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martedì 27 dicembre 2016

Regalo di Natale. Primo Levi.

Commento e narrazione dell'ultimo Natale di Primo Levi ad Auschwitz.
🖊 Post di Rossana Rolando.
🎨 Le immagini riproducono il dipinto di Claude Monet, La gazza (al termine del racconto di Primo Levi si capirà il collegamento con l'uccello che generalmente viene associato al ladrocinio: la gazza ladra).


Claude Monet, 
La gazza, particolare
L’ultimo Natale di guerra, il racconto autobiografico scritto da Primo Levi nel 1984, ricorda il 25 dicembre del 1944.
Le voci sull’andamento bellico hanno raggiunto anche il Lager: si sa ormai che si avvicina la fine della guerra. La convinzione che sia “l’ultimo Natale di guerra e di prigionia” - come effettivamente sarà - conferisce al vissuto la forza delle esperienze che si imprimono nella memoria all’atto del congedo: non un Natale tra gli altri, ma l’ultimo.
In questo brano (1), che è solo una parte dell’intera narrazione, sono riconoscibili i temi sviluppati da Primo Levi anche in altre opere (penso soprattutto a I sommersi e i salvati): l’istinto della sopravvivenza e il progressivo sfinimento, la condizione di Muselmänner, i sommersi, sottouomini deprivati di tutto, ormai incapaci di pensieri ed emozioni, la zona grigia di ambiguità che - in cambio di qualche misero vantaggio - porta i prigionieri a farsi complici dei nazisti e rende indistinto il confine tra le vittime e i carnefici.
Claude Monet, 
La gazza, particolare
Ma insieme vi ritroviamo i contrassegni del Natale. Senza alcuna ombra di retorica solidaristica, anzi nell’assoluto dominio di quella logica disumanizzante che, all’interno del Lager, divide dagli altri e spinge a salvare esclusivamente se stessi, i due protagonisti si trovano, loro malgrado, a dover “condividere” tra loro (per convenienza) e con altri (contro la propria volontà) un dono. Sembra che Primo Levi, con il suo stile asciutto, velatamente ironico, capace di levità nonostante la memoria del dolore,  abbia voluto introdurre una sorta di eterogenesi dei fini, facendo balenare nel luogo più lontano da Dio – nel buio della negazione e dell’assenza di Dio – il germe di una logica altra (del dono e della condivisione) che si realizza a dispetto di ogni azione intenzionale.


🔴🔴 Primo Levi, L'ultimo Natale di guerra 🔴🔴
  

Claude Monet, 
La gazza, particolare
...Fu un Natale memorabile per il mondo in guerra; memorabile anche per me, perché fu segnato da un miracolo. Ad Auschwitz, le varie categorie di prigionieri (politici, criminali comuni, asociali, omosessuali ecc…) potevano ricevere pacchi dono da casa, ma gli ebrei no […].
Eppure un pacco arrivò fino a me, mandato da mia sorella e da mia madre nascoste in Italia, attraverso una catena di amici […]. Il pacco conteneva cioccolato autarchico, biscotti e latte in polvere…
Mangiare, cibo, fame, erano i termini che in Lager volevano dire cose totalmente diverse da quelle usuali: quel pacco, inatteso, improbabile, impossibile, era come un meteorite, un oggetto celeste, carico di simboli: di valore immenso, e di immensa forza viva.
Non eravamo più soli: un legame col mondo di fuori era stato stabilito. E c’erano cose deliziose da mangiare per giorni e giorni. Ma c’erano anche problemi pratici gravi, da risolvere all’istante: ci trovavamo nella situazione di un passante a cui venga donato in piena strada un lingotto d’oro. Dove metterlo? […] Come sottrarlo alla cupidigia degli altri? […]
Claude Monet, 
La gazza, particolare
La nostra fame vecchia di un anno ci spingeva alla soluzione peggiore: mangiare subito tutto. Dovevamo resistere alla tentazione, i nostri stomaci indeboliti non avrebbero retto alla prova, entro un’ora tutto sarebbe finito in una indigestione se non peggio.
Non avevamo nascondigli sicuri. Distribuimmo i viveri in tutte le tasche dei nostri abiti, ci cucimmo tasche illegali […].
Alberto e io ne parlammo a lungo alla sera, dopo il coprifuoco. Fra noi vigeva un patto rigoroso: tutto quanto uno dei due riusciva  a procurarsi al di fuori della razione doveva essere diviso in due parti esattamente uguali. In queste imprese Alberto riusciva sempre meglio di me, per cui spesso gli avevo chiesto che interesse avesse a rimanere in società con un partner poco efficiente qual ero io; ma Alberto mi aveva sempre risposto: «Non si sa mai; io sono più svelto, ma tu sei più fortunato». Per una volta aveva avuto ragione.
Alberto formulò una proposta originale. L’articolo più ingombrante erano i biscotti […]. Erano biscotti non tanto buoni ma di bella apparenza; avremmo potuto dividerli in due confezioni e farne omaggio al Kapo ed all’Anziano della baracca. Secondo Alberto […] i due “prominenti” ci avrebbero remunerato con indulgenze di vario tipo. Il resto del pacco lo avremmo consumato noi, a piccole razioni quotidiane ragionevoli, e nel massimo segreto possibile.
Claude Monet, 
La gazza, particolare
Ma in Lager l’affollamento, la promiscuità, il pettegolezzo e il disordine erano tali che il segreto si riduceva a poca cosa […]. Parecchi sapevano o avevano indovinato […].
Il giorno di Natale si lavorò come di consueto […]. Tornato in campo a sera, andai al lavatoio; nelle tasche avevo ancora una buona dose di cioccolato e di latte in polvere, perciò aspettai finché si fosse fatto libero un posto nell’angolo più lontano dalla porta d’ingresso. Appesi la giacca a un chiodo proprio dietro di me: nessuno avrebbe potuto avvicinarsi senza che io lo vedessi. Incominciai a lavarmi, e con la coda dell’occhio vidi che la giacca stava salendo. […] Qualcuno, dalla finestrella che stava sopra il chiodo, aveva calato un funicella e un chiodo. Corsi fuori, mezzo vestito com’ero, ma non c’era più nessuno. Nessuno aveva visto niente, nessuno sapeva niente. Oltre a tutto, ero rimasto senza giacca. Mi toccò andare dal furiere di baracca a confessare la mia colpa perché in Lager essere derubati era una colpa: mi diede un’altra giacca […].
Ridividemmo il contenuto delle tasche di Alberto, che era rimasto indenne, e che sfoderò le sue migliori risorse filosofiche. Più di metà del pacco l’avevamo consumato noi, non è vero? E il resto non era del tutto sprecato, qualche altro affamato stava festeggiando il Natale a spese nostre, magari benedicendoci. E comunque, di una cosa si poteva essere sicuri: era quello l’ultimo Natale di guerra e di prigionia.

Claude Monet, La gazza
1. Il brano è tratto da Primo Levi, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1261-1263.

7 commenti:

  1. Rimando al commento messo su Filosofia in pantofole. Non sono riuscito a fare taglia incolla. Grande, Rossana!

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  2. Rossana Rolando27 dicembre 2016 08:23

    Il commento di Rosario su Filosofia in pantofole:
    La cornice iconografica con gli stupefacenti quadri della neve ( serenità mista a lieve melanconia ), lo stile narrativo di Primo Levi, il messaggio intonato a in un ambiente estremo e disumano, l'introduzione sommessa e pertinente di Rossana impreziosiscono un post di grande qualità.
    La mia risposta:
    Ti ringrazio molto del commento e del tuo generoso giudizio che ben si accompagna al preziosissimo impegno da te profuso sul "nostro" blog. Ciao. Buona giornata

    RispondiElimina
  3. Teresa Massaccesi27 dicembre 2016 15:57


    Grazie......era doveroso ricordare il Natale memorabile di Primo Levi.....
    Non si può non fare memoria ..... e capire quanta emozione....quanto coraggio....quanta forza d' animo....quanta fede sono i doni che si ricevono nel tempo del Natale......
    un Natale che molti possono darne testimonianza.....
    Grazie .....ricordare perché il mondo conosca le verità e sappia diffonderle.....

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    1. Rossana Rolando28 dicembre 2016 08:20

      Grazie Teresa. In questo racconto di Natale è racchiuso tutto un mondo di ricordi, emozioni, dolore trattenuto e controllato nella forma della scrittura… e ci colpisce come sempre sa fare Primo Levi. Ne approfitto per augurare Buone Feste insieme a mio marito. Buona giornata, Rossana.

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  4. Laura D'Aurizio28 dicembre 2016 08:11

    Dono è contenuto nella parola perdono, difficilissimo il perdono ed impossibile il dono se si è affamati (o deprivati) eppure vi si gioca forse in maniera essenziale il valore della nozione di civiltà ( che si accolla il disagio per potersi affrancare dal cervello rettile) ma quanta complessità e quanta difficoltà ad essere uomini buoni (io che sono capace di donare non sono capace di perdonare -in certi casi estremi e quindi mi vedo nella mia difficoltà...perché perdono non è mai gratificazione narcisistica di superiorità morale ma ha piena significazione solo nella naturalezza totale, da cui l'alleggerimento di tutti i pesi gravosi dell'anima.

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    Risposte
    1. Rossana Rolando28 dicembre 2016 09:12

      Cara Laura, grazie del tuo commento su questo tema difficilissimo del perdono. Ho visto un video, curato da Maurizio Ferraris, che mi è parso interessante: una trattazione laica, non retorica, con molti spunti e una simpatica conclusione… Mi fa piacere condividerlo con te e con chi vorrà prenderne visione. Questo il link: http://www.filosofia.rai.it/articoli-programma/zettel-3-filosofia-in-movimento-perdono/23309/default.aspx
      Ti abbraccio e buona giornata. Rossana.

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