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venerdì 12 febbraio 2016

Indifferenza e misericordia, con Caravaggio.

Caravaggio (il pittore del buio),
Vocazione di San Matteo,
particolare
Che significa indifferenza? Chiudere volutamente gli occhi, “non volere avere fastidi”, “non-volerne-sapere”, rifiutare la responsabilità di essere donne ed uomini cui sta a cuore non solo la propria integrità psicofisica ma anche il diritto dell’altro a sviluppare le sue possibilità personali e sociali.
Ogni giorno siamo chiamati a resistere all’escalation dell’indifferenza, che estinguerebbe in ognuno di noi ogni istanza di coinvolgimento, di partecipazione, di presa di posizione sulle mille realtà di ingiustizia sociale che ci attorniano.
Caravaggio (il pittore della luce), 
Vocazione di San Matteo,
particolare
E’ la malattia mortale dell’accidia (akedeia, come la definisce il monachesimo antico ed odierno), disfatta davanti al mistero dell’esistenza, rifiuto di condividere la sofferenza e la responsabilità del vivere con gli altri, rinuncia  ad ogni anelito comunitario, “tristezza per i beni divini”, come  la definiva S. Tommaso d’Aquino. La tradizione cattolica la considera uno dei sette vizi capitali, perché fuga  di fronte alle domande essenziali, atteggiamento negativo fondamentale di fronte alla vita, in quanto ne viola la dimensione sia profana sia religiosa, riducendola a "perenne agonia dell’umano".

Caravaggio, Sette opere di Misericordia,
Dar da bere agli assetati,
particolare
Contrapposta è la com-passione consapevole, che trova il suo inveramento in questo anno giubilare nella misericordia continuamente ricordata e rinnovata da papa Francesco.
La misericordia non è appannaggio esclusivo del cristiano: è  prospettiva aperta a tutti, credenti e non credenti, per la sua forza liberatoria, per il valore universale della sua istanza, nella convinzione   che ognuno di noi può essere amato solo dove e in quanto tutti sono amati.
So bene che alcuni settori della cultura contemporanea storcono il naso e, sulle orme nietzschiane, disprezzano questo atteggiamento considerato debole, insano e patologico. So bene che non è facile, anzi a volte eroico. Apriamo gli occhi: indubbiamente oggi è difficile la mobilitazione della com-passione.
Caravaggio, Sette opere di Misericordia,
Vestire gli ignudi,
particolare
Al di là dell’effimera reazione emozionale di fronte alle indicibili sofferenze presenti in tutto il mondo  che i media ogni giorno ci presentano (stragi, uccisioni, paure, fame, miserie ecc), non c’è forse costantemente in noi il rischio di un’abulica anche se involontaria rassegnata abitudine?
Non c’è forse un inconscio ottundimento della nostra vita di tutti i giorni, anche quando l’esercizio della misericordia potrebbe rivelarsi non solo aiuto concreto nelle situazioni di indigenza, ma in casi estremi ultima possibilità di salvare bambini, uomini, donne  di fronte alla negazione immediata della loro nuda esistenza?
Senza ostentazione e senza invadenza conosciamo veramente la misericordia?
Caravaggio, Sette opere di Misericordia,
Ospitare i pellegrini,
particolare
Non è solo gesto transitorio di attenzione; è com-passione, disposizione a percepire la sofferenza e le necessità dell’altro, atteggiamento di sollecitudine; è lasciarsi interpellare, investire, colpire dalla sua condizione, solidarizzare con lui come se ci riguardasse personalmente.
E non importa  se le persone che la ricevono abbiano un riconoscimento od una considerazione sociale né si attende alcuna riconoscenza.
Per il credente cristiano l’irruzione della misericordia divina nella realtà della miseria umana è una provocazione di prim’ordine: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Matteo 12,7). Dio è “padre della misericordia” e la sua misericordia è la motivazione per la misericordia tra gli uomini. Il grido “Signore, pietà” è come una professione di fede, la misericordia diventa segno caratteristico del cristiano e la sua mancanza è la più profonda deformazione della fede in Dio. Tanto da essere criterio del giudizio ultimo dell’uomo.

Caravaggio, Sette opere di Misericordia 
(1606-1607)

L'arte tra buio e luceMichelangelo Merisi, detto Caravaggio (1571-1610), uomo dalle passioni forti fino all’eccesso, non ha rappresentato nelle sue tele la figura dell’accidia – taedium vitae, male di vivere, malinconia, tristezza, indifferenza – anche se forse l’ha contenuta in quel soggetto delle sue opere che è il buio. L’oscurità, infatti, non è semplicemente uno sfondo come un altro: essa contiene simbolicamente tutte le contraddizioni del vivere. La notte, in cui sono avvolte le scene che emergono grazie ad un fascio di luce, è la sintesi di tutte le paure e le angosce dell’uomo. In questo buio si collocano le Sette opere di Misericordia, visione di un insieme concitato e denso, fatto di elementi realissimi – come i piedi del defunto – e simbolici – come la Madonna tra angeli che effonde la grazia necessaria ad operare il bene. L'intensa commozione che il dipinto ci comunica è data dalla drammaticità dei gesti tratti da una quotidianità sofferente e bisognosa di cure, che ci coinvolge e ci interpella (vedi qui il video).


Post di Gian Maria Zavattaro
Iconografia di Rossana Rolando
 

2 commenti:

  1. Opportune e necessarie, queste belle riflessioni. Stupendo il dipinto di Caravaggio. Segnalo - solo per desiderio di "comunione" - di aver dedicato degli scritti alle 4 virtù cardinali (nella sezione: Vangelo secondo ...) e questo post dedicato all'accidia:http://maridasolcare.blogspot.it/2014/09/i-sette-vizi-capitali-accidia.html
    Buona domenica sera.

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  2. Rossana Rolando15 febbraio 2016 20:05

    Molto bello il post sull’accidia, molto “vera” la personalizzazione della parte finale. Grazie, anche noi condividiamo lo spirito di “comunione”. La consapevolezza dell’accidia è espressa magistralmente da Eugenio Montale in una poesia che io amo molto. La riporto qui:

    Per finire.
    Raccomando ai miei posteri
    (se ne saranno) in sede letteraria,
    il che resta improbabile, di fare
    un bel falò di tutto che riguardi
    la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
    Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
    ed è già troppo vivere in percentuale.
    Vissi al cinque per cento, non aumentate
    la dose. Troppo spesso invece piove
    sul bagnato.
    (Eugenio Montale, L’opera in versi, Diario del 71 e del 72, Einaudi, Torino 1980, p. 508).

    Buona serata.

    RispondiElimina