Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Per alcune aree tematiche cliccare sulle immagini.

tag foto 1 tag foto 2 tag foto 3 tag foto 4 tag foto 5 tag foto 6 tag foto 7 tag foto 8 tag foto 9 tag foto 10 tag foto 10

giovedì 3 settembre 2015

Un pensiero mattutino con Martin Buber e Kazimir Malevič. Il rammendo.

Post a cura di Rossana Rolando.

Le contraddizioni 
interiori 

(Kazimir, Malevič, 
Busto di donna)

Un chassid del Veggente di Lublino decise un giorno di digiunare da un sabato all’altro. Ma il pomeriggio del venerdì fu assalito da una sete così atroce che credette di morire. Individuata una fontana vi si avvicinò per bere. Ma subito si ricredette, pensando che per un’oretta che doveva ancora sopportare avrebbe distrutto l’intera fatica di quella settimana. Non bevve e si allontanò dalla fontana. Se ne andò fiero di aver saputo trionfare su quella difficile prova; ma, resosene conto, disse a se stesso: “E’ meglio che vada e beva, piuttosto che acconsentire a che il mio cuore soccomba all’orgoglio”. Tornò indietro, si riavvicinò alla fontana e stava già per chinarsi ad attingere acqua, quando si accorse che la sete era scomparsa. Alla sera, per l’apertura del sabato, arrivò dal suo maestro. “Un rammendo”, esclamò lo zaddik [il maestro] appena lo vide sulla soglia” (Martin Buber, Il cammino dell'uomo, ed. Qiqajon).

Questo breve racconto suggerisce diverse letture. Con la sapienza chassidica e con Martin Buber, esponente del filone novecentesco della filosofia ebraica, ci muoviamo nell’ambito di una riflessione che vuole parlare dell’uomo nella sua esperienza vitale, nelle sue contraddizioni e inquietudini più vere e profonde, un pensiero esistenziale e sapienziale, che utilizza l’aneddoto come insegnamento.

Propongo due interpretazioni del brano (ma non sono le uniche possibili):



Dare una direzione alla propria vita...
(Kazimir Malevič, 
Cavalli rossi)
Potrebbe trattarsi di un invito rivolto a ciascuno di noi e potrebbe essere formulato così: “dai a te stesso una meta, vivi una tensione profonda, misurati con un impegno. Non perderti in mille esperienze, decidi dove vuoi andare e vai. Ciò che vuoi raggiungere deve costituire il senso e la direzione della tua vita. Per quello scopo dovrai essere capace di fare rinunce, sacrifici, sforzi. Ne varrà la pena.”

...non dividersi in mille esperienze 
inconclusive... 
(Kazimir Malevič, 
Suprematismo 1915)
In questa linea interpretativa si potrebbe collocare il significato della conclusione a tutta prima un po’ enigmatica. Perché il maestro, riferendosi allo sforzo del discepolo, dice “un rammendo”? Ricucire, rattoppare, riprendere, rinforzare… e, metaforicamente, indietreggiare, oscillare, ritornare...: questo vuol dire rammendare. Ed è una bellissima descrizione del lavoro interiore del discepolo: non un andare sicuro, deciso alla meta, ma un andare e poi ritornare sui propri passi, un metter mano ad un’impresa per poi rischiare di abbandonarla. E allora “rammendo” suonerebbe come un rimprovero: “l’opposto del rammendo è il lavoro fatto di getto”. La vita di un uomo può essere un “rammendo”, in una molteplicità di sentimenti, di esperienze, di contraddizioni che dividono e paralizzano l’anima, oppure un “lavoro fatto di getto”, in cui si sceglie che cosa essere e lo si segue con fedeltà e risolutezza.

...non perdersi nell'insensatezza... 
(Kazimir Malevič, 
Mucca e violino)
Ma il racconto potrebbe contenere un altro messaggio, per certi versi opposto. Potrebbe significare: “ricordati che sei una cosa fragile, che puoi cadere in ogni momento e che tutti i tuoi progetti possono andare in fumo. Se lo sai, se lo tieni ben presente, la tua debolezza non ti dominerà, non sarà la tua ossessione”.

...il racconto dell'umana fragilità... 
(Kazimir Malevič, 
Suprematismo 1915)
Nel racconto il discepolo - una volta accettata la sete - si avvicina alla fontana per bere un sorso d’acqua e si accorge che la sete è scomparsa, la sua ossessione non lo domina più. E allora il “rammendo” potrebbe non essere un rimprovero. Suggerirebbe piuttosto la reale condizione di ciascun uomo, che continuamente deve fare i conti con un’anima molteplice, in conflitto con se stessa, spezzata e sfilacciata. L’arte del rammendo permette di convivere con le proprie lacerazioni interiori, di perdonare le proprie indecisioni e contraddizioni, per rimettere insieme i pezzi dell’esperienza interiore e non lasciarsi soggiogare, riprendendo ogni volta il cammino.

... le oscurità e le lacerazioni 
della mente... 
(Kazimir Malevič, Circolo nero)
... le ricomposizioni interiori... 
(Kazimir Malevič, 
Suprematismo 1916)
...per riprendere il cammino 
(Kazimir Malevič, Inverno).
Kazimir Malevič, pittore russo vissuto tra il  1879 e il 1935, è stato il precursore della pittura astratta e il fondatore del movimento suprematista, così chiamato per la superiorità che ha attribuito alle forme astratte e al colore – come il cerchio nero su fondo chiaro riportato in questo post o il più famoso quadrato nero su fondo bianco - rispetto alla tradizionale rappresentazione della realtà. L’astratto esprime l’inconoscibile proprio perché non rappresenta nessun oggetto conosciuto. Nella concezione di Malevič l’arte diventa perciò indicazione di una realtà altra rispetto a quella percepibile, linguaggio metafisico che vuole esprimere l’essenziale e dire ciò che trascende il mondo degli oggetti visibili.
  

2 commenti:

  1. Franco Tindiglia6 settembre 2015 17:36

    "Un pensiero mattutino"

    Perché decise di digiunare da un Sabato all'altro? Probabilmente voleva mettersi alla prova? Forse sì, forse no. Delle due versioni, peraltro bellissime, di Rossana, sono particolarmente orientato verso la seconda: " ricordati che sei una cosa fragile...ecc."
    La prima interpretazione richiede una ferma determinazione, perciò anche un forte carattere "Prova comunque ardua e credo da pochi perseguibile".
    La seconda, al contrario, rivela i nostri timori, le fatiche, i pregiudizi e le debolezze che albergano nell'animo umano. Da qui, le difficoltà nel sapere, volere affrontare e superare determinati ostacoli, per raggiungere l'obiettivo prefissato. Ritengo più ripido questo percorso, data la fragilità umana. " Concordo sul rammendo." La nostra esistenza è un continuo cucire e ricucire tutte quelle lacerazioni che altrimenti ci distoglierebbero dal perseguire e raggiungere i nostri scopi . "Molto più difficile risollevarsi dopo essere caduto."

    RispondiElimina
  2. Rossana Rolando7 settembre 2015 19:56

    Caro Franco, grazie per aver aggiunto la tua riflessione e aver dato la tua interpretazione, ricca di un vissuto che avverte fino in fondo gli aspetti dell’umana fragilità, del “cucire e ricucire” che solo permette di mantenersi in piedi. Un caro saluto a te e ad Enrica.

    RispondiElimina