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venerdì 29 maggio 2015

Dimmi come ridi e ti dirò chi sei...


Cosa si nasconde dietro il riso ....
(Paul Klee, Danza del bambino sognante, 1922)
Un uomo, al quale chiesero perché non piangesse 
a un sermone a cui tutti versavano lacrime, rispose: 
“Io non sono della stessa parrocchia”. 
Ciò che costui pensava delle lacrime 
sarebbe ancor più vero per il riso. 
Per quanto franco lo si supponga, 
il riso nasconde sempre un pensiero d’intesa, 
direi quasi di complicità, 
con altre persone che ridono, reali o immaginarie.
(Henri Bergson, Il riso).

L'ambiguità del riso 
(Annibale Carracci, 
Giovane che ride, 1583)
Un saggio sul riso... 
e le sue ambiguità.
Dalla lettura de Il riso di Bergson (scritto nel 1900, prima della Psicopatologia della vita quotidiana di Freud) possiamo trarre interessanti riflessioni sull’ambiguità del riso.

L'atto del ridere è solo umano 
(Jean Fouquet, Il ritratto del buffone Gonella, 
1447-1450)
L'atto del ridere appartiene solo all'uomo. 
I filosofi hanno definito l'uomo un animale  che sa ridere; forse si potrebbe meglio dire: un animale che fa ridere. In ogni caso il riso è un atto esclusivamente dell’uomo: un paesaggio è bello o brutto, non ridicolo; si ride di un animale, ma solo perché vi si riscontra un'espressione o un’attitudine umana (iena ridens…).

Perché ridiamo? 
(Pittore olandese, 
Sciocco che ride, 1500)
Che cosa suscita il riso?
Il riso comporta, nell’urto con il grottesco e l’assurdo, un’assenza  momentanea di sensibilità nei riguardi degli altri. Solo così ridiamo delle distrazioni  dell'uomo che incespica per la via, che batte il capo contro la porta, che veste in modo bizzarro...

Il riso svela ... 
(Jean Etienne Liotard, 
Autoritratto, 1770)
Il riso può smascherare rituali sociali irrigiditi. 
La “rigidità” è altra fonte che muove il riso: in particolare il cerimoniale della vita sociale cela sempre una comicità latente. Le cerimonie debbono la loro serietà solo al fatto che si identificano con l’oggetto serio cui si collegano e perdono questa serietà non appena la nostra immaginazione trascura il significato della solennità e dimentica il suo fine importante. Allora coloro che vi prendono parte sembrano muoversi come marionette; irrigiditi nei loro gesti meccanici, “fantocci” che generano il comico e noi ridiamo di chi somiglia ad un fantoccio.

Il riso ha un significato sociale 
(Petrov-Vodkin, 1878-1939, 
Teatro, La farsa)
Il riso può assumere una doppia funzione nella vita comune.
Il riso è una forma di  castigo sociale delle distrazioni, degli automatismi e rigidità; perciò ha bisogno di una eco sociale. Pensiamo al comico della caricatura, della imitazione, del travestimento, dei tic, gesti, movimenti, gli ehmmm” di un oratore (l'aspetto al varco e rido)... Ridendo prendiamo le distanze da costoro e ci sentiamo integrati:  è il suo significato sociale, che risponde ad  esigenze della vita comune, non scritte ed anche inconsapevoli.

Il riso come difesa della società  
(Quentin Massys, 
Allegoria della Follia, 1510)
Il riso può diventare un meccanismo difensivo di esclusione.
Ma il riso è anche  un'arma  che la società adopera contro i suoi membri, punendo non solo il distratto, ma l’asociale e chi la contrasta. Naturalmente vi sono diversi modi di essere asociali.

Il riso omologante 
(Jean de La Fontaine, 1621-1695, 
Talete sta per cadere in un pozzo)
Il riso può emarginare chi non è omologato e adattato. 
Vi è il disadattamento della persona integra in ambiente corrotto ed ingiusto: è da ammirare e non deridere. Vi è la distrazione dell'artista e del pensatore cui la meditazione ostacola la continua attenzione alle quotidiane contingenze della vita: Talete che, contemplando le stelle, cade nel pozzo e provoca l’ilarità della servetta; Socrate  tra le “Le Nuvole di Aristofane; Shakespeare che  esce dal teatro senza cappello in capo; Galileo che urta una sedia mentre osserva le oscillazione di una lampada; Spinoza che crede di aver pranzato e si rimette a scrivere con il pranzo pronto e caldo... Chi ride di loro e la società che li perseguita hanno torto perché dalla loro apparente estraneità sociale nascono i doni più rari e più utili che tutti gli altri mai riusciranno a dare... 

Il  derisore che diventa deriso 
(François Huard, 1792-1856, 
Scena del Rigoletto)
Il riso può rendere ridicoli.
Vi sono altre tipologie di riso. Quella dei pusillanimi e dei servi: il ridicolo che improvvisamente cessa di essere tale e si trasferisce dal deriso al derisore, quando, ad es. il signore dal grugno suino, dall'andatura goffa e stravagante attraversa la hall dell'albergo suscitando le risate dei presenti, ma poi passa tra loro una voce ed a un tratto si fanno seri e muti, perché il tipo dal muso cagnino è un uomo che conta e nessuno più ride. 

Il riso ci dice chi siamo 
(Pieter Huys, Giullare, 1570)
Il riso dipende da quello che siamo e/o vogliamo essere.
Ed infine la tipologia degli onesti, dei disonesti e degli imbecilli: il riso dell’uomo “di merito” che esercita una vigile “attenzione alla vita”; il riso dell’uomo fazioso che deliberatamente accresce la dose di ridicolo che emana da ogni persona, perché ognuno di noi ha la sua dose di ridicolo,  e che, in base ai suoi interessi e passioni, deride nemici e persone ingombranti con deliberata, ingiusta offesa e cinica ostilità; il riso infine dell’imbecille, il cui stigma è il detto “risus abundat in ore stultorum”.

Il riso ...

Il riso... 
(Paul Klee, Il folle in trance, 1929).

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