Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Per alcune aree tematiche cliccare sulle immagini.

tag foto 1 tag foto 2 tag foto 3 tag foto 4 tag foto 5 tag foto 6 tag foto 7 tag foto 8 tag foto 9 tag foto 10 tag foto 10

mercoledì 16 ottobre 2013

Sul cinismo di certi politici e non solo ...



Ciò che comunichiamo agli altri ...



“La sopravvivenza della società sembra opera del caso”, visto che il costume degli  Italiani,  sin dai  tempi del  Leopardi, è  quello di odiarsi, insidiarsi, nuocersi  gli uni gli altri, vicendevolmente scambiarsi  cinismo, disprezzo, derisione, offesa, reciproca indifferenza. Il “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” del nostro  Filosofo-Poeta, pubblicato postumo da  Le Monnier nel 1906,  risale agli anni 1824-1826.  Che cosa è cambiato da allora?  Tutto, nulla, qualcosa?  Dopo aver assistito ai vari dibattiti pubblici e televisivi  con  certi personaggi politici, disseminati come gramigna su tutto il territorio italiano, è ancora il caso di commentare?  No!


La società opera del caso.
(René Magritte)



"La conservazione della società sembra opera  piuttosto del caso che d’altra cagione e  riesce veramente meraviglioso che ella possa aver luogo tra individui che continuamente si odiano  s’insidiano e cercano in tutti i modi di nuocersi gli uni agli altri. […]

 

Derisione e offesa.
(Misha Gordin)
Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo. E ristretta solo al presente nasce da quelle disposizioni la indifferenza  profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri  e della morale. […]

 

Indifferenza profonda


La disposizione, dico,  la più ragionevole è quella di un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni. […] Il più  savio partito è quello  di  ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimi.[…] Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza  che non fa niun’altra nazione. […]



L'annullarsi della persona nella società.
(Misha Gordin)


Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni.  Il popolaccio italiano  è il più cinico dei popolacci. […]


Le classi superiori d'Italia
sono le più ciniche ...


Per tutto si ride e questa è la principale occupazione delle conversazioni, ma gli altri popoli altrettanto e più filosofi di noi, ma con più vita, e d’altronde con più società, ridono piuttosto delle cose che degli uomini, piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una società stretta non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi  in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo. In Italia  il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. […] 
  


Altrove è il maggior pregio
rispettare gli altri ...


Come altrove è il maggior pregio il rispettare gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può avere società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in  Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuol conversare, è il mostrar colle parole e coi modi di  ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi. Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo.”   

Giacomo Leopardi, “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” in  Poesie e Prose, vol. secondo, I meridiani, a cura di R. Damiani, Mondadori, 1998, pagg.447-456-461-462-463-464.   









   


2 commenti:

  1. Analisi schietta quella di Leopardi, parole dure e lapidarie a cui c'è poco da aggiungere.

    Eppure, sempre più sovente, quando mi soffermo a pensare, mi pare che non ci resti che essere "OBBLIGATI ALLA SPERANZA"
    ( Una speranza calata nel reale e concreta, una speranza come obbligo morale. Accostamento improprio?)
    Grazie per i numerosi post diventati ormai quotidiano motivo di riflessione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. “Obbligati alla speranza …” Una sottolineatura interessante. Sarebbe bello discutere su questo tema: la speranza appartiene all’etica? Alla religione? Chi può sperare, che cosa, a quali condizioni? Tutte domande molto aperte …

      Elimina