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martedì 28 maggio 2019

Insegnare è un atto politico.

Insegnare non è istruire in modo asettico, è educare alla scuola dei valori costituzionali, perciò è, per sua natura, un atto politico (e non partitico).
Post di Rossana Rolando. 
Immagini delle illustrazioni di Angelo Ruta (qui il sito) per gentile autorizzazione.

Angelo Ruta, 
Il suono del pensiero
La vicenda dell’insegnante Rosa Maria Dell’Aria (rientrata a scuola ieri 27 maggio, dopo la sospensione di 15 giorni)  ha suscitato molte discussioni, adesioni, distanze. Basta aprire su youtube il video “incriminato” (qui sotto riportato) – quello preparato dagli alunni della II E dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, in cui si costruisce un parallelo tra le leggi razziali del 1938 e l’odierno Decreto sicurezza - per capire la varietà delle reazioni, espresse in commenti di diverso segno, in alcuni casi con un linguaggio violento, come purtroppo accade troppo spesso in rete.
Non entro nel merito del lavoro svolto, degli accostamenti operati dai ragazzi, della loro libera ricerca condotta senza preventive censure.
Mi soffermo invece su un’affermazione che ritorna spesso nei commenti al video e che si può sintetizzare negli slogan: “fuori la politica dalla scuola”, “[I professori] devono insegnare e basta”, “la scuola non deve essere di parte”, “La scuola deve fare la scuola e la politica deve essere fatta nelle sedi giuste”…
Ora proprio questo è il punto su cui vorrei riflettere, nella personale convinzione che insegnare - nel senso più autentico della parola - è sempre un atto politico. Credo non si possa davvero educare – nel significato latino di e-ducere, tirar fuori, far nascere - senza “fare politica”. Non solo per chi è docente di storia e filosofia - come la sottoscritta -, ma per qualsiasi altro insegnante, tanto di discipline umanistiche quanto di materie scientifiche.

Angelo Ruta, 
In cerca di giustizia
Intendiamoci: se politica vuol dire indottrinare, orientare in senso partitico, manipolare le menti, come è accaduto storicamente nei regimi novecenteschi, anche di segno opposto (dal fascismo al nazismo allo stalinismo) allora è bene che la politica rimanga fuori dalle aule scolastiche e dagli altri ambiti educativi.
Ma se la politica è lo spazio in cui si organizza la possibilità della convivenza tra le diversità, se è amore per la comunità umana e per il suo destino sulla terra, se è volontà di liberare gli uomini dalle molteplici catene, se è esercizio della parola come mezzo per risolvere i conflitti e come strumento di comunicazione, se è luogo di condivisione della memoria, se è palestra in cui esercitare i valori della Costituzione… allora la scuola è momento politico per eccellenza e insegnare è preparare le giovani menti ad essere protagoniste consapevoli dei processi democratici, in modo tale da poter assumere in futuro la propria fetta di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.
Questo senso altamente politico (e non partitico) non è disgiungibile in nessun modo dalla scuola, nella sua natura di scuola educante, non semplicemente quando si occupa di temi storico politici ma sempre. Per questo la cultura può incutere paura al potere costituito e può entrare in conflitto con esso, come è accaduto nel corso dei secoli a quegli intellettuali che hanno promosso il pensiero autonomo. La lezione di Socrate rimane esemplare e, non è un caso che Platone abbia definito il suo maestro, Socrate, come il vero politico.

Angelo Ruta, 
Passato e futuro
Certo, dice Hannah Arendt, nel suo scritto dedicato a La crisi dell'istruzione, si può abdicare a questa vocazione politica e quindi “insegnare senza educare” come “si può continuare a imparare fino alla fine dei propri giorni senza per questo diventar colti”. In questo caso l’insegnamento si riduce a semplice istruzione, trapasso di nozioni che non crea cultura e non forma persone adulte, in grado di usare la propria intelligenza senza lasciarsi guidare da qualcun altro (direbbe Kant).
Ma allora l’insegnamento non è più tale, non è relazione capace di lasciare segni (segnare in),  di aprire vie di umanizzazione e di rinnovato futuro.
Nello stesso saggio sopra citato la Arendt conclude così: “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione di intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa di imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti”.

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I testi citati di Hannah Arendt sono tratti da Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2011, pp. 254-255. 

13 commenti:

  1. grazie per questa analisi che condivido pienamente

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    1. Rossana Rolando29 maggio 2019 13:54

      Un abbraccio, cara Roberta.

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  2. Non aggiungo nulla perché condivido parola per parola il senso di questo tuo post. Esiste un significato più alto di politica che purtroppo è stato dimenticato riducendola a propaganda di partito. La politica è ben altro, è ciò che tu hai così ben delineato nella tua esperienza di insegnante, che è stata in passato anche la mia.
    Grazie di cuore, Rossana, di questa lucidità e un abbraccio di buona giornata!!!

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    1. Rossana Rolando29 maggio 2019 14:22

      Oggi più che mai mi sembra necessario recuperare il senso autentico della scuola (che rischia di perdere la propria specificità, sottoposta com'è a mille pressioni interne ed esterne) come luogo di formazione della coscienza e della cittadinanza, nella necessaria complementarietà tra istruzione ed educazione. La Arendt lo dice così: "la scuola non è affatto il mondo e non deve pretendere di esserlo; è semmai l'istituzione che abbiamo inserito tra l'ambito privato, domestico, e il mondo, con lo scopo di permettere il passaggio dalla famiglia alla società". Ciao Annamaria, un grande abbraccio.

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  3. Prendiamolo , il tuo prezioso post Rossana, come tassello di “ un nuovo edificio “ che ci metta al riparo dalla “ aggressività “ ( non tanto tempo fa Alessandro Baricco parlava di “ nuovi barbari”) di queste contingenti scelte politiche. La politica, dice giustamente Annamaria, è altra cosa! La scuola, ovvero l’avventura della “ formazione” è frutto di RELAZIONE! E dove c’è relazione, c’ è politica. La delicatezza, la responsabilità, il “ progetto di futuro” immanente alla formazione di nuovi giovani, di giovani coscienze è trascurato, misconosciuto dai politici tecnici. Per questi se la politica è una tecnica, e non dovrebbe, parimenti l’educazione dev’esere solo Tecnica. Assurdità e barbarie!

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    1. Rossana Rolando29 maggio 2019 14:40

      Quello che tu dici riguardo al misconoscimento del ruolo delicatissimo della scuola, per il futuro delle nuove generazioni e del mondo, fa parte della miopia del nostro tempo e della perdita di autorevolezza dell'Istituzione scolastica. Per questo la vicenda dell'insegnante di Palermo è risultata esemplare, ha mosso qualcosa, ha ridestato il senso di una dignità che va coltivata e mantenuta. Un caro saluto.

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  4. Feliciana Menghini28 maggio 2019 10:55

    Condivido tutto, e’ il mio vissuto per 45 anni d’insegnante che tanto ho dato e tanto ho imparato.

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    1. Rossana Rolando29 maggio 2019 14:54

      Profondamente vero l’intreccio tra dare ed imparare. Per me questo vuol dire – sul piano intellettuale - che si può efficacemente insegnare soltanto se si continua a studiare e quindi ad imparare, ma vuol dire anche – sul piano relazionale - che si impara nella misura in cui ci si mette in gioco, donando tempo ed energie. Grazie per la bella testimonianza.

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  5. Parlare del presente e del futuro dell’Italia significa parlare della scuola, stretta tra la sua funzione di rispondere ai bisogni del presente ed insieme di preparare il futuro. Da essa dipendono i beni supremi della vita delle donne e degli uomini: la libertà, l'autonomia, la possibilità di essere a pieno titolo cittadini capaci di esercitare con responsabilità i propri diritti e doveri, capaci di pensare, contro ogni tentativo, a destra o a manca, di clonazione. La scuola che pretende di essere “apolitica” è una scuola tragica: quella che non prepara al futuro, si perde nella dipendenza verso gli interessi del presente, spesso di parte, svuota l’insegnamento dall’attitudine a giudicare ed impegnarsi. La scuola che fa “politica” nel senso anti ideologico chiarito da Rossana è volere che ciascun alunno acceda al pensiero personale di fronte alle questioni principali che pone e gli porrà la vita. Essa si vieta ad ogni insegnamento dottrinario e mai dimentica che i giovani si educano solo se ci si riferisce agli ideali e valori della Costituzione.

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  6. Cara Rossana, non avresti potuto dire meglio. Una volta di più.

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    1. Rossana Rolando30 maggio 2019 20:00

      Grazie di cuore per la condivisione di pensieri! Buona serata.

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  7. Sottoscrivo parola per parola. Grazie Rossana.

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    1. Rossana Rolando3 giugno 2019 08:59

      Dalla tua Sicilia questa pagina di "resistenza" della scuola che tanti sentimenti ha mosso. Un abbraccio.

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