Post di Rossana Rolando.
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Filippo Lippi, Vergine delle rocce. |
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Filippo Lippi, Annunciazione. |
La
seconda figura del Natale che proponiamo - dopo Giuseppe - è quella della madre. Ci affidiamo, per raccontarla, a
Fabrizio De André, poeta, sognatore e spirito profondamente religioso,
che molti di noi conoscono e amano. Non ci illudiamo quindi di proporre qualcosa di
nuovo, semplicemente ci sembra bello riascoltare questi due brani, contenuti
nell'Album La buona Novella, del 1970. Soprattutto pensiamo sia
interessante l'accostamento.
Nel primo
brano si narra la giovane Maria che sta per diventare madre. Il tono è dolce, tenero, fiducioso, appena velato da una leggera
malinconia.
(Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video).
E te ne vai, Maria, tra
l’altra gente/che si raccoglie intorno al tuo passare,/siepe di sguardi che non
fanno male/nella stagione di essere madre.//Sai che fra un’ora forse
piangerai/poi la tua mano nasconderà un sorriso:/gioia e dolore hanno il
confine incerto/nella stagione che illumina il viso.// Ave Maria, adesso che sei
donna, Ave alle donne come te, Maria,/femmine un giorno per un nuovo
amore/ povero o ricco, umile o Messia.// Femmine un giorno e poi madri per
sempre/nella stagione che stagioni non sente.
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Pontormo, Deposizione, dettaglio. |
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Pontormo, Deposizione, dettaglio. |
Il secondo brano presenta invece
una scena di grande potenza e drammaticità. Tre madri sul Golgota. De André
immagina un colloquio tra Maria, madre di Gesù, e le madri dei due ladroni,
Tito e Dimaco. Colpisce l'idea di guardare la crocefissione dalla
parte delle madri e del loro immenso, seppur diverso, dolore. Le madri dei due
ladroni piangono i loro figli perché perduti per sempre. Anche Maria è afflitta. Le due madri le rivolgono la parola. Le fanno notare che suo figlio - a differenza dei loro - risorgerà, perché figlio di Dio. Ma Maria è avvolta nel dolore tutto umano della perdita di Gesù, quasi schiacciata dal peso di quel disegno sovrumano che l'ha scelta e coinvolta nel sacrificio supremo del “proprio” figlio. E la conclusione del brano getta uno sguardo discreto su quel dolore intimo, indicibile, appena sussurrato: “non fossi stato figlio di Dio t'avrei ancora per figlio mio”.
(Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video).
Madre di Tito:/ “Tito,
non sei figlio di Dio,/ ma c’è chi muore nel dirti addio”.//Madre di Dimaco:/
“Dimaco, ignori chi fu tuo padre,/ ma più di te muore tua madre”.//Le due
madri:/ “Con troppe lacrime piangi Maria,/ solo l’immagine di un’agonia:/ sai
che alla vita, nel terzo giorno,/ il tuo figlio farà ritorno:/ lascia noi
piangere, un po’ più forte,/ chi non risorgerà più dalla morte”.//Madre di
Gesù:/ “Piango di lui ciò che mi è tolto,/ le braccia magre, la fronte, il
volto,/ ogni sua vita che vive ancora,/ che vedo spegnersi ora per ora.//
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,/ e chi ti chiama – Nostro Signore –,/
nella fatica del tuo sorriso,/ cerca un ritaglio di Paradiso.// Per me sei
figlio, vita morente,/ ti portò cieco questo mio ventre,/ come nel grembo e
adesso in croce,/ ti chiamò amore questa mia voce.// Non fossi stato figlio di
Dio,/ t’avrei ancora per figlio mio”.
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Pontormo, Deposizione. |