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Visualizzazione post con etichetta Munch. Mostra tutti i post
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venerdì 2 agosto 2019

Ieri “Fu la cristianità”. Oggi il tempo della metanoia spirituale.

 Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini dei dipinti di Edvard Munch (1863-1944)

Edvard Munch, 
Golgotha
“Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo, etsi Deus non daretur”. Si pone allora “il problema che non mi lascia tranquillo: quello di sapere cosa sia veramente per noi oggi il Cristianesimo o anche chi sia Cristo” (Dietrich Bonhoeffer).

Sulla via del crepuscolo della vita, nella mia inquieta esperienza di fede, mi sforzo di capire l’identità di questo tempo di satura secolarizzazione, cogliere la mentalità delle generazioni più giovani, penetrare nelle loro attese e speranze, vivere le ansie teocentriche e gli aneliti autentici dei cristiani di oggi, essere compagno di strada in qualche modo di chi soffre, nel coraggio e nello sforzo di “sapere cosa sia veramente per noi oggi il Cristianesimo o anche chi sia Cristo”. 
Dal punto di vista politico - relativamente alla situazione italiana - questo tentativo di capire si trova di fronte  all'interrogativo di tanti: come si concilia la fede di un cristiano con le posizioni di una destra sovranista, populista, xenofoba e quant'altro?

sabato 19 agosto 2017

Solitudine e aiuto.

🖊 Post di Rosario Grillo 
🎨 Immagini delle opere di Edvard Munch (pittore norvegese vissuto tra il 1863 e il 1944).

Edvard Munch, Notte a Saint Cloud
“La solitudine è una regressione. L’ultimo, infelice luogo in cui nascondersi” (Fulvio Ervas, Invisibili, p. 53)
Fulvio Ervas è uno scrittore di storie romanzate: storie vive, dove il confine tra la realtà e l’immaginazione è labile. Perché l’ingrediente che vi predomina è la speranza.
Così l’espressione di partenza non resta confinata sul piano di definizione più o meno scontata e/o per larga parte astratta. Fa parte, invece, di una storia che ha scritto per il volume collettaneo, Invisibili, dove ha descritto la metamorfosi connessa al cambiamento di contesto socio economico di un certo Alvise.
Risolto con la stella polare della Speranza.

giovedì 14 novembre 2013

La solidudine oggettiva.



Siamo soli, cantava Vasco. Siamo tutti soli. 


Lungo la via di una qualsiasi città ...

Ma ci sono persone ancora più sole: gl’invisibili, gli ultimi, i penultimi, chiamiamoli come vogliamo. 


Disperazione.

Le città ne sono piene ed ormai ci abbiamo fatto il callo, tanto che non ci facciamo più caso.

Dolore.

Queste solitudini di oggi non vengono  da qualche misterioso destino, ma affondano le loro radici nella nostra società. Sono gli uomini a creare queste solitudini: i meccanismi di esclusione e di marginalizzazione non sono fatali,  portano le stigmate della storia, esprimono alle radici il travaglio della nostra società e la sofferenza di ogni singola persona.


Meccanismi di esclusione.

Ma  in quanto storiche queste solitudini ci interrogano, ci invitano a rinnovare la storia, ci spronano - come già dicevo in un precedente post - a ricercare  una solidarietà creatrice che sappia dare credibilità ad una nuova speranza. 


Ricreare le condizioni per danzare la vita.

Certo l’impegno per recidere  le radici storiche delle solitudini non giungerà ad eliminare per sempre l’esperienza della solitudine dalla vita dell’uomo, perché essa non è solo frutto di determinate condizioni storico-sociali, ma rimanda al vissuto  delle singole persone.


Malinconia.

In effetti la solitudine “oggettiva” - pur con intensità, implicanze e  costi assai diversi -  riguarda tutti: uomini e donne, integrati e disadattati, ricchi e  poveri, lavoratori e disoccupati, sfruttati e sfruttatori, giovani ed  anziani, immigrati ed autoctoni, malati e sani, disabili ed atleti, carcerati e carcerieri, vittime di perdita di ruolo o di rilevanza  sociale, discriminati,  stigmatizzati, separati, emarginati dal proprio ambiente, tutti coloro che soffrono la  perdita di contatto sociale, abbandonati a causa dell’età, della malattia, della morte dei familiari. 


Angoscia.


Siamo un’umanità  che si trova a vivere in un sistema ad una dimensione dove ciò che conta è solo il denaro, il successo, il potere; dove tutti soggiacciono ad un medesimo modello di relazione (produzione, competizione, efficienza e consumo) e ad un unico processo di competizione – o tu o io, meglio io - che ha nella legge del profitto il cardine fondamentale ed insostituibile. Tutti soffrono la solitudine, pur con diversità consistenti ed anche tragiche. 


La solitudine riguarda tutti.

Soffrono una loro solitudine anche “i padroni del vapore”, coloro che nella corsa risultano vincitori ed impongono le loro regole, i loro   parametri  di valore, il  loro modo di vita ed i loro prodotti. Ma è soprattutto dalla parte di coloro che sono vinti che la solitudine – con le sue  condizioni di sfruttamento, di povertà, di miseria,  ed anche di intima disperazione ed abiezione – è una ferita lacerante,  un  silenzioso grido insopportabile. 


Un silenzioso grido ...

Tutte le immagini riproducono opere di Edvard Munch.

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