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domenica 27 luglio 2014

Da ormai molti anni insegno storia ... le lezioni sulla prima guerra mondiale.

Il 28 luglio 1914 - esattamente un secolo fa - l'Austria Ungheria dichiarava guerra alla Serbia... 
era l'inizio del primo conflitto mondiale.

Post di Rossana  Rolando.

A cosa serve la storia? 
Cosa si semina, quando si insegna storia? 
(Albin Egger-Lienz, Il seminatore)
Da ormai molti anni insegno filosofia e storia nei Licei. Non è facile insegnare storia, soprattutto non è facile appassionare alla storia. Il rischio è quello di pensare il passato come una noiosa successione di date e battaglie, come un semplice fatto mnemonico.   

Cosa rimane di quel che si è seminato? 
(Albin Egger-Lienz, I falciatori)
Quante volte mi sono sentita ripetere che la storia è una disciplina in cui “basta studiare”, intendendo con questo dire: non c’è nulla da capire, da ragionare, da approfondire. Solo a poco a poco, crescendo, iniziando ad aprirsi al mondo, a leggere i giornali, ad avere il gusto
della cultura (quando il nostro lavoro di insegnanti riesce bene), gli alunni cominciano a capire che la storia è tutto – tutto avviene nella storia: questa poesia, questa scoperta scientifica, questa parola, questo incontro, questo nostro vivere … - e che attraverso la storia noi comprendiamo noi stessi, usciamo dall’appiattimento dell’immediato, del solo presente, per dare uno spessore, una profondità, una complessità a quello che siamo e facciamo.

... tutto, nel viaggio della nostra vita, 
appartiene alla storia... 
(Albin Egger-Lienz, La famiglia)
Tra le lezioni di storia che risultano più intense e più emotivamente coinvolgenti, nella mia esperienza, vi sono quelle sulla prima guerra mondiale. Potrebbe sembrare strano: cosa può coinvolgere un ragazzo di oggi in un evento così lontano? La guerra di trincea, un secolo fa, un contesto storico lontanissimo …
 
La prima guerra mondiale ... 
tra le lezioni più intense ... 
(Albin Egger-Lienz, Soldato tiratore)
Come può colpire oggi un discorso sulla guerra, quando l’immagine di essa è quella che vediamo distrattamente scorrere sullo schermo, è la guerra spettacolarizzata, fatta oggetto di film, con il rischio continuo della sovrapposizione tra la realtà e la finzione? 


Cosa può colpire oggi? 
Abituati come siamo a vedere distrattamente 
scene di dolore ...
(Albin Egger-Lienz, Vecchi)
Eppure proprio mettendo accanto al racconto dei fatti di guerra, dal 1914 al 1918 (quelli che tutti i manuali riportano: le potenze coinvolte, le grandi battaglie, i fronti di combattimento),  gli aspetti umani del conflitto, il modo in cui venne vissuto, quello che provocò nella mente delle persone … ecco che la guerra diventa reale, assume il suo vero volto, quello tragico, assurdo, insensato, quello atroce di ogni guerra.

... ci colpiscono gli aspetti umani 
della guerra ... 
(Albin Egger-Lienz, Pietà)
Ciò che maggiormente colpisce gli alunni più attenti e sensibili è  il bisogno, il tentativo - da parte di chi visse la guerra, nella sua disumanità - di  ritrovare se stessi, di salvare qualcosa di sé, del proprio essere uomini. In quel mondo terribile della trincea, mondo di contatto continuo con i cadaveri, con la sporcizia, con i topi … mondo in cui solo ubriacandosi si poteva uscire allo scoperto, affrontare gli assalti, sopportare la pressione psicologica dell’incombere della morte … in quel mondo si cercava tuttavia, nei modi più vari, uno spazio per sognare, per non imbestialirsi, per rimanere uomini. Un po’ quello che racconta Primo Levi in Se questo è un uomo a proposito dell’Ulisse di Dante: ricordare i versi di quel canto nel mezzo del mondo disumanizzante dei campi di sterminio assume una funzione “salvifica”: «Allora e là – afferma Primo Levi, in I sommersi e i salvati – valevano molto. Mi permettevano di stabilire un legame col passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità».

... nel mondo terribile della guerra... 
(Albin Egger-Lienz, Finale, 1918)
Nella prima guerra mondiale, l’attaccamento alla vita si poteva esprimere in vari modi. Nella scrittura – diari, epistolari, poesie -, perché scrivere, come insegna la psicoanalisi, ha una funzione liberatoria, catartica; nel canto, per trovare insieme una voce sola, per uscire dall’angoscia della solitudine, per esorcizzare la paura; nella fuga: quella effettiva – le diserzioni, l’autolesionismo, l’ammutinamento -  e quella mentale – furono 40.000 i soldati italiani impazziti.

... cercare di non perdere la propria identità ... 
(Albin Egger-Lienz, Risurrezione)
Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio in Europa della prima guerra mondiale. In questo post abbiamo provato a rievocarla e ricordarla attraverso le opere pittoriche di Albin Egger-Lienz (pittore austriaco vissuto tra il 1868 e il 1926), accompagnate dalle parole della letteratura - nella poesia, nella prosa, nel canto - che nella guerra hanno trovato origine e che la guerra hanno tentato di contestare, denunciare, trasfigurare.  

... attraverso la parola che trasfigura ... 
(Albin Egger-Lienz, Il pittore)
L’assalto. 
« “Pronti per l’assalto!” ripeté ancora il capitano. Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottite di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti non ha conosciuto la guerra» 
(E. Lussu, Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino 1966, p. 121).

Si abbandonavano i ripari e si usciva 
(Albin Egger-Lienz, L'assalto)
Il contatto con la morte.
«Passano i giorni, e ogni ora è al tempo stesso inconcepibile e naturalissima. Gli attacchi si alternano coi contrattacchi e sul terreno devastato, fra le trincee, si ammucchiano i morti. Dei feriti, per lo più siamo in grado di raccogliere quelli che non son caduti troppo lontano; ma gli altri giacciono a lungo abbandonati, e li sentiamo morire» 
(E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori, 1971, p. 114).

Il contatto con la morte 
(Albin Egger-Lienz, Soldato morto)

La condizione della guerra di movimento.
«Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,/ procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati;/tutti orbi; /ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo/ di stanche giornate che cadevano lontano indietro»
(W. Owen, Poesie di guerra, Einaudi, Torino 1985).

La guerra di movimento 
(Albin Egger-Lienz, La danza macabra)

L'autolesionismo... un modo per sfuggire all'inferno della trincea.
«Nei primi giorni del corrente luglio, dai posti di medicazione sulle colline del Carso, venne segnalato un gran numero di militari che presentavano una sola ferita, per lo più alla mano sinistra, con foro di entrata al lato palmare, cosparso di un largo alone nerastro e probabilmente dovuto ai proiettili del nostro fucile mod. 1891. La proporzione ordinaria dei feriti leggeri, ordinariamente oscillante interno al 10%, salì improvvisamente e senza una apparente ragione giustificatrice al 90% onde venne segnalato alla direzione di sanità il caso immediatamente ritenuto straordinario. Questa si convinse che buona parte di quelle ferite fossero state volontariamente procurate...»
(E. Forcella e A. Monticone, Plotone di esecuzione, Laterza, Bari 1972). 


Ferirsi ed essere ricoverati era un modo 
per fuggire alla vita insopportabile della trincea 
(Albin Egger-Lienz, Disegno preparatorio)
L'attaccamento alla vita. 
«Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione /delle sue mani/ penetrata/nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore/
Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita»
(Giuseppe Ungaretti, Veglia).


L'attaccamento alla vita 
(Albin Egger-Lienz, Madre con figlio)
Il canto.
«Era una notte che pioveva/ e che tirava un forte vento/ immaginatevi che grande tormento/ per un alpino che stava a vegliar»
(Nota canzone della prima guerra mondiale).

... nella veglia degli alpini...
(Albin Egger-Lienz, Tramonto).
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