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domenica 13 luglio 2014

Il conflitto arabo israeliano. Che cosa pensare? Che cosa fare?

 
La pace appare oggi 
una meta irragiungibile...

Gerusalemme, la città santa per l'Ebraismo, 
il Cristianesimo e l'Islam...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Il monte degli ulivi in Gerusalemme)
... oggi luogo di divisione e di morte... 
(Francesco Hayez, 
La distruzione del tempio, particolare)
Perché in Palestina così spietati sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, che colpiscono sempre persone innocenti? Quali risentimenti sono all’origine? Che cosa possiamo fare, noi impotenti, oltre che non stare zitti, oltre che gridare la nostra rivolta morale e pregare (per chi sa pregare)?

... che cosa possiamo fare?...
(Tivadar Kosztka Csontváry,  
Pellegrinaggio ai cedri del Libano) 

Ogni giorno siamo invasi  dalla mortale tragedia di un mare di persone, di poveri e di innocenti, e non sappiamo che cosa ognuno di noi possa fare in concreto per fermare una spirale che non si sa dove finirà, anzi  lo si  sa fin troppo bene. Quante volte ci siamo detti che la pace dipende anche da ognuno di noi, dal nostro quotidiano positivo relazionarci con noi stessi prima di tutto e con gli altri, dalla nostra capacità di accoglienza ed ospitalità reciproca. E’ vero, terribilmente vero, ma non basta  a mutare neppure  di una virgola ciò che succede in Palestina e nelle altre parti del mondo. La pace sembra affidata  al caso e  la guerra invece una fatalità.

...possiamo pregare ... 
per chi sa pregare...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Gerusalemme all'entrata del muro del pianto)
E poi c’è il rischio della nostra saturazione, assuefazione,  rassegnazione fatalistica: sì, siamo nell’era della globalizzazione, ma sono loro ad essere là, non noi. Le immagini che vediamo in tv o su facebook   provocano immediate reazioni   emotive, effimere se non inducono  a capire, ad interpellare la nostra coscienza, pur nella consapevolezza che nessuno di noi possiede al riguardo certezze apodittiche, offuscati come siamo dalla violenza-spettacolo dei media, dall’impossibilità di informazioni non manipolate, dall’innalzamento di muri tra oriente ed occidente, tra mondo del dominio e dei dominati, dai nuovi e antichi squilibri nazionali ed internazionali, dal verminaio di contrastanti interessi nel Medio Oriente, noti ed ignoti. 

... noi siamo qui... 
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Mandorli in fiore a Taormina)

... e loro sono là...  
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
La distruzione del tempio)
E’ molto difficile, oggi come ieri, assumere una posizione univoca e netta a favore dell’una o dell’altra parte del conflitto arabo israeliano. La crisi di queste ore si inserisce in una storia di odio e violenze che ha avuto inizio fin dal 1948, nel momento in cui  si è costituito lo stato di Israele in quei territori anticamente abitati da ebrei e successivamente – dopo la diaspora e l’avvento del cristianesimo -  da arabi cristiani e musulmani. 

... nel mezzo di odi e violenze ... 
 (Francesco Hayez, 
La distruzione del tempio, particolare)
Quello che in questo post vorremmo proporre non è  una ricostruzione dei fatti concernenti il conflitto arabo israeliano, ma una serie di possibili diverse chiavi di lettura, espresse su giornali o su siti da varie personalità.

La responsabilità del mondo arabo.
Padre Samir Khalil Samir, gesuita arabo, in un suo intervento segnalato da Paolo Tavaroli su facebook, interpreta la recentissima proclamazione del califfato da parte di Abu Bakr come segno di decadenza del mondo arabo ed islamico. L’unica via per riconquistare la dignità e ricostruire culturalmente l’uomo arabo e musulmano è, secondo lui, ripensare le leggi, applicare i diritti umani, rafforzarli, andare nel senso di una cultura aperta, che solidarizzi con tutto il mondo e non, al contrario, che diffonda una cultura della divisione. Se si guarda al califfato abbaside e ci si domanda da dove sia venuta la sua grandezza, la risposta è che essa è venuta dall'unione fra tutte le parti dell'antico impero musulmano. Dal punto di vista culturale,  più che gli arabi, vi hanno contribuito iraniani, afghani, balkh, cristiani di lingua siriaca: una visione aperta che dava spazio a tutti, pur privilegiando il mondo arabo islamico. 

Il mondo arabo - secondo P. Samir - 
deve ritrovare le radici di una cultura aperta ...  
(Francesco Hayez, Incontro tra Esaù e Giacobbe)
P. Samir, per quanto  riguarda la convivenza tra israeliani e palestinesi e la ricerca di una giusta soluzione, anche se mai perfetta, ricorda che  entrambi  hanno ricevuto torti e procurato ferite e, così si pronuncia:
«Se davvero vogliamo ricostruire la società araba, sono necessarie alcune scelte fondamentali. Noi arabi dobbiamo imparare a convivere sulla base di valori comuni, senza fare guerre a motivo di differenze religiose. […]. Ad un altro livello, c'è anche da collaborare in tutta la regione, soprattutto con Israele, per la pace coi palestinesi. Ogni passo verso la pace in questo senso potrà facilitare i rapporti anche con l'Occidente. Un'altra urgenza è che i Paesi arabi stilino delle costituzioni ispirate alla giustizia, all'uguaglianza, ai diritti umani, alla pace, senza fare distinzioni tra sessi o religioni.  […] Fuori di questo, il mondo arabo non farà che regredire, e - ciò che è peggio - lo farà in nome della religione, cioè dell'Islam. E' tempo di salvare l'Islam, lottando contro il fanatismo religioso». 

La responsabilità di Israele.
Le parole che a nostro parere meglio la esprimono  sono quelle di Enzo Bianchi, priore di Bose, pronunciate addirittura nel 2002 (Avvenire, 3 aprile), in occasione della invasione israeliana di territori palestinesi, attualissime: 
«Come sperare la pace, una coesistenza tra ebrei e palestinesi su quella terra ormai segnata da una spirale di terrorismo e rappresaglie e vendetta? Sì, questa è un’ora buia per tutta l’umanità, un’ora di tenebra in cui prende corpo una vera “guerra alla pace”, in cui vince una logica che vuole l’annientamento dell’altro. Proprio in questi giorni pasquali per i cristiani latini e per gli ebrei, proprio oggi, Yom ha Shoah, “giorno della catastrofe”, Israele, nella ferma intenzione di bloccare il terrorismo, invade territori palestinesi ben al di là di interventi di legittima difesa, anche preventiva. Così, di fronte a queste operazioni belliche, il mondo arabo non si sentirà obbligato a una risposta armata?».

Israele - secondo Enzo Bianchi - 
non può continuare ad avvitarsi 
in una spirale di rappresaglie e vendette ...
(Francesco Hayez, La vendetta è decisa)
Così concludeva Enzo Bianchi:
«Ci resta solo la preghiera? L’invocazione “Signore, disarmaci e disarmali!” gridata dai monaci trappisti al cuore dei massacri algerini? I cristiani presenti in Terrasanta, i patriarchi e i capi delle chiese cristiane presenti a Gerusalemme, alla preghiera uniscono un grido che si fa voce delle vittime, un appello urgente a chi può “fermare immediatamente l’inumana tragedia” in cui avvengono “uccisioni gratuite e indiscriminate”, e un fermo impegno a mediare “per la pace e la sicurezza di tutti i popoli di questa Terra, israeliano e palestinese”. Anche a noi resta il grande compito della preghiera che, se autentica intercessione, significa “prendere posto tra”, interporsi compiendo un passo in una tenebra in cui è all’azione il mistero dell’iniquità che miete vittime tra uomini e donne innocenti. L’amore che noi cristiani oggi nutriamo per il popolo di Israele e che ci impedisce qualsiasi sentimento antisemita, ci impone però di chiedere a Israele di fermare questa invasione e di non umiliare oltremodo il popolo palestinese».

Il mondo occidentale... i cristiani... 
devono chiedere ad Israele di fermarsi...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
La volontà di Maria a Nazaret)
Le nostre complicità con l’ingiustizia.  
Su questa linea si è mosso papa Francesco quando ha invitato il presidente israeliano Peres e il presidente palestinese Abbas ad invocare insieme la Pace. Scelta profetica e non politica che vede nella riconciliazione e nel perdono reciproco l’unica possibilità di risoluzione del conflitto. 
Ci sembra di risentire il card. Martini quando nel 2001 poneva alcune domande:
«... ci siamo noi tutti davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire questi risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire, e contribuisse di fatto, ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio? […] Ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta? […] Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua a succedere in Medio Oriente» (Omelia tenuta in S. Ambrogio a Milano il 6.12.0, che si può leggere in estratto su La Repubblica del 7.12.01).

Il mondo occidentale non può chiudersi di fronte
al dolore che viene dai popoli del Medio Oriente ...
(Tivadar Kosztka Csontváry, Il cedro solitario)
E nel 2003 invitava a guardare al dolore dell’altro come premessa di un processo politico di pace:
«Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente al sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace» (“Ogni popolo guardi il dolore dell’altro e la pace sarà vicina”: estratto dall’articolo apparso sul Corriere della sera il 27.08.2003, il cui testo, molto più ampio, si può leggere in questo blog nella ”pagina” dedicata al card. Martini).

... deve aiutare il Medio Oriente a ricostruire il Tempio ... 
a camminare verso la pace ... 
(Tivadar Kosztka Csontváry,
Vista del Mar Morto dalla piazza del Tempio di Gerusalemme)


... questa è la ricostruzione del tempio...

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6 commenti:

  1. Una preghiera: che la Luce torni ad illuminare Gerusalemme, la città santa, laddove per santo intendiamo separato. Una città separata dunque, scelta come modello dell'accoglienza e per la convivialità delle differenze! Non per il buio e l'oppressione, non per l'idea ossessiva del possesso, ma come traguardo di liberazione di popoli oppressi. Perchè il dio della Bibbia è il dio degli oppressi, è il dio della liberazione e dunque della libertà! E fa senso che il popolo "eletto", quello che aveva "scelto" questo suo Dio della libertà, commetta un terribile peccato di repressione e di oppressione! Gerusalemme non appartiene, Gerusalemme è, e per tutti i figli dello stesso Dio!...

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  2. Rossana Rolando13 luglio 2014 12:24

    Sì è così anche per noi. Vedere in questi giorni su face book i corpicini martoriati e straziati di tanti bambini, di tanti innocenti, uomini e donne, sentire notizie dei bombardamenti su ospedali … tutto questo suscita profondo dolore. E certamente si fatica a capire come il popolo ebraico, a sua volta vittima dell’Olocausto, per noi occidentali paradigma del male, possa rendersi responsabile di tale orrore. Dall’altra parte c’è il fondamentalismo arabo che certamente non rappresenta tutto il mondo arabo, ma che appare spaventoso, per la carica di odio e di intolleranza - anche nei confronti dei cristiani – che è in grado di seminare e far divampare. Una situazione molto complessa che abbiamo cercato di evidenziare in questo post. Rimane la convinzione che il male, l’orrore, la violenza non siano mai legittimabili dal punto di vista etico, anche quando si tenta di comprendere – che non significa giustificare - le ragioni storiche che lì hanno portato gli uni e gli altri.

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  3. Sì, condividiamo la Sua speranza in una Gerusalemme - quasi anticipazione di quella celeste - che appartiene a tutti e non è posseduta da nessuno, convivio delle differenze. In realtà oggi Gerusalemme sembra divenuta Babilonia, luogo della distruzione e desolazione della terra. Ancor più condividiamo e ci uniamo alla Sua preghiera.

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  4. e la luce tornerà a scendere su Gerusalemme!...Sto scrivendo un articolo anch'io perché è un argomento che sento ardere nel più profondo di me!...e quando uscirà, attenderò un Vs consueto commento, amici miei dell'anima!....Buona domenica a Voi, una domenica nella pace e nell' armonia delle Vostre singole differenze... che si somigliano!!!...

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  5. Franco Tindigli13 luglio 2014 17:09

    L'Uomo non trarrà mai per se stesso, insegnamento dalla guerra. Da che egli ha poggiato i piedi sulla Terra, è stata quasi sempre il mezzo risolutivo delle controversie fra i Popoli. La Storia insegna, che da essa, nessuno esce indenne e vittorioso. I più svariati motivi, inducono i "Mercanti di Guerra" al conflitto: ragioni etniche, religiose, politiche, economiche, tribali...Il mondo intero, di fronte a queste atrocità, è responsabile di mancare di incisività nel condannarle. Occorre usare con maggior energia e coralità, l'arma del dialogo e della diplomazia." A questo va fatto ricorso". Tutti devono innalzare le loro grida di sdegno e condanna verso gli aggressori, con ogni mezzo. Purtroppo questi sono i tristi eventi, di cui abbiamo notizia, dai mezzi d'informazione. Vite umane innocenti, sacrificate in nome del Potere e del Denaro. Purtroppo altre guerre sono in atto: conflitti silenziosi e vili, sediziosi e repressivi della libertà del corpo e della mente dei Popoli, di cui non veniamo a conoscenza. E' anche questa Guerra: affamare delle popolazioni, mentre altre hanno cibo in esubero, per la sola mancanza di volontà e solidarietà. E' Guerra impedire al proprio popolo di guardare oltre i propri confini. L'Uomo è l'animale più incomprensibile di questo pianeta: "Distrugge ciò che costruisce - parla e non si capisce - è schiavo del denaro: conduce se stesso all'autodistruzione." Speriamo che le parole di papa Francesco e le preghiere degli uomini di buona volontà, raggiungano il Cielo e, da Lì, lo Spirito Santo possa toccare i cuori dei belligeranti, riconducendoli sulla via della saggezza e della pace. "Ama il prossimo tuo, come te stesso". Se facessimo nostro, questo grande atto d'amore universale, capiremmo meglio il senso della vita. Un abbraccio a te e Rossana.

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  6. Caro Franco, in primis grazie per la tua condivisione di riflessioni e pensieri che arricchiscono noi e tutti i lettori del blog. Non posso che unirmi alle tue invocazioni e speranze. La parola pace, in ebraico Shalom, vuol dire “ integrità – santità - buon ordine”: non un concetto negativo, non semplice assenza di guerra, ma positivo, riempito dalla presenza di uno stato d’animo disposto, nonostante tutto, a non rinunciare mai al dialogo, alla reciproca comprensione ed accoglienza. Quindi, se la pace è qualcosa di positivo da costruire, non la si può trovare bella fatta né comprare al supermercato. E’ una scelta che riguarda non solo i popoli ed i loro governanti, ma ognuno di noi, come ci avverte la “Pacem in terris”: “A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale”.

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