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domenica 10 dicembre 2023

Ab imis. Dal profondo.

Alla ricerca di che cosa abbiamo sotto la suola delle nostre scarpe (Paolo Rumiz).
Post di Rosario Grillo.
 
Dalla pagina Instagram dedicata a Paolo Rumiz
Nella povertà attuale di voci forti spicca il tono “civile”, fortemente motivato, ricco di sfumature derivate da strutture culturali sedimentatesi in lunghi viaggi, di Paolo Rumiz.
Lo abbiamo seguito mentre narrava il lascito culturale dei pellegrini diretti verso luoghi simbolici (reliquiari) (1). Lo ricordiamo vivace esploratore della via Appia sepolta da rovi e trascuranze. Lo ritroviamo oggi autore di una significativa opera su “lo statuto morfologico della nostra penisola” (2).
Trovo difficoltà a classificare la scienza di riferimento: è geografia sociale, che rimanda al fattore spazio, visto come parametro connotativo di lingue e costumi, di istituzioni e società? Oppure è geografia umana; come tale, attenta al fulcro della figura umana: tessitura antropica dell’elemento terrestre (naturalistico)?
In anteprima debbo confessare di aver ritrovato dentro la sua narrazione la mia infanzia, vissuta in “storie” e “credenze popolari”, passate poi nel dimenticatoio, sepolte dalla assordante patina della modernizzazione.
Rumiz tiene fermo, come fondamento della nostra penisola, la più profonda geologia dei mari e della terraferma, legata alla natura vulcanica, indi lo svolge come la “voce del profondo”. Una profondità tellurica che s’incrocia con la variabilità dei popoli che sono venuti a visitarci, in modo amichevole o bellico, intercettando maggiormente il protagonismo delle masse popolari, più propense alle avventure rivoluzionarie. In contraltare alla ristretta misura del “particularismo” e all’immobilismo dei gruppi dirigenti - dato di fondo permanente - aggrappati al fare gattopardesco del finto cambiamento.
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Dalla pagina Instagram dedicata a Paolo Rumiz
Profondità quindi viscere, abissi, tenebre, ed in esse impigliate le divinità ctonie. Nelle contraddizioni della terra sicula, in ispecie nella parte occidentale, si squaderna il contrasto tra l’antico ed il nuovo (a Gibellina, distrutta dal terremoto del Belice, tra le rovine immortalate nel cretto di Burri e l’irriconoscibile della new town). Ancora lì: a Selinunte e alla vicina cava di Cusa, il chiasmo tra le rovine, segni tangibili della repentina fine della potenza della città antica e la recondita gloria che vi rimane incorporata. Come al tramonto del sole – spettacolo naturale – tra il reale declino dell’astro (tramonto ovvero incontro con i sostantivi del Notturno) e lo sfavillio del suo splendore.
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E qui confesso che mi soffermo solo sui capitoli relativi alla Sicilia, non prima però di aver rivelato che lo scopo di Rumiz è quello di mettere in chiaro un’unità di fondo (unità profonda o “carsica”) tra le varie membra regionali dell’Italia. “Salendo verso Caltanissetta e il cuore della Sicilia, rivedevo il Timavo farsi strada nel sottosuolo tuonando ai piedi di una parete più alta della piramide di Cheope, e rividi me stesso ragazzino inseguire con la fantasia l’enigma del corso sotterraneo del fiume cantato da Virgilio”. (3)
Di questi capitoli, tra i racconti, mi applico a quello che descrive le “solfatare” nissene. Offrono occasione di mettere in scena il vero “sottosuolo” della coscienza (e della memoria) siciliana. Le miniere di zolfo furono un motore di sviluppo dell’economia dell’isola. Basate sullo sfruttamento dei lavoratori addetti, tra cui un buon numero di “carusi”. Questi ultimi, di età compresa tra i 13 e i 17 anni, venivano assunti attraverso un prestito che l’imprenditore anticipava alla famiglia, che a sua volta faticava a rimborsare per riscattare i ragazzi. Gallerie sotterranee, vita da cani per i lavoratori, chiusi nell’oscurità, gravati di un lavoro pesante e senza limiti di orario.
Il viaggio può salvarci, Paolo Rumiz
Rumiz descrive la cancellazione di questo mondo e di questo patrimonio, causata da rapine e da disinteresse, compensata però dalla memoria oscura di qualche tardo sopravvissuto, testimone della durezza di quella vita, di quell’alimentazione, di quell’essere.
Mi sovviene che nella sollevazione dei Fasci siciliani (1889-1894), accanto ai braccianti, furono gli operai delle solfatare a sollevarsi: una conferma della considerazione che ho svolto nella parte iniziale.
Rumiz è pronto ad evidenziare la smentita di un luogo comune: “Non so come facciano tanti settentrionali a pensare il Sud come una terra di pigri, quando tutta la storia della Sicilia parla di dura fatica e dolore” (4).
Chiudo richiamando una novella di Giovanni Verga, noto esponente del verismo, Rosso Malpelo. Un “carusu” appunto, condannato alla penombra della miniera, incattivito dalla grama vita della miniera e dalla scarsa considerazione dei suoi compagni di lavoro. Capace di intenerirsi solo davanti alla figura paterna e nel rapporto con Ranocchio, un ragazzo malaticcio, che, in qualche modo, ha accolto nella miniera e custodito. Tragica la fine di Rosso Malpelo: suggello delle insidie che si nascondono nelle viscere della montagna.
Una novella di Luigi Pirandello ricalca lo stesso tema, riprendendo le angherie del vivere sottoterra: Ciaula scopre la luna. Pirandello prende spunto dal verismo verghiano che trasforma con il succo del decadentismo e dell’umorismo, attento alle pieghe della psicologia, inclinate a manifestare la scarsa intelligenza del “caruso” dipendente da “zio Scarda”, esplodente nello “stupore” davanti alla vista della luna.
La luna che appartiene al mondo delle tenebre, che è luce in quella profonda oscurità. (5)
 
Note.
(1) Vedi post Pellegrini di ieri e di oggi (qui).
(2) P.Rumiz, Una voce dal Profondo, Feltrinelli 2023.
(3) Idem, p. 47.
(4) P. 51.
(5) Ennesimo contrasto luce/tenebre.

1 commento:

  1. Grazie, Rosario, del bellissimo post. Paolo Rumiz ci porta sempre su strade affascinanti e ci insegna il vero senso del viaggio. Riporto qui una sua citazione sul tema: “Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell'uomo da millenni di cammino, se il narrare (insieme al cantare) non nasca dall'andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più ”
    Paolo Rumiz, "È Oriente", 2003.
    Un grande abbraccio.

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