detto Vito Mancuso... “… in lei si possono trovare pagine di luminoso amore per il mondo e per la vita accanto ad altre di segno opposto e se dovessi paragonarla a un pittore, penso che potrei fare il nome di Caravaggio, Rembrandt. Però se c’è una cosa che appare contraddizione non è un segno negativo, al contrario, nella misura in cui è teorizzata, la contraddizione ha la capacità di portare il pensiero al cospetto del chiaro-scuro della vita, che è meraviglia e che è terrore nello stesso tempo …”
(Vito Mancuso, La fede libera di Simone Weil, Radio 3, 18 marzo 2008).

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