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martedì 21 agosto 2018

Eros in agonia nella società della stanchezza.

L'articolo avvicina alla figura del pensatore Byung-Chul Han e, attraverso di lui, a molte criticità del vivere contemporaneo.
Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini delle opere in ceramica di Johnson Tsang, pubblicate per gentile concessione dell'artista di Hong Kong (qui il sito).

Johnson Tsang, 
Quarantena
In questi ultimi sei anni Nottetempo e Vita e Pensiero  hanno tradotto in italiano una serie di  agili (ma impegnativi) saggi di Byung-Chul Han, filosofo coreano di lingua tedesca considerato tra i più interessanti pensatori contemporanei, il cui pregio è quello di mettere a nudo impietosamente le nostre criticità. Si tratta di un continuum di progressive riflessioni, variamente riproposte ed approfondite, riguardanti  la società della stanchezza e della prestazione (1), l’eros in agonia (2) e l’espulsione dell’Altro (3). Tuttavia le sue sconsolate meditazioni (non del tutto condivisibili) si aprono alla prospettiva di una possibile futura società dell’ascolto e dell’attenzione che riporti il tempo dell’Altro, il buon tempo, il profumo del tempo, l’arte di indugiare sulle cose (4). Mi è impossibile riportare in pochi tratti le argomentazioni di Han, alla cui diretta lettura rimando. Da dilettante quale sono debole in filosofia ma non nell’amore per essa, medito in due post successivi su alcune soggettive suggestioni.
🌟 1. La società della stanchezza.
La “società disciplinare” del XX secolo era una “società della negatività” del divieto e del no, in cui i cittadini  erano “soggetti d’obbedienza”. La sua caratteristica era il paradigma immunologico, difesa-attacco sia a livello biologico sia sociale: tutto ciò che era estraneo, altro, esterno, nemico provocava una reazione immunitaria e veniva attaccato. Oggi la società è completamente diversa con l’abbattimento di barriere confini frontiere muri che impediscono l’universale processo di scambio: “il paradigma immunologico non è compatibile con il processo di globalizzazione odierna” (5). (Annotazione interessante per valutare ad es. la questione migranti ed il “cambiamento” in atto nella nostra Italia, che mi pare regressiva reazione immunologica di retroguardia).
Johnson Tsang, 
In gabbia
La nostra è una “società della prestazione” i cui cittadini da “soggetti d’obbedienza” sono diventati “soggetti di prestazione”, imprenditori di se stessi. Al posto del divieto trionfa l’iniziativa del “poter fare” illimitato. Le patologie della società di prestazione non sono più di tipo batterico o virale, ma di tipo psichico, manifestazioni di  una libertà paradossale  che, svincolata dal dominio  esterno, di fatto si identifica con la costrizione a massimizzare la prestazione. Nella discontinuità tra le due società c’è una profonda continuità: l’”animal laborans” rimane a suo modo disciplinato, obbediente all’imperativo della prestazione quale nuovo obbligo. Derivanti dalla pressione della prestazione e dalla violenza immanente al sistema stesso (6), gli “infarti psichici” per Hans sono un “terrore della immanenza”(7). “L’uomo depresso è quell’animal laborans che sfrutta se stesso volontariamente, senza costrizioni esterne” (8), carnefice-vittima della propria autoreferenzialità, sfruttatore-sfruttato in guerra con se stesso: specchio dell’umanità che fa guerra a se stessa. Illusorio credere che quanto più si è attivi più si è liberi. Come suo rovescio la società dell’azione genera esaurimento e stanchezza del fare e del poter-fare.
Esiste tuttavia un’altra forma di possibile “stanchezza”: profonda, fiduciosa del mondo, capace di dire “no grazie”, di aprirsi ad  uno spazio dove  è possibile indugiare, soffermarsi non su ciò che devo fare, ma su ciò che mi circonda. Stanchezza che  nulla ha a che vedere con l’esaurimento, perché  è elevarsi ad un’attenzione ben diversa dalla sbrigativa ed effimera iper-attenzione del nostro mondo frenetico che non tollera pause. E’ l’indugiare della vita contemplativa, “una particolare  pedagogia del vedere anche l’odore delle cose”: “la sua atmosfera fondamentale è lo stupore per l’essere così delle cose” (9) che impedisce “l’erranza degli occhi” e consente l’arte e la cultura. Dunque una stanchezza che cura, “danza statica” che si sottrae completamente al principio di prestazione.
Johnson Tsang, 
Discorso sull'anima
🌟 2. Eros in agonia.
La società della stanchezza e della prestazione, in cui tutto è possibile, “non ha alcun accesso all’amore”, perché, afferma Lévinas, “l’amore non è una possibilità, non si deve alla nostra iniziativa, è senza fondamento, ci coglie di sorpresa e ci ferisce” (10). Alla radice c’è “l’erosione dell’Altro, che ha luogo attualmente in ogni ambito della vita e si accompagna alla crescente trasformazione narcisistica del sé” (11). Il fatto che l’Altro scompaia drammaticamente avviene senza essere rilevato dai più. Il soggetto narcisista non è capace di riconoscere l’Altro nella sua alterità e di accettarla: “per lui ha senso solo ciò in cui può riconoscere, in qualche modo, se stesso”(12). L’Altro non è più una persona, un “tu”,“non si può rivolgergli la parola”, non ha neppure un “volto”. Non può essere amato, ma solo consumato. L’amore non è più un evento, una trama, una narrazione, un dramma, solo emozione ed eccitazione (13). All'amore come esperienza sacra e al carattere sacro della stessa sessualità subentra la «profanazione» nella pornografia, che calca solo “il palcoscenico dell’uno” e cancella interamente l’alterità.
L”Eros in agonia” comporta conseguenze ben al di là della sfera dei rapporti interpersonali. Al venir meno della base dell’amore cioè della esperienza dell'altro come altro, entrano in crisi la fantasia (“le fantasie per l’Altro”) e conseguentemente la letteratura, l'arte e la politica (14).
Johnson Tsang, 
Aprire la mente
L’amore invece, collocandosi al di là della prestazione e del potere, “rende possibile l’esperienza dell’Altro nella sua alterità che strappa il soggetto dal suo inferno narcisistico: è “il dono dell’Altro” (15). L’Eros, si risveglia davanti al “volto”, non consumabile, diametralmente opposto alla “faccia” priva di segreti che esibisce se stessa come merce e che si consegna  al consumo (16). Eros, “palcoscenico per due”, permette che il mondo risorga dal punto di vista dell’Altro anche stringendo un patto di “fedeltà trascendentale” con la politica e l’arte (17).
Non è vero, come ritiene Anderson (18), che  grazie a Google non c’è più bisogno della teoria, cioè di interpretazione e spiegazione dei dati. Le teorie “non sono modelli che si possono sostituire con l’analisi dei dati”, ci dicono “cosa deve essere e cosa no”, tracciano scelte essenziali che illuminano il mondo prima di spiegarlo (19).
Logos ed Eros, pensare ed amare - ci insegnano Socrate e Platone - sono in relazione intima: il logos è privo di forza senza la potenza dell’Eros, figlio di “poros”, che indica al pensiero la via del non-percorso, “l’impercorso”. Platone chiama Eros “philosophos”: un amico, un amante, non una persona esterna ma ”presenza intrinseca al pensiero. una condizione di possibilità del pensiero stesso, una categoria vivente” (20). Si deve essere stati amici, amanti per poter pensare. La filosofia è traduzione dell’eros in logos e deve al primo la sua vivezza e inquietudine.  
Indugiare nell’attenzione profonda, riscoprire  l’Altro: preannuncio delle riflessioni  in “L’espulsione dell’Altro” e “Il profumo del tempo”.

Johnson Tsang, 
Contro il muro
🌟 Note.
1. Byung-Chul Han, La società della stanchezza,  Nottetempo Roma, 2012 (ristampa giugno 2017), p.21.
2. Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Roma, 2013, sesta ristampa 2017.
3. Byung-Chul Han,  L’espulsione dell’altro, Nottetempo, Roma, 2017.
4. Byung-Chul Han, IL PROFUMO DEL TEMPO,L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Mi, 2017.
5.Byung.Chul Han, La società della stanchezza, cit., p.12 
6. o.c. cfr.p.7.
7. o.c. p.19. Gli “infarti psichici” sono depressione, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo borderline, sindrome di  burnout.
8. o.c p. 26.  Cfr.  anche Byung-Chul Han, Eros in agonia, o.c. pp.19-22: “L’autosfruttamento del singolo individuo è molto più efficace dello sfruttamento estraneo, perché si accompagna a un sentimento di libertà.  Lo sfruttamento diventa possibile così anche senza dominio. […] La  costrizione autoindotta appare come libertà, così da non essere riconosciuta in quanto costrizione. Il “tu puoi” esercita persino più costrizione del “tu devi”. […] Il regime neoliberale nasconde la propria struttura  costrittiva dietro l’apparente libertà del singolo individuo…[…] Chi fallisce è per di più lui stesso, colpevole, e da quel momento in poi porta questa colpa con sé. Non c’è neppure alcuna possibilità di perdono e di espiazione. Ne deriva non solo la crisi della colpa, ma anche della gratificazione.[…] Queste crisi rendono evidente che il capitalismo non è una religione, perché ogni religione opera per mezzo di colpa e di perdono. Il capitalismo è soltanto colpevolizzante […] La depressione del soggetto di prestazione presenta, insieme all’esaurimento (burnout), un fallimento irrimediabile del potere, ovvero un’insolvenza psichica. “Insolvenza” significa letteralmente l’impossibilità di estinguere (solvere) la colpa”.
9. o.c.  cfr.pp 34-356  e 47 e seg.
10. Byung-Chul Han, Eros in agonia, o.c. p. 25
11.o.c. p.6
12. o.c. p.8
13. o.c. p.25
14. o.c. p.67. Si vedano inoltre le pp. 57-76 
15.o.c.p.9
16.o.c.p.30
17.o.c. p.73
18. o.c. p. Redattore capo della rivista di informativa “Wired”:  riferimento al suo articolo  “La fine della teoria”.
19. o.c. p. 79 e 81
20.o.c. p.85
21.o.c. p.

16 commenti:

  1. Alessandra Ippolita Bevacqua21 agosto 2018 alle ore 09:13

    Splendida riflessione. Grazie.

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  2. Nella sintesi di un compendio, con la forza di una “summa” Gian Maria illustra l’interessante percorso di un giovane filosofo, che apre l’osservatorio sulla società del presente. Apparentemente dinamica, essa è involta nell’autoesaltazione del narcisismo e brucia velocemente i suoi futili scopi all’altare dell’efficienza.
    Sono convinto, a dispetto di quanti minimizzano e criticano, riducendo tutto alla “ decrescita felice”, che solo dal ripiegamento nel Se’ può venire la rinascita.
    Grazie Gian Maria! 🎈

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    1. “Osservatorio” decisamente impietoso e pur tuttavia non disperante, anzi stimolo ad un vero “cambiamento” che può avvenire solo ripristinando a livello globale il tempo in cui c’è l’Altro, ovvero l’incontro e l’ascolto.

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  3. Riflessione molto intensa. Indubbiamente, dà da pensare. E dovremmo sempre trovare il tempo per farlo....

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    1. E' vero! Trovare il tempo, l’arte di perdere tempo, prendere tempo, vincere il tempo: ridare posto alla vita contemplativa nella sua forma più quotidiana, riapprendere a ‘indugiare’, cioè a restituire al tempo il suo ‘profumo’ di memoria, di vigile sguardo sul mondo presente e di attesa. Grazie.

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  4. Molto interessante il suo articolo, grazie. Ho letto "La società della stanchezza" e altri di Byung-Chul Han, mi piacciono le sue analisi (che anch'io non condivido "in toto").

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    1. Confermo che anch’io non condivido “in toto” le sue analisi, che a volte mi paiono troppo pessimistiche e quasi apocalittiche. Tuttavia, al di là di alcune affermazioni forse paradossali e non sempre approfonditamente argomentate, rilevo la non comune e lucida immersione nella cultura odierna, l’autentico I Care, l’ urgente impegno di ricostruzione di una comunità umana basata sull’ascolto ed apertura all’Altro. Grazie.

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  5. Martha Beatriz Delgado Idalgo21 agosto 2018 alle ore 15:55

    Certo, bella riflessione.

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  6. grazie. condivido il pensiero di Han. ho avuto bisogno di soffermarmi sulla nota a piè di pagina, pp 19 - 22. grazie

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    1. Gent.le Roberta, immagino si riferisca alle pagine di “Eros in agonia”, sulle quali anch’io ho ritenuto di soffermarmi. Buona serata.

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  7. Simonetta Giovannini22 agosto 2018 alle ore 09:25

    Grazie, trovo questo articolo molto stimolante.

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