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venerdì 20 marzo 2015

Personalismo comunitario oggi. Emmanuel Mounier a 65 anni dalla morte.


“Che senso avrebbe tutto questo se la nostra piccola bambina non fosse che un pezzo di carne smarrita non si sa dove, un po’ di vita tormentata e non questa bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’infinità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se la vedessimo a faccia a faccia, se ogni più duro colpo non fosse una nuova elevazione che ogni volta quando il nostro cuore comincia ad abituarsi, ad adattarsi al colpo precedente, è una nuova richiesta di amore. [...] Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come a qualcosa che noi doniamo…”
(E. Mounier, Lettere sul dolore, uno sguardo sul mistero della sofferenza, Milano, Bur, 1995, pp.61-62).




Il personalismo comunitario oggi.
La notte del 22 marzo 1950 moriva improvvisamente Emmanuel Mounier. Il primo aprile avrebbe compiuto 45 anni. A 65 anni dalla morte (e 110 dalla nascita) che cosa ci può ancora insegnare questo filosofo non accademico, “debole in filosofia ma non nell’amore per essa”, questo cattolico militante suscitatore di vocazioni, spesso snobbato dagli ambienti accademici e visto con sospetto da certa gerarchia ecclesiastica e tuttavia persona che ha fortemente influito sulle generazioni e sulla cultura della seconda metà del 900? Che cosa ci può ancora comunicare il suo personalismo comunitario, che lui stesso esplicitamente proponeva non come sistema speculativo o, peggio, macchina politica, ma come filosofia militante “provvisoria”, destinata ad esaurirsi nella misura in cui si realizzassero le persone e la comunità?
Da allora gli scenari sono talmente mutati da rendere forse in parte inattuale la formulazione del suo personalismo, ma non certamente la sua attenzione e riflessione  sulla persona e sulla comunità che rimangono attualissime: “muore il personalismo, ritorna la persona”, scriveva P. Ricoeur tempo fa su Esprit.


L'incontro con Emmanuel Mounier.
Credo si possa continuare ad incontrare Mounier semplicemente ripercorrendo la sua avventura spirituale e culturale, condividendo la sua passione sociale e politica vissuta nell’urgenza dell’impegno concreto per i più deboli, riscoprendo la sua testimonianza cristiana e la sua vicenda umanissima di  padre che,  colpito  dalla malattia inguaribile di una figlia, si chiede quale senso abbia la sofferenza.


Sin dai primi numeri della rivista Esprit (da lui fondata nel 1932) esplicite sono le istanze fondanti:  collocarsi dalla parte dei “poveri”, nel cuore della miseria in tutte le sue forme;  rompere con il “disordine stabilito” che dietro un'apparenza di ordine e legalità democratica è in realtà ingiusto ed ineguale, disordine troppo esteso e troppo tenace per essere combattuto senza versare nulla, senza reclamare volti  nuovi, senza una revisione dei valori, senza  una  riorganizzazione della classe dirigente; affermare il primato della persona e dello spirituale, valori non solo cristiani, nella relazione con gli altri, nel costruire una comunità di persone; prendere congedo dalla “cristianità borghese” attraverso una permanente rivoluzione prima di tutto morale che chiarisca ai “fraterni avversari”, allora rappresentati da Nietzsche e Marx, che il cristianesimo è ben altro che  una caricatura borghese.


La rivista Esprit.
Attorno alla rivista Esprit ed alla sua proposta personalista e comunitaria Mounier riunì filosofi, teologi, sociologi, politici, artisti, uomini e donne, provocando forti riscontri culturali in Francia, Polonia, Italia (Dossetti, “gruppo del Gallo”, “Comunità” di Olivetti…), nel Concilio Vaticano II, nella visione filosofica di Giovanni Paolo II… Ostile ad  ogni manifestazione di clericalismo, Mounier non intese mai fare una filosofia specificamente cristiana, ma una filosofia sulla persona, comune a tutti, cristiani o no, pervasa di “ottimismo tragico", ma capace di indicare nuove strade di libertà e speranza.
Nel corso della sua vita  il cattolico Mounier si trova sovente più a suo agio nel mondo “laico”, anche tra gli atei, che non negli ambienti ”cristiani”, ivi compresi quelli di sinistra, quando troppo immersi in un’atmosfera di sacrestia che confonde sacro e profano. 



Al di là delle categorie politiche.
Quanto alle scelte politiche dei cattolici, scriveva nel 1949: “Ci sono cattolici di destra e cattolici di sinistra: è un fatto ed è un fatto opportuno. Ciò prova che il cattolicesimo supera tutte queste vicende politiche. Se si colpissero apertamente nella Chiesa i cattolici di destra, io domanderei per essi il diritto all’espressione”. “Non progressisti perché cristiani” ma neppure “reazionari perché cristiani.


La sofferenza innocente.
Diceva Mounier  che  “i bambini hanno il cielo nei loro occhi” e “niente assomiglia di più al Cristo dell’innocenza sofferente”: lui, toccato nel vivo della sua carne soprattutto dalla vicenda della primogenita Francoise, presto colpita da encefalite progressiva, destinata a vivere in una “misteriosa notte profonda dello spirito”, “piombata in un grande silenzio, con il suo bello sguardo aperto dal mattino alla sera su Dio sa qual mistero, senza un gesto, senza un sintomo di coscienza”; lui, convinto che dopo la notte della sofferenza viene la luce.


L'assunzione responsabile del proprio tempo. 
Mounier ha vissuto fino in fondo la propria avventura terrena: ha amato, ha scelto la povertà, ha saldato in modo esemplare vita pubblica e privata (emblematiche le lettere alla moglie Paulette Leclercq), ha conosciuto il dolore, suo e degli altri. La sua vita è stata tutta un atto di presenza agli uomini ed agli avvenimenti del suo tempo. Il coraggio della resistenza politica (la prigione  sotto Vichy!), i digiuni quando erano cosa seria e non moda festaiola e spettacolare, la sua proverbiale timidezza unita a tensione morale che mai si piegava a compromessi o scoraggiamenti o tradimenti, la sua generosità e disinteresse, il suo amore per tutti a cominciare dai nemici, la passione per una comunità fatta di persone, l’impegno vissuto come virtù della durata, la fortezza e la carità come “virtù di fuoco”: ecco i suoi tratti esemplari.


Rimane come motivo dominante la sua testimonianza di autentica cittadinanza e di presenza cristiana “nel mondo ma non del mondo”, capace di comporre - così anni fa scriveva A. Rigobello - “audacia e pazienza, mistica e politica, generosità e raccoglimento, carità e fortezza, stupore e fedeltà non solo sul piano dei concetti ma nel concreto del vivere”.



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