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sabato 5 febbraio 2022

La società senza dolore.

Il rifiuto della fragilità, messo in luce anche dall'attuale pandemia.
Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazione di Owen Gent (qui il sito instagram).
 
Owen Gent, Isolamento covid
“Il mondo contemporaneo è terrorizzato dalla sofferenza. La paura del dolore è così pervasiva e diffusa da spingerci a rinunciare persino alla libertà pur di non doverlo affrontare. Il rischio è chiuderci in una rassicurante finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perché è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo. L’attuale pandemia con la cautela di cui ha ammantato le nostre vite è sintomo di una condizione che la precede: il rifiuto collettivo della nostra fragilità. Una rimozione che dobbiamo imparare a superare” (retrocopertina BYUNG-CHUL HAN, LA SOCIETÀ SENZA DOLORE Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, To, 2021).
 
Edito in Italia nel febbraio 2021, il saggio di Byung-Chul Han, importante filosofo contemporaneo, inizia con “Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei” (1).
Il “rifiuto collettivo della nostra fragilità” in questo nostro tempo di covid è reso ben evidente dalla diffusa sordità cecità indifferenza, e anche cinismo, di fronte alla miriade di dolori e sofferenze che pervadono gli altri. Quanti di noi, in questo tempo di covid, si sentono soverchiati, quasi dilaniati, dalle notizie di continue tragedie individuali e collettive? Non mi riferisco solo alle morti dovute al covid, per quanto ancora tremendamente falcidiante ed assordante.
Owen Gent, Caduta
Mi riferisco alle stragi di ataviche malattie divenute silenti a causa del virus imperante, ai morti sul lavoro, ai migranti annegati, ai “residui di umanità” morti disperati per fame sete, alle vittime di femminicidio, ai bambini-soldato morti combattendo, alle famiglie dilaniate da bombe prodotte e vendute da paesi “civili”, il nostro compreso. Mi riferisco alle donne offese e stuprate, alle violenze torture ovunque perpetrate, ai paesi impotenti a difendersi dal depauperamento spogliazione desertificazione inquinamento della propria terra acqua aria, e tanto altro ancora…
Da una parte il dolore universale dall’altra l’“anestesia permanente”.
L’epoca odierna, scrive Han, è segnata da una radicale algofobia, paura generalizzata del dolore, che al contempo è tanatofobia, paura altrettanto diffusa della morte. Ne deriva “l’anestesia permanente”, intesa ad eliminare in ogni modo il negativo, ovvero il dolore e la morte. I termini (in grassetto) usati da Han denunciano la “farmacologizzazione”, dominante processo volto a evitare ogni sofferenza fisica e psichica, sociale e culturale (2). L’anestesia permanente estesa nell’ambito sociale non dispiace affatto al capitalismo neoliberistico, perché “aumenta la spinta al conformismo e la pressione del consenso” (3). Nella “società della prestazione” la democrazia “palliativa” si vale dell’algofobia come analgesico politico: il dolore è bandito perché negativo, scandalo, debolezza. È il trionfo della “società del mi piace”, del “nulla deve più far male”, del like, vero analgesico della contemporaneità (4).
Owen Gent, Conversazioni sulla vita e sulla morte
L’anestesia permanente della società sottrae al dolore il suo linguaggio sociale come critica dell’esistente, impedisce la riflessione e la trasformazione, isola l’essere umano a badare alla propria felicità come questione privata, opprime la verità (5). Il fermento della rivoluzione è il dolore percepito insieme: se la società palliativa rimuove la dimensione sociale del dolore, invece della rivoluzione ritroviamo la spoliticizzazione, la desolidarizzazione, la depressione per chi colpevolizza se stesso, il rancore per chi colpevolizza gli altri. Come se fossimo in guerra, si accetta la limitazione dei propri diritti, i virologi acquistano autorità interpretativa assoluta, ogni giorno c’è la conta dei morti, l’altro diventa potenziale portatore di virus da cui prendere le distanze (“vicinanza significa infezione”) e oggetto di reiterate modalità di difesa immunologica dell’intera società (6). Eppure il dolore non scompare, lo dimostra il persistere della pandemia, e l’uomo è più vulnerabile che mai. Anzi, conclude Han, rimane il rischio che la società palliativa, società della sopravvivenza obbligata a sorvegliare i comportamenti dell’individuo a causa della pandemia, assuma tratti totalitari e seppellisca l’idea liberale di libertà. nota
Owen Gent, Anticovid
Lo sguardo di Han si fa ora attento e apre squarci interessanti. “Il dolore è la tonalità fondamentale della finitudine umana”, “regge l’esistenza umana”, “è un dono”, apre una vera visibilità del reale, è un organo percettivo che oggi abbiamo smarrito (7). La presunta “negatività” del dolore è costitutiva del pensiero, lo approfondisce ovvero crea uno sguardo diversissimo sul mondo, proprio un altro mondo; è capacità di distinguere il pensiero dal calcolo della intelligenza artificiale. Solo la vita che vive la capacità di provare dolore riesce a pensare, anzi senza dolore siamo ciechi incapaci di conoscere la verità. All’intelligenza artificiale, bolla digitale che ci protegge dalla minaccia dell’Altro, manca questa vita, perché “l’ordine digitale è anestetico”. (8)
La sensibilità nei confronti dell’altro presuppone una esposizione, sino alla sofferenza che è dolore dell’altro che percepisco come mio. Questa ferita che fa male è apertura primordiale verso l’Altro. E’ la nudità dell’anima di cui parla E. Canetti: mancanza di protezione che dinanzi all’Altro ci rende vulnerabili, nudità responsabile della inquietudine che ci fa mettere nei panni dell’Altro, rende impossibile l’indifferenza, si esprime in forma di angoscia per gli altri e m’insegna chi sono.
Nudità dell’anima, esposizione, dolore per l’Altro: ciò che oggi viene a mancare. “Senza il dolore verso l’Altro non abbiamo accesso al dolore dell’Altro” (9).
 
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Owen Gent, Tramonto
Riconosco la pregnanza di molte osservazioni di Han, ma non condivido il suo pessimismo (10). Amo invece “l’ottimismo tragico” che mi dice: riprendiamoci la consapevolezza anche lancinante delle nostre fragilità, del dolore, del pensiero della morte e soprattutto l’apertura all’Altro. A chi invoca la libertà diciamo che - nell’attendere la prossima fine dell’emergenza e la resa della pandemia - questo è il tempo propizio per liberarci dalla dannazione del consumo ad oltranza, del pensiero unico, del livore-rancore, della grettezza che sa solo inveire vituperare e condannare e non conosce com-passione né consapevole responsabilità.
Il covid non ci costringe ad essere in combutta con i narcisisti festaioli, gaudenti alla faccia di tutti, né con i rinchiusi in volontaria clausura contro ogni minaccia altrui e neppure con coloro che gridano la loro abitudinaria compulsiva insoddisfazione, avidi di violente adunate contro le modalità di stare oggi al mondo. Tristezza infinita, struggenti patetiche proteste.
Owen Gent, Raduno
Possiamo invece vivere l’emergenza odierna e domani continuare a vivere la normalità in modo singolare, difforme, alla riscoperta di un mondo nuovo in cui comprendere (intus-legere) noi stessi, gli altri, i nostri e i loro dolori. Accettiamo una verità nascosta: la sacralità del tempo che segna ed accompagna l’inizio e la chiusura di ogni attività umana nell’alternarsi delle stagioni, che segna e scandisce le tappe della vita singola e della storia di un popolo, insomma il tempo ove si incrocia la storia personale con quella di tutta la presente umanità. Con tutta la dolente umanità possiamo essere “ontologicamente festanti”, pur nell’orizzonte di tanti dolori nostri ed altrui: nella ri-scoperta di noi stessi; nella ri-creazione dell’aprire gli occhi sulla realtà: un “sentire” (“to feel”) gli altri che rinnega ogni  permissività indifferenza neutralità noncuranza e  rinnova i momenti di ospitalità accoglienza solidarietà nel segno e sapore della speranza.
Sacralità del tempo a disposizione per Dio se credenti, per se stessi, per gli altri.
- A disposizione di Dio nell’intreccio di fede-speranza-carità, nell’invocazione e preghiera (straordinario momento vitale per ogni credente), nell’ascolto della Parola, per me cristiano nell’Eucaristia, nello stupore catartico di rinnovata gioia della vita
- A disposizione di se stessi per ri-trovarsi e ri-orientare la propria vita: come liberazione dall’ansia per ciò che succede intorno a noi e nel mondo; come ri-creazione di ciò che è autentico, dell’’arte, poesia, musica, bellezza….
Owen Gent, Sul tetto
- A disposizione degli altri: tempo del dare e ricevere, dei sentimenti collettivi, del reciproco “parlarsi” e riconciliarsi, del dono degli incontri e, quando possibile, di convivialità in cui si è ospiti gli uni degli altri. Tempo di guardare il mondo con occhi diversi e giungere così alla verità delle persone festanti: la riscoperta dell’altro prossimo e lontano nella gioia sorridente della gratuità agapica.
Ogni giorno ha un inizio e una fine: richiama la nostra finitudine, la consapevolezza che ogni giorno rimane sempre un abbozzo, ma insieme presagio di una nuova alba, attesa della “gioia dell’Interminabile: “Quello che insidia ed avvelena in genere la nostra felicità è di sentire così vicini il fondo e la fine di tutto quanto ci attrae: sofferenza delle separazioni e dell’usura, angoscia del tempo che passa, terrore davanti alla fragilità dei beni posseduti, delusione di giungere tanto presto al termine di quello che siamo e che amiamo. Tutte queste ombre svaniscono nelle “confidenze” degli uomini e delle donne che hanno rischiato se stessi in una realtà che li sorpassa , in cui si scopre la “gioia dell’Interminabile” (11).
 
Note.
1. Riporta l detto di E. Jünger, o.c. p.5. Le citazioni di Han, che via via riporto nel corso del post, non significano piena condivisione di tutte le sue tesi. Vogliono semplicemente evidenziare riflessioni di rilevanza indubbia rispetto alla comprensione del presente e del futuro prossimo. A un anno di distanza dalla pubblicazione, non tutto quanto esposto mi risulta convincente ed alcune pagine, da me volutamente trascurate, mi lasciano alquanto perplesso (cfr. ad. es. pag.23 e parte del capitolo finale “l’ultimo uomo” pp.73-80). In particolare non mi pare convenientemente esplicitata “l’ontologia del dolore” la cui concezione affida alla coscienza e discernimento di ogni lettore e rinvia ai passi riportati di Heidegger, Nietzsche, Jünger ed altri. Rimangono in ogni caso pungenti e decisivi i suoi interrogativi e le sue provocazioni.
2. C’è un indubbio nesso tra rifiuto della morte e rifiuto del dolore, legato anche all’istinto di conservazione per vivere il nostro ciclo di vita senza l’opprimente angoscia del morire: utile, se non necessaria, “leggerezza metafisica”. Oggi però la questione non riguarda solo il non vivere più “al cospetto della morte”, ma il rimuovere in toto la nostra fragilità esistenziale dalla nostra stessa coscienza alla quale è ben presente la certezza della morte, anche se si oscura nella consapevolezza annebbiata di dovere un giorno morire, senza alcun rapporto emotivo con la sofferenza che dilania il nostro mondo.
Owen Gent, Varianti del virus
3. Il capitalismo - ci suggerisce Han - oggi si sviluppa diventando capitalismo di sorveglianza, la sorveglianza genera capitale; i nostri pensieri sentimenti obiettivi vengono selezionati e sfruttati, il nostro stresso corpo è alla mercé dell’intervento commerciale, siamo marionette dal comportamento umano pronosticabile e influenzabile dai big data. Lo shock pandemico può essere il momento propizio che consente di stabilire un nuovo sistema di dominio e allargare la sorveglianza digitale all’individuo, favorita da coloro che hanno costruito dentro di sé una dittatura interiore, un regime di controllo interiore. Là dove la dittatura interiore incontra la sorveglianza biopolitica, quest’ultima non viene vista come oppressione in quanto avanza nel nome della salute. cfr. pp.77-78.
4. cfr. o.c, pp.5-9. Oggi viviamo nella società del consumo che rende ogni cosa consumabile persino nei confronti delle immagini di violenza dei film e videogiochi che rendono addirittura l’atto di uccidere una circostanza priva di dolore e sortiscono l’effetto di un anestetico e ci rendono insensibili nei confronti del dolore altrui. Così pure l’eccesso di immagini di dolore e violenza nei massmedia e in rete ci costringe alla passività e indifferenza. La loro massa è tale che non riusciamo ad elaborarle, s’impongono alla percezione ma non emana più l’imperativo morale dell’attenzione intensa, del coinvolgimento che grida ponigli fine intervieni agisci: è la perdita crescente di empatia che rimanda all’Altro che sta scomparendo e all’Altro che in forma di oggetto non fa male. In tempo di pandemia il dolore degli altri scompare ancor più in lontananza, si disperde nella conta e nei numeri dei casi. Il distanziamento sociale rafforza la perdita di empatia, si trasforma in distanziamento mentale. Cfr. pp.68-69. Sotto l’influsso della coazione al consumo, consegue la mercificazione della cultura arte poesia letteratura cinema musica… che assumono la forma che le renda consumabili e cioè “compiacenti”. La nuova forma di dominio recita “sii felice e libero” e non si è consapevoli che la propria schiavitù è credere di essere liberi. “Il sii libero” crea una costrizione più disastrosa del “Sii obbediente”(p.16).
4. Citando Victor von Weizsacke, Han insiste sulla verità del dolore che è il divenire carne di una verità La società palliativa è una società senza verità, un inferno dell’Uguale. Il dolore è affidabile criterio di verità e appare dove è minacciata una reale appartenenza. cfr. p.42.
5. o.c., p.22 “il virus è lo specchio della nostra società, evidenzia che la società palliativa si rivela società della sopravvivenza
6. o.c., pp.23-27
7. o.c., pp.60-61-65
8.o.c. pp. 53-54-64
9. o.c., pp.71-72
10. “La vita priva di dolore e munita di costante felicità non sarà più una vita umana. La vita che perseguita e scaccia la propria negatività elimina se stessa. La morte e il dolore sono fatti l’uno per l’altra. Nel dolore la morte viene anticipata. Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morta. L’essere umano si fa fuori per sopravvivere. Potrà forse raggiungere l’immortalità, ma al prezzo della vita.” pp.78-79
11.Theillard De Chardin, Rèflexions sur le bonneur, éd. Du Seuil, Paris, 1960, p.65.

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