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Visualizzazione post con etichetta Enzo Bianchi. Mostra tutti i post
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martedì 2 giugno 2020

L'ora senza voce. Bose.


Post e fotografie di Rossana Rolando.

Monastero di Bose, Cellole
Mio marito ed io siamo legati alla Comunità di Bose in modo discreto ma molto profondo. Da tanto tempo ci rechiamo nelle diverse sedi del Monastero: prima a Magnano poi, da parecchi anni a questa parte, a Cellole (ma anche, qualche volta, ad Assisi e ad Ostuni), in periodi liturgici forti: ci sentiamo amici di Bose, dell’esperienza spirituale che negli anni ha saputo esprimere, come polo di riferimento e di attrazione per molti. In queste ore la stima e l’affetto che ci uniscono alle  persone di entrambe le parti in causa e alla Comunità intera rimangono immutati, nel riserbo dei tanti aspetti che non conosciamo e sui quali è bene non entrare.
Qui propongo una lettura che ha suscitato in me - rispetto a questi giorni di sofferenza e trepidazione per le vicende della Comunità e del suo fondatore Enzo Bianchi - tutta una serie di risonanze interiori e che, forse, può avere un qualche valore anche per altri.

domenica 12 febbraio 2017

Pane nostro, P. Matvejevic.

🖊 Post di Rosario Grillo
📷 La fotografia di Predrag Matvejevic è tratta dal Corriere della sera/Cultura. 
🎨 Le altre immagini riproducono illustrazioni di Stefano Nava (qui il sito).

Predrag Matvejevic
I mezzi di informazione non si sono soffermati a sufficienza sulla comunicazione della morte di Pedrag Matvejevic (7 ottobre 1932 - 2 febbraio 2017).
Queste righe vogliono dunque essere innanzitutto un contributo a ricordarne la figura, a passare velocemente in rassegna i suoi decisivi contributi storici.
Dal ricordo tracciato da Vittorio Filippi (cliccare qui) traggo innanzitutto la sua “jugoslavità”, una fede vissuta nel nome dell'unità dei popoli balcanici.
Tanto più significativa dopo la partecipazione al conflitto mondiale, dove, egli di provenienza russa, fece il lavoro di “gazzetta” dei partigiani titoisti.
Assunse, così, attraverso l'esperienza del padre prigioniero nei lager nazisti, un incrollabile fede nell'unità attraverso la pace, sotto lo scudo della Libertà.

domenica 12 aprile 2015

“Vincere la depressione”.

A cura di Rossana Rolando.
“Il cuore umano è fragile e vulnerabile”
(Jean Vanier).

Jean Vanier, 
Vincere la depressione

Un librettino per tutti. “Vincere la depressione” è il titolo di un librettino della Qiqajon. Mi ha colpito il tema, l’ho sfogliato velocemente, l’ho comprato. L’ho letto in poche ore. E’ uno scritto che forse potrebbe fare bene a tutti.
Certo, la depressione viene raccontata per quello che è: una malattia dalle molteplici forme, che richiede cure, anche farmacologiche, che ha radici genetiche e non solo psicosociali, che va trattata in modo specifico e con competenza.
Premesso questo, continuo a pensare che potrebbe essere utile a tutti, perché in qualche forma, in qualche momento, per qualche motivo, tutti possiamo essere sfiorati, se non travolti, dalla condizione depressiva, specialmente oggi.
Acedia... 
paralisi esistenziale
L'acedia”. C’è una parola antica – come si dice nella bella introduzione al libro, curata da Enzo Bianchi – che richiama la condizione oggi definita di depressione ed è la parola acedia, uno stato psichico di paralisi esistenziale in cui viene meno la voglia di vivere, in cui tutto perde senso e significato, un taedium vitae che corrode ogni iniziativa e possibilità di azione o di impegno. 

sabato 20 dicembre 2014

Figure del Natale. Terza figura, il gallo.



Il gallo, simbolo dell'attesa ...
(Marc Chagall, Il gallo)
L’ambivalente simbologia del gallo è indubbio segno della contraddittorietà dei modi di volere e vedere sia la vita sia la morte. Ma in questo tempo di Natale noi vogliamo vederne solo il lato positivo, associato  alla luce, all’alba, alla rinascita ed al risveglio, alla vigilanza.  

Il gallo, simbolo di vigilanza ... 
(M. Chagall, Ascoltando il gallo)
L'immagine del gallo, vigile guardiano che tutto vede ed a cui  non sfugge niente, si trova in special modo sui campanili delle chiese cristiane ad indicare non solo e non tanto il suo ruolo speciale nell'episodio evangelico del rinnegamento e del pentimento di Pietro, quanto l’annuncio di un nuovo giorno di resurrezione, l’attesa della venuta del regno di Dio e la speranza di tempi nuovi.

giovedì 27 novembre 2014

Ama la terra come te stesso.


Ama la terra come te stesso ...
(J.F.Millet, Angelus)
“C’è una conversione planetaria da fare,
c’è un nuovo comandamento da proclamare:
Amerai la terra come te stesso,
e la terra ti ricompenserà”.
(Enzo Bianchi)

In questi giorni di disastri franosi ed alluvionali in tutta Italia, ma in particolare in Liguria,  anche ad Albenga e intorno a casa mia, la preoccupazione ecologica si è trasformata per molti in angoscia, in incubo e spesso pure in intollerabile perdita economica.


Ama la terra, giardino da custodire ...
(E.S.Field, Il giardino dell'Eden)
Improvvisamente (e finalmente) sembra che tutti stiano aprendo gli occhi sulla relazione di causa-effetto tra l’agire dell’uomo e gli squilibri del mondo naturale e che (finalmente) si rendano conto che si tratta di un  problema politico – economico - etico che coinvolge i valori essenziali della vita umana e della convivenza sociale.

Ama la terra, luogo da coltivare ...
(J.F.Millet, Piantatori di patate)
Problema che pone, senza possibilità di incontro, due modi antagonisti di pensare e soprattutto di fare, quasi una resa dei conti.  Uno è il “principio Gerusalemme” (così definito da Enrique Dussel), per il quale la terra non appartiene all’uomo: è l’etica comunitaria che rifiuta il modello dello sfruttamento sregolato delle risorse e dell’uso spregiudicato delle tecnologie, con le conseguenti ritorsioni contro la vita, messa a repentaglio in ogni sua forma.
Ama la terra nel tuo passare...
(Giotto, Fuga in Egitto)
L’altro, di gran lunga dominante, è “il principio Babilonia”: l’agire individualistico della dissipazione, distruzione, desolazione della terra, in nome di un profitto individuale senza rimorsi, che se ne frega di tutti, compra tutto, mette tutto a tacere, magari con un bel condono edilizio. Il principio Babilonia è la concezione strumentale della natura, è forma arrogante di conquista e di dominazione non solo economica ma anche culturale, atteggiamento predatorio che sistematicamente  distrugge la terra, non più madre né sorella, ma materia sfruttabile all’infinito.

Ama la terra nella fraternità delle creature ... 
(Giotto, Francesco predica agli uccelli)
Di fronte a Babilonia non basta l’indignazione, che a volte è solo una maschera della propria tranquillità e sicurezza minacciata, occorre l’etica della responsabilità, della solidarietà e della partecipazione alla sofferenza di un’altra creatura. E’ un impegno che dovrebbe riguardare tutti, ognuno di noi, perché segno del nostro futuro ed insieme l'unica garanzia che ci può preservare dal pericolo, ricorrente e permanente, di un mondo che in ogni momento potrebbe rivoltarsi e travolgerci.

Ama la terra, luogo in cui donare ... 
(Giotto, Francesco dona il mantello)
Oggi è il tempo di nuove proposte in nome  di “un’etica della terra, per i cristiani un’etica della creazione, che affermi la responsabilità umana di fronte all’ambiente terrestre”. Invito a leggere o rileggere  l’articolo di Enzo Bianchi, apparso su Jesus, ottobre 2014, “Ama la terra come te stesso”, di cui mi guardo bene  dal  riportare un’inopportuna sintesi ma solo la riflessione finale: “Quest’etica della terra richiede innanzitutto una coscienza ecologica che sia vigilante e pronta ad assumersi la responsabilità dell’ambiente. […] Ma quest’etica richiede anche che si concretizzi il principio della destinazione universale dei beni, della condivisione della terra e delle sue risorse. […] Oggi sono i paesi ricchi che consumano la quasi totalità delle risorse, lasciando popoli interi nella miseria e nella fame, infliggendo loro uno sfruttamento irrazionale e segnato da profonda ingiustizia".
Ama la terra per condividerne i frutti ... 
(J.F.Millet, Le spigolatrici)
Riscoprire l’uguaglianza e la giustizia è assolutamente necessario per affermare la fraternità universale, altrimenti questa è solo una menzogna, cioè una verità affermata con forza e solennità ma di fatto calpestata. Infine, l’etica della terra richiede di pensare ai diritti delle generazioni future: ogni generazione dovrebbe andarsene dalla terra dopo averla resa più bella, conosciuta, amata e difesa, ma in realtà soprattutto le nostre ultime generazioni sembrano solo capaci di lasciare bruttezza nel paesaggio, nell’ambiente, e sembrano responsabili dell’avanzata dei deserti su tutte le terre.

Ama la terra per custodirne 
e accrescerne la bellezza 
(J.F.Millet, Primavera).

domenica 13 luglio 2014

Il conflitto arabo israeliano. Che cosa pensare? Che cosa fare?

 
La pace appare oggi 
una meta irragiungibile...

Gerusalemme, la città santa per l'Ebraismo, 
il Cristianesimo e l'Islam...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Il monte degli ulivi in Gerusalemme)
... oggi luogo di divisione e di morte... 
(Francesco Hayez, 
La distruzione del tempio, particolare)
Perché in Palestina così spietati sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, che colpiscono sempre persone innocenti? Quali risentimenti sono all’origine? Che cosa possiamo fare, noi impotenti, oltre che non stare zitti, oltre che gridare la nostra rivolta morale e pregare (per chi sa pregare)?

... che cosa possiamo fare?...
(Tivadar Kosztka Csontváry,  
Pellegrinaggio ai cedri del Libano) 

Ogni giorno siamo invasi  dalla mortale tragedia di un mare di persone, di poveri e di innocenti, e non sappiamo che cosa ognuno di noi possa fare in concreto per fermare una spirale che non si sa dove finirà, anzi  lo si  sa fin troppo bene. Quante volte ci siamo detti che la pace dipende anche da ognuno di noi, dal nostro quotidiano positivo relazionarci con noi stessi prima di tutto e con gli altri, dalla nostra capacità di accoglienza ed ospitalità reciproca. E’ vero, terribilmente vero, ma non basta  a mutare neppure  di una virgola ciò che succede in Palestina e nelle altre parti del mondo. La pace sembra affidata  al caso e  la guerra invece una fatalità.

...possiamo pregare ... 
per chi sa pregare...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Gerusalemme all'entrata del muro del pianto)
E poi c’è il rischio della nostra saturazione, assuefazione,  rassegnazione fatalistica: sì, siamo nell’era della globalizzazione, ma sono loro ad essere là, non noi. Le immagini che vediamo in tv o su facebook   provocano immediate reazioni   emotive, effimere se non inducono  a capire, ad interpellare la nostra coscienza, pur nella consapevolezza che nessuno di noi possiede al riguardo certezze apodittiche, offuscati come siamo dalla violenza-spettacolo dei media, dall’impossibilità di informazioni non manipolate, dall’innalzamento di muri tra oriente ed occidente, tra mondo del dominio e dei dominati, dai nuovi e antichi squilibri nazionali ed internazionali, dal verminaio di contrastanti interessi nel Medio Oriente, noti ed ignoti. 

... noi siamo qui... 
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
Mandorli in fiore a Taormina)

... e loro sono là...  
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
La distruzione del tempio)
E’ molto difficile, oggi come ieri, assumere una posizione univoca e netta a favore dell’una o dell’altra parte del conflitto arabo israeliano. La crisi di queste ore si inserisce in una storia di odio e violenze che ha avuto inizio fin dal 1948, nel momento in cui  si è costituito lo stato di Israele in quei territori anticamente abitati da ebrei e successivamente – dopo la diaspora e l’avvento del cristianesimo -  da arabi cristiani e musulmani. 

... nel mezzo di odi e violenze ... 
 (Francesco Hayez, 
La distruzione del tempio, particolare)
Quello che in questo post vorremmo proporre non è  una ricostruzione dei fatti concernenti il conflitto arabo israeliano, ma una serie di possibili diverse chiavi di lettura, espresse su giornali o su siti da varie personalità.

La responsabilità del mondo arabo.
Padre Samir Khalil Samir, gesuita arabo, in un suo intervento segnalato da Paolo Tavaroli su facebook, interpreta la recentissima proclamazione del califfato da parte di Abu Bakr come segno di decadenza del mondo arabo ed islamico. L’unica via per riconquistare la dignità e ricostruire culturalmente l’uomo arabo e musulmano è, secondo lui, ripensare le leggi, applicare i diritti umani, rafforzarli, andare nel senso di una cultura aperta, che solidarizzi con tutto il mondo e non, al contrario, che diffonda una cultura della divisione. Se si guarda al califfato abbaside e ci si domanda da dove sia venuta la sua grandezza, la risposta è che essa è venuta dall'unione fra tutte le parti dell'antico impero musulmano. Dal punto di vista culturale,  più che gli arabi, vi hanno contribuito iraniani, afghani, balkh, cristiani di lingua siriaca: una visione aperta che dava spazio a tutti, pur privilegiando il mondo arabo islamico. 

Il mondo arabo - secondo P. Samir - 
deve ritrovare le radici di una cultura aperta ...  
(Francesco Hayez, Incontro tra Esaù e Giacobbe)
P. Samir, per quanto  riguarda la convivenza tra israeliani e palestinesi e la ricerca di una giusta soluzione, anche se mai perfetta, ricorda che  entrambi  hanno ricevuto torti e procurato ferite e, così si pronuncia:
«Se davvero vogliamo ricostruire la società araba, sono necessarie alcune scelte fondamentali. Noi arabi dobbiamo imparare a convivere sulla base di valori comuni, senza fare guerre a motivo di differenze religiose. […]. Ad un altro livello, c'è anche da collaborare in tutta la regione, soprattutto con Israele, per la pace coi palestinesi. Ogni passo verso la pace in questo senso potrà facilitare i rapporti anche con l'Occidente. Un'altra urgenza è che i Paesi arabi stilino delle costituzioni ispirate alla giustizia, all'uguaglianza, ai diritti umani, alla pace, senza fare distinzioni tra sessi o religioni.  […] Fuori di questo, il mondo arabo non farà che regredire, e - ciò che è peggio - lo farà in nome della religione, cioè dell'Islam. E' tempo di salvare l'Islam, lottando contro il fanatismo religioso». 

La responsabilità di Israele.
Le parole che a nostro parere meglio la esprimono  sono quelle di Enzo Bianchi, priore di Bose, pronunciate addirittura nel 2002 (Avvenire, 3 aprile), in occasione della invasione israeliana di territori palestinesi, attualissime: 
«Come sperare la pace, una coesistenza tra ebrei e palestinesi su quella terra ormai segnata da una spirale di terrorismo e rappresaglie e vendetta? Sì, questa è un’ora buia per tutta l’umanità, un’ora di tenebra in cui prende corpo una vera “guerra alla pace”, in cui vince una logica che vuole l’annientamento dell’altro. Proprio in questi giorni pasquali per i cristiani latini e per gli ebrei, proprio oggi, Yom ha Shoah, “giorno della catastrofe”, Israele, nella ferma intenzione di bloccare il terrorismo, invade territori palestinesi ben al di là di interventi di legittima difesa, anche preventiva. Così, di fronte a queste operazioni belliche, il mondo arabo non si sentirà obbligato a una risposta armata?».

Israele - secondo Enzo Bianchi - 
non può continuare ad avvitarsi 
in una spirale di rappresaglie e vendette ...
(Francesco Hayez, La vendetta è decisa)
Così concludeva Enzo Bianchi:
«Ci resta solo la preghiera? L’invocazione “Signore, disarmaci e disarmali!” gridata dai monaci trappisti al cuore dei massacri algerini? I cristiani presenti in Terrasanta, i patriarchi e i capi delle chiese cristiane presenti a Gerusalemme, alla preghiera uniscono un grido che si fa voce delle vittime, un appello urgente a chi può “fermare immediatamente l’inumana tragedia” in cui avvengono “uccisioni gratuite e indiscriminate”, e un fermo impegno a mediare “per la pace e la sicurezza di tutti i popoli di questa Terra, israeliano e palestinese”. Anche a noi resta il grande compito della preghiera che, se autentica intercessione, significa “prendere posto tra”, interporsi compiendo un passo in una tenebra in cui è all’azione il mistero dell’iniquità che miete vittime tra uomini e donne innocenti. L’amore che noi cristiani oggi nutriamo per il popolo di Israele e che ci impedisce qualsiasi sentimento antisemita, ci impone però di chiedere a Israele di fermare questa invasione e di non umiliare oltremodo il popolo palestinese».

Il mondo occidentale... i cristiani... 
devono chiedere ad Israele di fermarsi...
(Tivadar Kosztka Csontváry, 
La volontà di Maria a Nazaret)
Le nostre complicità con l’ingiustizia.  
Su questa linea si è mosso papa Francesco quando ha invitato il presidente israeliano Peres e il presidente palestinese Abbas ad invocare insieme la Pace. Scelta profetica e non politica che vede nella riconciliazione e nel perdono reciproco l’unica possibilità di risoluzione del conflitto. 
Ci sembra di risentire il card. Martini quando nel 2001 poneva alcune domande:
«... ci siamo noi tutti davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire questi risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire, e contribuisse di fatto, ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio? […] Ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta? […] Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua a succedere in Medio Oriente» (Omelia tenuta in S. Ambrogio a Milano il 6.12.0, che si può leggere in estratto su La Repubblica del 7.12.01).

Il mondo occidentale non può chiudersi di fronte
al dolore che viene dai popoli del Medio Oriente ...
(Tivadar Kosztka Csontváry, Il cedro solitario)
E nel 2003 invitava a guardare al dolore dell’altro come premessa di un processo politico di pace:
«Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente al sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace» (“Ogni popolo guardi il dolore dell’altro e la pace sarà vicina”: estratto dall’articolo apparso sul Corriere della sera il 27.08.2003, il cui testo, molto più ampio, si può leggere in questo blog nella ”pagina” dedicata al card. Martini).

... deve aiutare il Medio Oriente a ricostruire il Tempio ... 
a camminare verso la pace ... 
(Tivadar Kosztka Csontváry,
Vista del Mar Morto dalla piazza del Tempio di Gerusalemme)


... questa è la ricostruzione del tempio...

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