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venerdì 3 aprile 2020

Il mistero e la fede, Kierkegaard.

Søren Kierkegaard e l'esperienza di fede vissuta in prima persona, accettando la soglia del mistero.
Post di Rosario Grillo

Luplau Janssen, 
Ritratto di Søren Kierkegaard
Scrivevo in Fede-mistero che il mistero si accompagna alla fede, offrendo conferma con lo scritto di Rudolph Otto (Il sacro).
Sul mistero, si è soffermato il 19/03/20 il Sommo Pontefice, riconoscendolo proprietà di San Giuseppe. Per mezzo suo, seppe svolgere il paradossale compito di educatore di Gesù, Dio-uomo (1).
Pascal, grande tempra di credente, da una parte lesse il mistero nell’uomo, proteso tra infinito e nulla, dall’altra ricondusse la fede al cristocentrismo: la fede passa esclusivamente attraverso Gesù (2).
Con queste premesse ci avviciniamo al percorso di fede di Kierkegaard, il quale, pur essendo riconosciuto come un testimone della fede in Cristo, fu anche un grande maneggiatore della parola come arte del discorso (3).
Fermo restando il centro del nostro interesse, la fede, si esce dalla difficoltà se ci si rifà ai maestri del pensatore danese, rovistando nella trama della sua biografia, della sua formazione intellettuale, del suo apprendistato di fede, ineluttabilmente filtrato dal ruolo del padre (4).
Emilius Ditlev Baerentzen, 
Ritratto di Regine Olsen
La centralità della fede in Kierkegaard risulta, per la verità, dalla trama del suo pensiero, dal tormento della relazione con Regina Olsen, dalla acuta polemica con la Chiesa danese, dalla resistenza alla secolarizzazione del Cristianesimo, comprovata dal rigetto della identificazione del Cristianesimo come “cultura”, un abito che si può vestire impersonalmente.
Tutto ciò impronta il binario sul quale corre il suo tentativo di “edificazione della fede”.
Assumo l’espressione usata da Furio Jesi che, nella sua celebre indagine (5), discute la necessità di assumere come guida dell’esegesi del pensiero del Danese, il suo intento di svolgere un discorso edificante.
Dalla nota 3 è emersa la centralità del pietismo, articolata vicenda religiosa che, nel torrente impetuoso della religiosità moderna, accolse nelle sue acque affluenti ed altrettanti ne emise (6).
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Sotto molti aspetti, cambiando oggetto, risulta strana (diabolica?) la scelta che Kierkegaard fece, di assumere molteplici pseudonimi, sotto i quali nascondere la sua identità. La difficoltà si può sciogliere se seguiamo l’indicazione di Jesi: Kierkegaard scelse di condurre un discorso edificante, nascondendolo ai suoi interlocutori. Da qui, il risalto che assumono: la narrazione, l’osservazione e l’investigazione, tecniche utilizzate nei suoi scritti. Potremmo spiegarlo con il piano di una dialettica dell’esistenza, che avanza non per evoluzione, né per via logica, ma per salti, focalizzandoci sulla possibilità.
Christian Olavius Zeuthn,  
Søren Kierkegaard in un caffè
Nel cammino spiccano: l’interiorità, che il pietismo teneva in gran conto, il conflitto con il demoniaco, che è un tutt’uno con il rischio connesso alla fede, lo scarto della conoscenza e, in primis, della scienza, come organi idonei e propedeutici alla fede.
Resta fermo l’assunto che l’esperienza di fede dev’essere vissuta in prima persona, accettando la soglia del mistero (7).
Jesi chiarisce a sufficienza l’impossibilità di una trasmissione, per via filosofica, dell’ “altro mondo”. “Bisogna aggiungere che lo stesso Kierkegaard sembra non aver mai voluto indagare metodicamente la realtà di quel mondo; le sue critiche contro i professionisti della filosofia e in particolare contro gli hegeliani paiono mascherare sotto l’ironia una condanna grave...
Quella sorta di universo parallelo, inconoscibile, a fianco dell’universo secolare: anche chi vi appartiene, non lo conosce ma lo sa nella singola esistenzialità” (8).

Note.
(1) In omelia alla messa officiata in Santa Marta il 19/03/20.
(2) “La fede in Cristo è autentica, non in quanto nasce da un miracolo ma in quanto è generata dalla croce”. (Pascal)
(3) “Tutto ciò che è cristiano deve assomigliare, nella forma di rappresentazione, alla spiegazione di un medico al letto di un malato; quantunque soltanto l’esperto possa capirla, non bisogna mai dimenticare dove ci si trova” (Kierkegaard, Malattia mortale). Furio Jesi, che ci farà da battistrada nella disamina, gli attribuisce l’uso (abuso?) di una certa “ mistica della parola”.
(4) Vengono in rilievo i tormenti del padre, il rigore della sua educazione, la frequentazione della corrente del pietismo. Dietro a questi, percorrendo l’intero tragitto, si risale alla devotio moderna,  si risale al transito storico tra Umanesimo e Rinascimento.
(5) Furio Jesi, Kierkegaard, Bollati Boringhieri 1971
(6) Fra gli affluenti vanno inclusi: la devotio moderna, che, con le sue propaggini, arrivò fino ad Erasmo da Rotterdam, ma che soprattutto ebbe il suo centro nella “Imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis; la tradizione magico-alchemica ed astrologica, laddove era consociata con aspirazioni di riforma religiosa (Paracelso); l’anabattismo, in confronto dialettico, vista la resistenza allo gnosticismo. Tra gli emissari, va segnalata una frequentatissima faglia di pensatori, coinvolti nella filosofia della religione, da Kant a Lessing a Schleiermacher et caetera.
(7) I vari episodi, dei quali il più celebre è il sacrificio di Isacco, non conducono ad altro. Lo stesso Kierkegaard non può far altro che ritrarsi, in quel momento. È per questo che egli parlò di “ una spina” nelle sue carni??? Molto variegate le interpretazioni date... e questa si può aggiungere alle altre.
(8) Kierkegaard, cit. p.177.

5 commenti:

  1. Tra i tanti stimoli, quasi provocazioni, che suggerisci in Kierkegaard, autore a me particolarmente caro soprattutto quando più di 40 anni fa insegnavo filosofia (il rigetto del Cristianesimo come cultura, il Cristocentrismo, la dialettica dell’esistenza ed il Cristianesimo come comunicazione di esistenza, l’interiorità, la fede quasi paradosso alla soglia del mistero…) mi soffermo sul primo, quasi di atroce attualità: la critica di una cultura che pretendeva di inventare tutto e di spiegare tutto, mentre in questi giorni stiamo vivendo l’impossibilità dell’invenzione totale e della comprensione totale, cioè vivendo la nostra finitezza umana dove assumono il loro senso più mordente i centri di gravitazione dell’interiorità (il peccato la tentazione di disperare l’invocazione l’inquietudine l’amore…). Pare quasi che Kierkegaard oggi ci suggerisca - giunti quasi allo spartiacque non solo per ogni singola persona ma per la società tutta globale - di praticare con coraggio l’unica scelta, opzione come categoria esistenziale fondamentale nella dialettica della libertà e possibilità: non et et ma aut aut… Grazie, caro amico.

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  2. Sotterraneamente Kierkegaard ha disseminato “domande di senso” e , se in verità son pochi i filosofi che si riconoscono nella sua scia, sono tanti, in realtà, anche laici, hanno qualche debito con lui.
    Ma conta ancor di più il fatto che in ogni stagione, tanto più in questa, ha tanto da insegnare.
    Molte sensazioni mi spingevano a vederlo presente lo scorso Venerdì, nella piazza San Pietro, ad assistere Papa Francesco.
    Grazie della tua pregnante lettura, Gian Maria!🙏💫

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  3. “… l’esperienza di fede dev’essere vissuta in prima persona …”. Cosa significa? “Vista la difficoltà di trovare qualcuno (un padre spirituale) nella propria Chiesa che voglia guidarci nelle vie più profonde dello spirito dove poter veramente sperimentare Dio”, desidero condividere qualche passo per me significativo, che riporto dal volumetto del trappista Basil Pennington (“Respiriamo Dio ogni giorno” – Edizioni Paoline 1978):
    “La cosa più importante nella preghiera non è pregare ma andare direttamente a Dio … dimenticate voi stessi … discendete nelle profondità del vostro spirito … perché è per la porta di questo io profondo che noi entriamo nella conoscenza spirituale di Dio … non per contemplare noi stessi ma per passare oltre noi stessi e trovare Lui …”(Thomas Merton)
    “Pregare è un atto di fede … è semplicemente credere che noi siamo nel mistero di Dio … tuffati e immersi in Lui … Fede è la consapevolezza della Presenza divina … Se Dio è invisibile è perché Egli è fuori della capacità dei nostri sensi o dell’immaginazione e persino delle nostre percezioni mentali … Egli rimane sempre al di là di ogni conoscenza concettuale che un uomo possa avere di Lui … noi mai dobbiamo accontentarci di vivere, tanto meno di pregare e incontrare Dio, con l’apparenza del nostro essere, al livello soltanto dei nostri sensi e dei nostri intelletti. Il punto effettivo dell’Incontro divino è nel centro esatto del nostro essere … L’uomo non è fatto solo per lavorare con le mani e per pensare con l’intelletto, ma anche per adorare nel profondo silenzio del suo cuore … egli è chiamato a immergersi in quel silenzio e a confondervisi, incapace di proferire una parola … perché nessuna parola può esprimere il mistero di Dio, il mistero dell’uomo nella presenza di Dio … Qui la mente non può neppure pensare o concepire un pensiero … mai dovrebbero (le anime devote) essere soddisfatte di ogni pensiero prodigioso o di ogni meraviglioso senso di pace o beatitudine che possono sperimentare, Dio è oltre … (Henri Le Saux)
    Raimondo Brunello

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  4. Ringrazio per il suo bel contributo, anche se velato da una punta polemica iniziale.
    Delucido quindi inizialmente l’espressione da me usata, in linea con l’esperienza di fede di Kierkegaard, personaggio legato al pietismo ed intransigente sul rapporto soggettivo con Dio.. Il Trappismo, come tale, nasce dentro una “ comunità di fede”, legato all’ordine dei Cistercensi.
    Comunque sia, oggi sono state superate, in buona parte, le barriere che prima impedivano una comprensione reciproca tra mondo protestante e mondo cattolico. Scrivo questo perché bisogna aver chiaro il percorso di fede ( il solenne principio luterano : “ la fede giustifica “) di stampo protestante dove, risalendo per la vis polemica e dietro la critica alle indulgenze, ergo verso la gerarchia ecclesiastica , è richiesto fondamentalmente il rapporto tra io-Dio.
    Nel mondo monastico l’incontro con Dio, di natura, nasce , attraverso il silenzio e la preghiera.
    Non ho nulla da obiettare a questo proposito. Soltanto che la fede deve confrontarsi anche con il mondo normale, che pulsa di affari economici, di relazioni sociali, di affetti variegati. A questo proposito , piuttosto, sottolineerei maggiormente un tipo di preghiera, convergente con l’attività lavorativa, come ho descritto narrando di de Foucauld.

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  5. E’ una questione di fede e di amore, di chi cerca sinceramente Dio nell'amore e può apprendere questa via di preghiera dai maestri spirituali:
    “Fino a quando non scopriamo questo io profondo, che è nascosto con Cristo in Dio, mai conosceremo appieno noi stessi come persone. Neppure conosceremo Dio. Perché è per la porta di questo io profondo che noi entriamo nella conoscenza spirituale di Dio …”(Thomas Merton)
    Per chi ha fede lo scopo dell’esercizio di tutta la vita dell’uomo è unione e comunione con Dio, sentiero alla vera felicità. La spiritualità umana fondamentale si esplica in conformità alla propria cultura e religione. L’importante è trarne dei concreti benefici nel praticarla, nel modo di vivere di ognuno di noi.
    Raimondo Brunello

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