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Visualizzazione post con etichetta Ryszard Kapuscinski. Mostra tutti i post
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domenica 4 luglio 2021

Io sono l'altro.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Disegno di Doriano Solinas
L’incontro con l’altro
- oggi soprattutto lo “Straniero” - è la sfida di questo nostro tempo che trascorre tra indifferenza e cinismo di molti, speranza e solidarietà di altrettanti. Anzi, è la sfida del XXI secolo, come dichiarava Kapuscinski (1)
Come premessa vale il riferimento a Bauman, teorico della società “liquida”, del  trascorrere-sciogliersi di ciò che é solido, metafora della nostra "condizione" di vivere e  di essere, dello stato mutevole di un presente fatto di puntiformi istanti e di forme sociali instabili: famiglia- denatalità - lavori precari a chiamata intermittente -  dinamiche consumistiche cangianti - profonde disuguaglianze sociali - crollo delle ideologie - spaesamento degli individui, eterodiretti a loro insaputa, brutalmente esposti alle violenze della società dell'incertezza, alle omologazioni collettive, tutti affaccendati nell’esorcizzare la "solitudine del cittadino globale" (titolo di un suo celebre lavoro).
E poi a Byung-Chul Han(2). Nel suo saggio "L’espulsione dell’altro" afferma che il problema radicale oggi è che "alla crisi dell'amore conduce soprattutto l'erosione dell'Altro”. Il fatto che l'Altro scompaia è la malattia più grave dei nostri giorni: siamo talmente impegnati a parlare a noi, a pensare ai fatti nostri,  da avere perso la capacità di stabilire una vera relazione con gli altri, di vedere l’altro come altro. Viviamo “nell'«inferno dell'Uguale”:  ognuno di noi, immerso nella comunicazione digitale e nei rapporti neoliberistici di produzione, è autoreferenziale, guarda “solo ciò in cui può riconoscere, in qualche modo, se stesso” e tutto ciò non si è certo attenuato in questo tempo di covid. Ma dove è promosso l’Uguale, la vita s’impoverisce e sorgono nuove patologie: l’inflazione dell’io centrato su di sé genera angoscia e autodistruttività; l’esperienza e la conoscenza sono sostituite dalla mera informazione, le relazioni personali cedono il posto alle connessioni telematiche. Solo l’incontro vivificante con l’Altro può conferire a ciascuno la propria identità. Il saggio si chiude invocando l’urgenza della costruzione di una comunità umana fondata sull’ascolto e sull’apertura all’Altro. Il possibile orizzonte oltre la liquidità è l’amore che fiorisce sia nell’intimità sia nel sociale, si apre all’altro, lo riconosce. Può essere eros, può essere filìa ma la sua vera cifra è agape: dono, gratuità pazienza, corresponsabilità capace di far fiorire spazi che siano veri “luoghi di relazione”.

domenica 26 febbraio 2017

L’altro: la sfida del XXI secolo.

🖊 Post di Gian Maria Zavattaro 
🎨 Immagini di sculture e pitture di Amedeo Modigliani (1884 - 1920). Nelle opere del noto scultore e pittore, qui raffigurate, è ben visibile il richiamo all'arte africana che influenzò - oltre lui - molti artisti novecenteschi, da Matisse a Picasso. E' proprio a partire dalle maschere africane che matura lo stile personalissimo di Modigliani, con quei volti allungati ed essenziali nei tratti che lo rendono inequivocabilmente riconoscibile.

Ryszard Kapuscinski, L'altro
“Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci e a capirci a vicenda? Riusciremo insieme a trovare, come dice Conrad, ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia ed ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati?” (Ryszard Kapuscinski, L’altro, U. E. Feltrinelli/Saggi, 2015, 4° ed., pp.76-77).

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Amedeo Modigliani, 
Il busto rosso, 1913,
Olio su cartone, 
Collezione privata
Ho riletto in questi giorni l'agile saggio di R. Kapuscinski,  a dieci anni dalla sua morte (1932-2007), con i suoi riferimenti ai filosofi del dialogo,  in particolare E. Lévinas e J. Tischner (1).
Più di 40 anni fa McLuhan coniò la definizione di “villaggio globale” che a Kapuscinski suona come paradosso: “l’essenza del villaggio consiste nel fatto che  i suoi abitanti si conoscono intimamente, si frequentano e condividono un destino comune.
Cosa impossibile da dirsi della società del nostro pianeta, che fa piuttosto pensare alla folla anonima di un grande aeroporto: una folla di persone frettolose, sconosciute tra loro e perfettamente indifferenti le une alla altre”(2).