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| Le contraddizioni interiori (Kazimir, Malevič, Busto di donna) |
Un chassid del Veggente di Lublino decise un giorno di
digiunare da un sabato all’altro. Ma il pomeriggio del venerdì fu assalito da
una sete così atroce che credette di morire. Individuata una fontana vi si
avvicinò per bere. Ma subito si ricredette, pensando che per un’oretta che
doveva ancora sopportare avrebbe distrutto l’intera fatica di quella
settimana. Non bevve e si allontanò dalla fontana. Se ne andò fiero di
aver saputo trionfare su quella difficile prova; ma, resosene conto, disse a se
stesso: “E’ meglio che vada e beva, piuttosto che acconsentire a che il mio
cuore soccomba all’orgoglio”. Tornò indietro, si riavvicinò alla fontana e
stava già per chinarsi ad attingere acqua, quando si accorse che la sete era
scomparsa. Alla sera, per l’apertura del sabato, arrivò dal suo maestro. “Un
rammendo”, esclamò lo zaddik [il maestro] appena lo vide sulla soglia” (Martin Buber, Il
cammino dell'uomo, ed. Qiqajon).
Questo breve racconto suggerisce diverse
letture. Con la sapienza chassidica e con Martin Buber, esponente del filone
novecentesco della filosofia ebraica, ci muoviamo nell’ambito di una
riflessione che vuole parlare dell’uomo nella sua esperienza vitale, nelle sue
contraddizioni e inquietudini più vere e profonde, un pensiero esistenziale e sapienziale,
che utilizza l’aneddoto come insegnamento.
Propongo due interpretazioni del brano
(ma non sono le uniche possibili):
















