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lunedì 4 marzo 2019

Il compito "profetico" della scuola nella società senz’anima.

La scuola è "extraterritoriale" rispetto alla società e perciò può costituirne il lievito e dare impulso creativo al mondo senz'anima.
Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazioni i Angelo Ruta (qui la pagina instagram).

Angelo Ruta, 
Book terapy
Tralasciando il significato squisitamente religioso di “anima” (che merita un discorso a parte) e concentrandoci sulle “laiche” accezioni che la descrivono (respiro, soffio vitale, spirito, pensiero, coscienza, calore, dedizione, passione), la scuola ha un’anima?  Parlo di tutte le scuole in questa nostra Italia,  luoghi di relazione e di educazione. Non parlo di singole scuole, questa o quell’altra, ben sapendo che in ognuna si può annidare la tentazione del tradimento della propria anima, quando da “luogo” si intristisce in “non-luogo” di relazione.
Ebbene se ritenessimo che le scuole non siano altro che lo specchio di questa società hic et nunc, la risposta sarebbe scontata. Ma la scuola in sé, pur indubbiamente condizionata dall’abitare il presente di cui è anche riflesso, sconfina nell’oltre. Essa “siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi (1): è splendidamente inattuale, “extraterritoriale”, sfugge all’esclusiva appartenenza di chicchessia, appartiene a tutti ed a nessuno.
Angelo Ruta, 
Senza titolo
Che cosa significa per la scuola avere un’anima?  Essere appunto soffio vitale e respiro dell’umanità, suscitare  passione dedizione calore, abitare il pensiero e formare la libertà di coscienza. Il nucleo della sua anima, la “lentezza”,  non tollera l’illusione che il mondo sia solo quello che si vede di corsa. Ci immerge  nella vita vissuta con ritmi tempi e modi alternativi: la poesia, la meraviglia, la gratuità, la bellezza, la com-unione tra generazioni. Può unire docenti studenti genitori, può consentire alla generosità e solidarietà di circolare dentro e fuori le sue aule,  dà il via a nuove avventure, sollecita alla “narrazione”, a veleggiare da un pensiero all’altro e da un’emozione all’altra tramite la parola, la lettura, l’ascolto, la ricerca corale, il silenzio.  Questo significa “lentezza”.
Temo che oggi  la scuola sia rimasta pressoché sola nel  porre un freno alla frenetica corsa da un presente all’altro, alla seduzione del conformismo e del pensiero unico, ovvero del non pensare.   
Angelo Ruta, 
Memoria
Se c’è un augurio che posso rivolgere alla scuola, è che oggi con tutta l’anima si consacri all’educazione alla cittadinanza, compresa quella digitale, perché più che mai oggi abbiamo bisogno di giovani cittadini educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza attiva e non alla sudditanza.
Vuol dire incoraggiare lo sviluppo del pensiero “divergente”. Dico subito che non vedo contraddizione ed incompatibilità tra pensiero convergente e pensiero divergente. Abbiamo bisogno di entrambi per orientarci nel mondo e per decifrare la complessità delle relazioni sociali: abbiamo bisogno di convergere e divergere, di annunciare e di denunciare, di ésprit de géometrie e di ésprit de finesse, di possedere la parola della scienza  e della  tecnologia insieme alla parola della filosofia poesia arte nelle loro splendide varietà.
Oggi nelle scuole italiane prevale il pensiero che Guilford definiva “convergente”, per il  quale tutti convergono sull'unica risposta ritenuta “giusta”, possibile od accettabile in un dato contesto sociale e culturale (2). E’ evidente l’esposizione al conformismo, alla seduzione occulta o manifesta. Il pensiero divergente invece, per Guilford strettamente connesso all’atto creativo, è la capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per una data situazione che sembrerebbe prevedere un'unica risposta corretta. 
Angelo Ruta, 
La finzione moltiplica la vita
La creatività dunque è un modo particolare di pensare che implica originalità e fluidità,  rompe con i modelli esistenti svelando consapevolezze ed orizzonti impensati. Il pensiero  divergente sa guardare le persone ed il mondo in termini di libertà. (3) Sono evidenti le ripercussioni e gli effetti, soggettivi relazionali sociali politici, per il  presente e il futuro, nella scuola, nella professione, nelle relazioni sociali, nelle scelte politiche. Soprattutto oggi per non essere turlupinati e non rinunciare alla dignità di persone pensanti.
Questo mi pare oggi il compito più delicato del docente nella sua azione quotidiana: compito “profetico” lo definiva don Milani (4).

🌟Note.
1. Lettere di don Milani priore di Barbiana, Mi, Mondadori,1970, p. 222.
2. Non a caso le nostre scuole sono subissate da interrogazioni scritte ed orali volte a verificare le conoscenze e le capacità ripetitive-mnemoniche dei nostri studenti. Non fanno eccezione le  prove Invalsi che si concentrano prevalentemente su item che richiedono un'unica risposta corretta, dato ma non concesso che il pensiero divergente possa essere  attendibilmente misurato  con test cosiddetti a risposta aperta. Evidentemente nelle scuole italiane vige il più o meno consapevole convincimento che il pensiero convergente si adatti  meglio alla risoluzione dei nostri problemi particolari. In tal modo   gli studenti, per non correre rischi in un clima educativo che approva solo soluzioni convergenti, preferiscono risposte caute e convenzionali rispetto a vie nuove od originali di ricerca.
Angelo Ruta, 
Senza titolo
La mia impressione è che gli studenti che hanno un alto grado di divergenza siano poco apprezzati   rispetto a quelli con alto grado di convergenza, i quali ultimi vivono  sicuramente  in modo più sereno e rassicurante le regole ed i modelli di procedura e di condotta delle  scuole. Fermo restando che il pensiero convergente ha  punti di forza che  vanno coltivati, forse varrebbe la pena  intraprendere nuovi sentieri, rivedere nel profondo lo stile di certe lezioni, l’anima  di certe interrogazioni che richiedono intenzionalmente la ripetizione degli  appunti  dettati o delle pagine del libro “lette” a scuola od assegnate allo studio domestico. Pensiamo alle  lezioni private vissute da scuola e famiglia come “ripetizioni”, le prove scritte ed orali d’esame (quelle che il ministero subdolamente definisce “colloqui”), le modalità di valutazione e di assegnazione dei voti di profitto (i mezzi voti, i + ed i –:  un’orgia di calibrature volte a sofisticate differenziazioni del modo di ripetere il pensiero e la visione del mondo altrui e non ad esprimere un proprio personale motivato giudizio), i voti di condotta con i quali troppo spesso si premia, più che la partecipazione e l’impegno solidale, il  comportamento di sudditanza e la silente sottomissione. Infine esempio insigne ed illuminante sono le “ricerche” e le cosiddette “tesine” copia-incolla.  
3. Il suo rischio semmai potrebbe essere il narcisismo secondario e  il solipsismo elitario.
4. Cfr. Lettere di don Milani.., o.c., p.223: “E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare “i segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”.  Padre Balducci, sempre in riferimento a don Milani, così spiegava: “I profeti, si sa, hanno un compito non tanto di indottrinarci, quanto di mettere la nostra coscienza a un bivio, al bivio del sì e del no, dal quale bivio dipendono non solo l’orientamento culturale e la civiltà dei popoli ma, se siamo credenti, dipende la stessa nostra salvezza eterna” (E. Balducci, Io e don Milani,  ed. S. Paolo 2017, p.61).

7 commenti:

  1. Continuo a chiedermi cosa posso fare...

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  2. La scuola : un luogo che resta.
    Ormai da tanto tempo l’alfabetizzazione di massa ci ha talmente abituati al luogo fisico scuola e al “ momento di vita : scuola “ che tendiamo superficialmente a dimenticarci di ciò che è contenuto dentro: formazione sotto specie di paideia, magia come quella che accompagna l’incanto delle cose che si imparano, calore di importanti relazioni umane che restano per tutta la vita : la tua classe di compagni, alcuni di vita ed altri in un importante tratto di vita.
    La scuola è ancora la gigantografia di maestri di vita ( se sei stato fortunato ad averne).

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  3. Ho tentato sommessamente una risposta nella nota 2. Rosario nel suo commento mette bene in evidenza la “responsabilità creativa” – mi si consenta l’espressione – del docente. Aggiungerei che, stando per ora alla sola didattica, si tratta di chiarire innanzitutto che cosa il docente dovrebbe evitare: per es. non preparare le lezioni, fare lectio limitandosi a leggere il testo o, peggio, dettare appunti che gli studenti ripeteranno pedissequamente, valutare con tignoso fiscalismo senza concordati parametri e criteri e far percepire il voto come giudizio morale di buono o cattivo, voto che si rapporta al contesto o al clima giudiziario o autoritario o collaborativo della relazione pedagogica. Qui sta il nodo: la positività od insostenibilità della relazione, la sua trasparenza od ambiguità se all’autorità del ruolo si accompagna o no l’autorevolezza della persona, che non è mai un dato ma una conquista. L’educazione alla creatività è conforme alla qualità dell’insegnante come “maestro”, alla sua capacità di dialogare, alla sua congruenza, al suo modo di vivere la propria professione agapica, al suo prendersi cura dell’altro facendogli percepire il significato festivo della fatica legata allo studio. Forse questa potrebbe essere la via per una scuola non del conformismo e della ripetizione o dell’imparare a memoria, ma della creatività, cioè del pensiero che, se tale, è naturalmente divergente, del sapere, del saper fare, dell’esserci.

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  4. La scuola è luogo cruciale nella vita sociale e ancor di più nell'esperienza individuale proprio perchè reca in sè la possibilità di incontrare il maestro, più maestri capaci di suscitare scintille che accendano l'amore per lo studio e per la fatica connessa, la capacità di fare e di esserci.
    La differenza tra l'incontrare o non incontrare maestri è grande e deprimente, anche se essendo tutti esseri umani qualcosa comunque passa.
    Ciao maestro!

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  5. Caro Gianni, interessanti come sempre le tue argomentazioni, tanto più quando sono condite da simpatica autentica felice ironia (tra parentesi: i miei amici rifugiati mi chiamano proprio “maestro”). Mi hai fatto venire in mente un libro allora appena uscito (2011) che raccomandavo vivamente ai docenti, nel mio ultimo anno di presidenza prima della pensione: Insegnare al principe di Danimarca (CARLA MELAZZINI,a cura di C. MORENO, Sellerio). L’autrice fa riferimento alla sua specifica esperienza di insegnante in “trincea”, ma racconta una quotidianità possibile in ogni scuola, dove appunto fa la differenza, rispetto al funzionario statale, il “maestro”: il docente che, come i suoi studenti portano tra i banchi le loro vite e le loro paure fragilità generosità, così lui porta le sue e s’incrociano tra loro. Allora vuol dire che ci si incontra davvero e che il docente sta imparando la dura arte del dialogo che è tale solo se non tollera l’irrilevanza di uno degli interlocutori. Insomma è allora che c’è relazione agapica in cui la scuola diventa, nel turbine di dare e ricevere, fatica gioiosa di insegnare e di imparare. Io ho avuto la fortuna di avere un buon numero di questi insegnanti. Forse non hanno cambiato il mondo, ma sicuramente me ed altri, un piccolo angolo del mondo. Se in tutta Italia cambiassero miriadi di angoli, beh….

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  6. Col suo permesso rilancerò le sue riflessioni nel mio blog. Grazie.

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    1. Gent.le Maria, vedo solo ora il suo commento. La ringrazio per la sua delicatezza, ma - le assicuriamo - non ha bisogno, né per il presente né eventualmente per l'avvenire,del nostro permesso. E' più che sufficiente la sua libera scelta. Un caro saluto.

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