Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Iscriviti alla nostra newsletter!

Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query pèguy. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query pèguy. Ordina per data Mostra tutti i post

giovedì 30 ottobre 2014

Pèguy pensatore libero e liberante, a cento anni dalla morte.


Charles Pèguy (1873-1914)  
in un dipinto di J.P. Laurens.
Figlio, come tutti, della storia e della cultura del suo tempo, Pèguy è tuttavia colui che non si può “annettere”, perché ha maturato una filosofia libera da ogni condizionamento ed esplicita influenza. Inizialmente focoso seguace del partito socialista francese, si impegna appassionatamente nell’Affaire Dreyfus, schierandosi in difesa di Dreyfus innocente, vittima di una infame macchinazione antisemita. Si allontana poi progressivamente dal movimento socialista, fonda i “Cahiers”, che si propongono di dire sempre null’altro che la verità,  e nel  1908 con il dramma “Giovanna d’Arco” si orienta decisamente ed indelebilmente verso la fede cattolica cristiana, vissuta sempre in modo tanto intenso quanto personalissimo, nell'intuizione profonda del legame indissolubile tra lo spirituale ed il temporale.


La sua biografia si intreccia 
con la storia della Francia di fine Ottocento ...
Il primo agosto del 1914 riceveva l’ordine di mobilitazione, esattamente il giorno dopo l’assassinio di Jaurès, suo vecchio amico ornai ideologicamente distante. Il 5 settembre cadeva sul fronte della Marna, ucciso dal fuoco nemico.
La sua morte nella battaglia della Marna, 
100 anni or sono ...
“Perché non hanno forza e grazia per essere della natura, 
credono di essere della grazia. 
Perché non hanno il coraggio temporale, 
credono di essere entrati nella comprensione profonda dell’eterno. 
Perché non hanno il coraggio d’essere del mondo, 
credono d’essere di Dio. 
Perché non hanno il coraggio di scegliere tra i partiti dell’uomo, credono d’aver scelto il partito di Dio. 
Perché non amano nessuno, 
credono di amare Dio”
(Charles Pèguy, Oeuvres en prose, 1909-1914, 
Gallimard, Paris 1961, 1444)
L’opposizione di Pèguy ad ogni sistema volto a codificare la realtà in regole fisse, lontane dall’esperienza concreta, non è mai piaciuta alla critica accademica che continua a rimproverargli una non ben definita elaborazione dottrinale e non gli riconosce che un ruolo marginale nel dibattito filosofico.

Il pensiero di Pèguy 
non è racchiudibile in schemi fissi ...
Ma per Pèguy non esiste pensiero se non liberato da ogni intellettualismo, se non aperto all’esperienza e alla realtà variegata della vita, se non duttile, capace di “conoscere” più che “ordinare e controllare”.

... è un pensiero duttile ...
Questa sua singolarità favorisce nel lettore il sorgere di un’empatia che lo pone nella condizione di assaporare la ricchezza del suo mondo interiore, entrare in sintonia con il suo pensiero intriso di spiritualità, di poesia, di passione etica, di sensibilità propria di una persona umile e partecipe dei pro­blemi degli altri, disponibile a rispettare ogni diversità e riconoscere l’altrui onestà. 

... un pensiero intriso 
di spiritualità e di poesia ...
La sua è una filosofia inquieta, che non si placa nelle certezze acquisite ma vuole ascoltare la vita e parlare di ciò che questa le porge nella sterminata varietà dei suoi avvenimenti. 

... un pensiero che non si siede 
su certezze acquisite ...
Péguy propone di guardare se stessi ed il mondo senza schemi precostituiti in cui circoscriverli o ridurli, di pensare e ripensare continuamente i problemi, gli incontri, gli avvenimenti che si presentano: un procedimento ed un itinerario che non finiscono mai di costituirsi e di concludersi.

.... un pensiero libero e liberante ...
Nell’unire in modo indissolubile conoscenza ed espe­rienza, pensiero ed azione, ci edu­ca e ci invita a seguire la vita delle persone dal vivo, a porgere ascolto al “popolo”, a farci carico dell’umanità oppressa dalle ingiustizie, che deve essere liberata e sgravata da qualsiasi servitù non solo economica ma prima di tutto morale ed intellettuale, per avviarla a destini nuovi, al­la formazione di persone nuove, libere anche da chi le ha aiutate a liberarsi. Nella sua inattualità Pèguy è forse più attuale che mai.

... un pensiero 
che può ancora illuminare ....
Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.
 

martedì 29 agosto 2023

Péguy, lo spirituale nel tempo.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini tratte da Turi Distefano dalla mostra "Storia di un'anima carnale" (Meeting di Rimini, 2014).
 
Turi Distefano, mostra su Péguy
150 anni dalla nascita di Pèguy. Mounier e Pèguy: continuità di una presenza e testimonianza.
 
150 anni fa nasceva Pèguy (P): il meeting di Rimini gli ha dedicato una splendida mostra. Ho scoperto P. alla fine degli anni 60 mentre preparavo la tesi di laurea su Mounier (M.), che lo considerò suo maestro e ispiratore. Rapporto ideale, spirituale (M. aveva 9 anni quando P. morì in guerra nel 1914), essenziale e decisivo di tutto l’orientamento del suo pensiero ed azione: continuità di una medesima ricerca e di un medesimo impegno che si esprime in entrambi nel vivo senso dell’incarnazione, della fedeltà al reale, nell’appello alla mistica contro tutte le politiche. P. fu socialista prima di essere cristiano. M. fu cristiano prima di essere “socialista”. Tuttavia queste anteriorità rimandano ad una presa di coscienza unica: il personalismo di M. si inserisce nella linea del realismo spirituale di P. Mi pare anche di notare continuità profonda tra “l’ottimismo tragico” di M. e il “pessimismo” (così definito da alcuni) di P. Nelle vacanze natalizie del 1928 il giovane M. riscopre e approfondisce P. Contemporaneamente prende atto della propria incompatibilità con la carriera accademica di cui condanna il sapere astratto avulso dalla realtà (1). Scrive alla sorella nel maggio del 29: “Io vorrei comunicarti questa ebbrezza che sento ancora rileggendo certe cose di P.).  
Turi Distefano, mostra su Péguy
L’esigenza di comunicare agli altri la sua “rivelazione” si accompagna con il dialogo incessante con il suo pensiero (2). In questo stato d’animo pubblica nel 1931, in collaborazione con il figlio di P, La Pensée de Ch. Péguy (3): “P. non è morto, è solo incompiuto” scrive nella prefazione e sottolinea come P. prediliga della filosofia “le parole giovinezza e libertà, un clima più che una dottrina”. Lo colpisce il suo “lirismo”: non sentimento vacuo, ma il suo modo di esprimere intuitivamente la ricchezza del reale; non incapacità di pensiero ma espressione della “generosità” categoria della persona. “Si evochi la maniera di P., la sua minuzia prodiga, la sua gioia di salvare nel suo paradiso straripante la minima sfumatura, il minimo oggetto, la minima parola” (4).

mercoledì 12 aprile 2017

Getsemani di Pèguy.

🖊 Post di Gian Maria Zavattaro
🎨 All'interno della vastissima produzione artistica relativa al tema del Getsemani, le immagini scelte riproducono diacronicamente (dal XV al XIX secolo) opere di autori diversi.
Masaccio, Cristo nel Giardino del Getsemani, 
particolare (1424-1425)
“Il testo che presentiamo  è uno dei più belli di Pèguy. E’ anche  uno dei capolavori della letteratura cristiana sotto il profilo teologico e mistico. Se lo si colloca nel periodo storico in cui fu scritto, agli inizi del ventesimo secolo, esso appare in forte dissonanza con la spiritualità idealista d’allora, troppo disincantata per riconoscere in Gesù un Dio che assume la condizione umana con tutte le sue debolezze, all’infuori del peccato. Esso, al contrario, nella convinzione che il Verbo ha preso una carne in tutto simile  alla nostra, preannuncia la nostra epoca” (J. Bastaire in Ch. Pèguy, GETSEMANI, Presentazione, Castelvecchi, Roma, 2016, p. 5).

Stefano di Giovanni (detto il Sassetta), 
Agonia nell'orto, 1437-44
Guidato dalla mirabile presentazione di J. Bastaire (1), ho letto e riletto Getsemani di Pèguy, a me caro insieme a Mounier sin dalla prima giovinezza: pagine intense, intrise di assillante drammaticità, stile suo personalissimo quando vuole scuotere il lettore (“ragazzo mio, amico mio”) e focalizzare concetti-chiave. Il testo, poco conosciuto, tratto dal Dialogo della storia e dell’anima carnale, è uscito in libreria solo nel 1955 con il titolo Clio. La stesura - ci informa Bastaire - verosimilmente avvenne nella Settimana Santa del 1910 (il 27 marzo era Pasqua), in un periodo per Pèguy di sofferenza e scoramento. Soffre di intime frustrazioni: per il degrado della “mistica politica” dopo l'affaire Dreyfus, sentendosi isolato in una società sempre più basata sul denaro; per il fallimento dei Cahiers de la Quinzaine,  da lui fondati dieci  anni prima; per una grave malattia che non gli risparmia tentazioni suicide.
Andrea Mantegna, 
Orazione nell'orto, 1455
Con tutta la sua passione ha aderito alla fede cattolica, ma è afflitto dal rifiuto della moglie – nonostante l’intervento dell’amico Maritain - al matrimonio religioso ed al battesimo dei figli. Il tutto complicato dalla passione per una giovane collaboratrice dei Cahiers: amore che lo tormenta fino a quando, ai piedi della Vergine di Chartres, “accetta la grazia della sofferenza e solitudine”, rimane formalmente fedele ma lucidamente cosciente del suo “adulterio del cuore”. Insomma tutto concorre  alla “sensazione dell’incurabile nulla” che Cristo prende su di sé fino in fondo nel Getsemani, fino a trasformarlo in vittoria pasquale. L’ardente meditazione di Pèguy su Gesù, Dio fatto uomo, che teme la morte, è tutta centrata su Mt. XXVI, 36-47 e XXVII,46-50. (2)

mercoledì 11 settembre 2013

Pèguy: no alle vecchie vergogne.


Cultura e libertà, giustizia e solidarietà,  mistica e politica,  rispetto della persona umana, critica del mondo borghese e dei tradimenti  perpetrati dai compromessi della politica e del sindacalismo,   scandalo della miseria e della povertà,  generale infezione del denaro, unico  vero sovrano e  padrone del mondo: sono  temi ricorrenti dei compositi scritti e dell’agire di Charles Pèguy. Per questo autore non c’è rivoluzione effettiva se non è morale: l’unica via di  rinascita è  rinnovare lo spirito e il cuore di ogni uomo, ritrovare lo spirituale all'interno, anzi nel fondo, del temporale e consentire  l’irrompere festoso della giovane speranza.

Vedi link laterale, Pagine: Pèguy! Persona
                                                   e comunità 
"quando oggi si dice popolo..."

Niente è così ansiosamente bello dello spettacolo di un popolo  che si riprende con un movimento interiore,  con un ripullulare profondo dell’antico orgoglio e uno zampillare degli istinti della razza. Ma più la reazione  è acuta, più sarebbe tragico abbandonarla in pasto agli stessi padroni delle stesse capitolazioni, nelle vecchie mani di tutte quelle vecchie vergogne. Quello che domandiamo è così semplice! Noi chiediamo che vadano  a riposarsi; e che non li rimpiazzino con roba simile. Chiediamo che non restino gli stessi, e non si ricominci.

Dire  la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, dire brutalmente la verità bruta, noiosamente la verità noiosa, tristemente la verità triste…Chi non vuole la verità, quando conosce la verità, si rende complice dei mentitori e dei vigliacchi.

Non si può rifare un ordine sociale umano se non lo si instaura nel cuore dell’uomo.

Noi non siamo uomini che preparano uomini in modo che siano fatti come noi, ma siamo uomini che preparano uomini in modo che siano liberi da ogni servitù, liberi da noi.

Quando oggi si dice popolo, si fa davvero una figura, ed anche una figura abbastanza povera, ed anche una figura assolutamente vana, voglio dire una figura dentro la quale non si può  mettere assolutamente nulla.

Dicono di amare Dio perché non amano nessuno; dicono di essere dalla parte di Dio perché non stanno dalla parte di  nessuno.

(Charles Pèguy)

martedì 8 ottobre 2013

Video: l'amore non svanisce mai.


La fontana è simbolo della vita e dell'amore. Giacomo Jaquerio, La fontana della giovinezza, Saluzzo, castello della Manta.

Charles Pèguy, l'autore della poesia ripresa dal video e sotto riportata, ha vissuto una spiritualità e moralità  fuori del comune. La sua personalità passionale, alimentata da un grandissimo anelito per la libertà, democrazia e socialità,   penetra nelle pieghe più riposte dell’interiorità e fa di lui un autore  unico e mul­tiplo: filosofo e poeta, politico e drammaturgo, pubblicista e rivoluzionario, creden­te e contestatore, sempre  obbediente  alla sua coscienza e ad un’etica fatta di umiltà, onestà, giustizia, comprensione, amore verso la vi­ta ed in particolare verso le persone più indifese. Per un lieve  approfondimento della sua figura v. in questo blog  link laterale, pagine ("Pèguy, persona e comunità") e il post su Pèguy ("no alle vecchie vergogne"). 







L’amore non svanisce mai.
La morte non è niente, io sono solo andato
nella stanza accanto.
Io sono io. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.

Parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non abbiate un tono diverso.
Non abbiate un’aria solenne e triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa

come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non è spezzato.
Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perché sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano sono solo
dall’altro lato del cammino.

                                                        Charles Pèguy

venerdì 26 marzo 2021

Dolore e senso.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Rogier van der Weyden, Deposizione, 1435, dettaglio
“Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»” (Matteo 27,46)

“Grido che ancora risuona in ogni umanità. … Clamore che risuona nel cuore di ogni cristianità. … Grido come se Dio stesso avesse peccato come noi, come se perfino Dio si fosse disperato, come se anche Dio avesse peccato come noi. E del più grande peccato. Quello di disperare. ... Più dei due ladroni appesi ai suoi lati che non urlavano che un grido di morte umana, perché non conoscevano che una desolazione umana. … Il Giusto solo emise il clamore eterno. Ma perché? Che aveva? Lui solo poteva gridare il clamore sovrumano. Lui solo conobbe allora quella sovrumana desolazione. Così i ladroni non gettarono che un grido che si spense nella notte. E lui gettò il grido che risuonerà sempre, eternamente sempre, il grido che non si spegnerà mai, eternamente. In nessuna notte. In nessuna notte del tempo e dell’eternità” (Ch. Pèguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, AVE, Roma, 1966, p.83 passim).

Il venerdì santo è simbolicamente il giorno della croce ovvero l’icona di tutta la sofferenza che attraversa il mondo, dell’immensa realtà dell’umanità sofferente per diversissime cause: malattie, vecchiaia, avvelenamento dell’ambiente, città opprimenti senza spazi, criminalità, guerre, solitudini, tutte le forme incomprensibili di violenza miseria oppressione sfruttamento ed impotenza, estenuanti lutti familiari nella crudeltà della morte in solitudine dei propri cari e non ultima la propria angoscia della morte e tanto altro ancora.

sabato 16 ottobre 2021

Il vaccino, la persona, la comunità.

 Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini di Andrea Ucini (qui il sito)

Andrea Ucini, Caduta libera
“La menzogna, la durezza di cuore, la vigliaccheria, l’egoismo fanno silenziosamente ogni giorno sotto i nostri occhi vittime altrettanto numerose e più lentamente torturate di quanto non sappia fare la guerra: chi ha bisogno che sia il cannone ad aprirgli le orecchie non comprende più da lungo tempo questo tumulto dei tempi di pace”
(E. Mounier).
“È un delitto lasciare la politica agli avventurieri, è un sacrilegio relegarla nelle mani di incompetenti che non studiano le leggi, che non vanno in fondo ai problemi, che snobbano le fatiche metodologiche della ricerca e magari pensano di salvarsi con il buon cuore senza adoperare il buon cervello” (d. Tonino Bello).
 
Viviamo in una società irta di continue provocazioni e contraddizioni, dove ci si imbatte continuamente e ci si ritrova costretti ad ogni piè sospinto - e spesso è impresa eroica - a discernere tra verità e menzogna, forza e violenza, mediazione e compromesso, bene comune ed interessi di parte, diritti/doveri di tutti e spettanze esclusive. Il tutto oggi aggravato dall’inasprirsi strategico, fraudolentemente correlato al no-vax ed al no-green pass, di violenze ed assalti a pubbliche istituzioni democratiche: violenze in realtà intese a rinchiuderci nel mutismo della maggioranza silenziosa, a fomentare sfiducia e stanchezza nelle istituzioni democratiche, a diffondere assuefazione antidemocratica ed esaltare l’impunità trasgressiva.

giovedì 25 luglio 2024

La bellezza del “cum” nelle parole.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini di Victoria Semykina (qui il sito instagram).
              
 La bellezza del “cum”, la solitudine dialogica, 
 l’apertura alla speranza.
 
Victoria Semykina, Senza titolo
All’interno del dibattito su cattolicesimo e cultura, da tempo avviato da Avvenire in Agorà - il cui obiettivo è contribuire a promuovere “un nuovo rapporto tra cattolici e cultura contemporanea”- ho letto l’intervista (7 luglio 2024, p. 21) di Gianni Santamaria al Prof. Ivano Dionigi Riscopriamo con il linguaggio la bellezza del “cum”.
Provo a tentare alcune riflessioni, esplorando il “cum” di Dionigi e sfiorando pertinenti temi, come solitudine silenzio speranza, che ricavo da letture (Borgna) e da persone idealmente a me presenti sin dalla giovinezza (E. Mounier 1905-1950 e Ch. Péguy1873-1914).
Dionigi: “Dobbiamo riscoprire le parole con il ‘cum’. Comunicare deriva da cum-munus: ‘mettere in comune i doni’; cum-testari, contestare, non è andare in giro con i cartelli a fare casino, ma è ‘testimoniare insieme’; cum-petere, competere, non è usare i muscoli, ma ‘andare tutti insieme nella stessa direzione’. “Abbiamo stuprato il linguaggio” (1).
Per Aristotele l’uomo è parola. Don Milani chiama uomo chi è padrone della parola. “Con il rispetto dobbiamo capire la parola di ciascuno”. Tucidide dice di aver capito lo scoppio della guerra del Peloponneso, perché “avevano cambiato il significato delle parole”. "Se oggi ci fosse la parola della politica non ci sarebbe la guerra" (1).
Le parole: “il punto di incontro di tutti”. Oggi però sono sui social degradate a fake news, contro le quali la scuola dovrebbe fornire “non una cassetta, ma un’intera officina di attrezzi”. Social (senza la e finale: il contrario di “sociale”? Si pensi poi ai danni dello smart working e della didattica a distanza … (1)

lunedì 30 agosto 2021

In dialogo con la solitudine.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini dei dipinti di Enrico Ganz (qui, il sito).

Enrico Ganz, Uomo solo
La solitudine è comunione, apertura agli altri e non c’è comunicazione che non abbia come premessa la solitudine che dia ali alle parole e le riempia di contemplazione e di silenzio. La solitudine nasce dall’interiorità ed è uno stato dell’anima che si costituisce come momento diastolico della vita: come dimensione essenziale di ogni relazione fondata sull’alterità. E’ un’esperienza interiore che ci aiuta a dare senso alla vita di ogni giorno e ci consente di distinguere le cose essenziali da quelle che non lo sono … Nella solitudine e nel silenzio che sono in noi avvertiamo l’importanza della riflessione e meditazione, delle attese e delle speranze alle quali ispirare i nostri pensieri e le nostre azioni. Solo così è possibile sfuggire all’egoismo e alla mancanza di amore, alla noncuranza e all’indifferenza, tentazioni che non ci consentono di realizzare i valori autentici della vita: la comunione e la donazione, la partecipazione al destino degli altri e l’immedesimazione nella gioia e nelle sofferenze degli altri. Valori che realizziamo solo se riusciamo a tenere viva nel cuore una solitudine aperta al mondo della vita” (E. Borgna,  In dialogo con la solitudine, Einaudi, To 2021, pp. 94-95).
 
“La solitudine è l’anima nascosta e segreta della vita, ma come non avere la sensazione che oggi nel mondo della comunicazione digitale sia grande il rischio di naufragare nell’isolamento? L’espressione della pandemia, che ancora permane, ha posto tutti di fronte al significato della solitudine…” (1).
 
In questo nostro mondo sorpreso dal covid ogni giorno assistiamo ad un tentacolare conturbante intreccio di innumerevoli solitudini, isolamenti e gesti di fraternità - compresenza di speranze e disperazioni - vortici di sconvolgenti tragedie e babelici incuranti divertimenti: umanità che si agita in balia di una febbre dove “tutto passa e sia rabbia, amore o demenza tutto passa, con volo fulmineo, varca i limiti cupi d’ogni coscienza e tutto si  presenta e si indovina prima che affondi in cuore, come spina dritta, d’un colpo solo” (2).

sabato 11 aprile 2020

Pasqua, auguri e rimandi.

Raffaello Sanzio, Resurrezione di Cristo, dettaglio (1501-1502)
A tutti,
 uomini e donne,  credenti di qualsiasi fede e non credenti 
 ed  in  particolare a coloro che ogni giorno si impegnano
 a favore delle vite altrui 
rivolgiamo in questo tempo di pandemia
 il nostro pensiero augurale di Buona Pasqua, 
perché sia  diversa da tutte le altre.

La  quaresima  trascorsa in quarantena  
ha rivelato il bisogno di fratellanza  in noi. 
 La  nostra preghiera  
è metterci tutti  in opera  per incamminarci su strade 
che ci facciano sognare le vette più alte, 
che riempiano il nostro  cuore di tenerezza e di speranza,
 che si aprano al nuovo,  alla sorpresa, 
alla profondità di questo tempo “deserto”.

E così
la Pasqua (ebraico  pesah, passaggio) sarà vero passaggio 
alla Vita che ci affratella.  

Raffaello Sanzio, Resurrezione di Cristo, dettaglio (1501-1502)

✴️Infine, un breve racconto.
 “Allorché si fa silenzio intorno a me, nelle ore del giorno  e della notte, un pianto che scende dalla Croce mi colpisce e mi fa trasalire. ... - Lasciate che vi stacchi dalla Croce - gli dissi.  E cercai di togliere i chiodi dai suoi piedi; ma Egli mi rispose: “Lasciali dove sono, poiché non scenderò dalla Croce fino a quando tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli, non s’uniranno insieme per distaccarmi”.   Gli dissi allora: “Come posso sopportare il vostro lamento? Che cosa posso fare per voi?”. Ed Egli mi rispose: “Va per tutto il mondo e dì a quelli che incontrerai che c’è un Uomo inchiodato ad una croce” (J. F. Sheen).

giovedì 15 giugno 2017

Scuola: riforma, tecnologie, stranieri.

🖋Post di Gian Maria Zavattaro 
🎨Immagini e video sono tratte - previa autorizzazione - dalla pagina facebook e dal sito di Your Edu Action (qui il sito).

Mario Lodi, Insegnante
La speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende. Che questi poveri figli vedano come vanno le cose oggi e credano che domani andrà meglio.[…] Questa speranza bambina che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio. Che è certamente la più difficile, che è forse l'unica difficile[…] La piccola, quella che va ancora a scuola. E che cammina. È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa. Perché la Fede vede ciò che è. Nel Tempo e nell'Eternità. La Speranza vede ciò che sarà. Nel tempo e per l'eternità. Per così dire nel futuro della stessa eternità. La Carità ama ciò che è. Nel Tempo e nell'Eternità. Dio e il prossimo. Ma la Speranza ama ciò che sarà. Nel tempo e per l'eternità. Per così dire nel futuro dell'eternità. La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà. Ama quel che non è ancora e che sarà. Nel futuro del tempo e dell'eternità”(Ch.Pèguy, Il portico del mistero della seconda virtù, Mi, Jaca Book,1978).

La riforma scolastica.
Scuola e riforma
Gli ultimi 10 decreti applicativi della legge 107, riguardanti nodi fondamentali della vita scolastica, sono stati approvati (17) ed hanno concluso l'iter della riforma di cui personalmente do un giudizio non negativo, pur rilevando lacune, approssimazioni, soprattutto un'inguaribile distanza tra l'astratta stesura delle norme e le realtà delle singole scuole chiamate a tradurle in pratica nelle loro zone di frontiera. Tuttavia non voglio entrare nel merito, perché ogni giudizio è opinabile e rischia di essere ideologico, come ben ha rilevato il sondaggio Demos-Coop condotto da I. Diamanti. E’ più utile esaminare le diverse percezioni della riforma. La Buona scuola piace poco a chi la conosce e ne ha esperienza, sindacati e docenti. I giudizi inoltre si differenziano in base all'appartenenza politica e partitica: gli elettori del Pd attribuiscono alla riforma un voto vicino al 7; gli elettori di tutti gli altri partiti la bocciano. L’impressione è che sia percepita, come il referendum costituzionale, al di là del merito, come la Scuola di Renzi e di Gentiloni. 

venerdì 4 novembre 2016

Una riflessione personale sul 4 novembre.

Di Gian Maria Zavattaro.
La virtù che amo di più - dice Dio - è la speranza.
 La fede non mi stupisce. Non è stupefacente. Sì, io risplendo a tal punto
nella mia creazione, che, per non vedermi, questa buona gente dovrebbe essere cieca.
 L’amore  - dice Dio -  non mi stupisce.  Queste povere creature sono così infelici:
 come potrebbero non avere pietà l’una dell’altra, a meno che non abbiano un cuore di pietra.
  Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
 Questo è stupefacente”
 (Ch .Pèguy)
Ripropongo  una riflessione personale su ciò che la prima
guerra mondiale ha rappresentato per tante famiglie, come la mia.

Redipuglia, Cimitero Militare
(Collezione Umberto Fabiani)
Il 4 novembre è per me un giorno di trepida mestizia, unita ad una pervicace speranza. Non riesco a provare altri sentimenti. Questo post vuole essere un tributo, tenero come un abbraccio fraterno, alle miriadi di morti, in ogni parte del mondo, a causa delle guerre di ieri e di oggi.
Secondo le stime della gran parte degli storici il totale dei morti nella prima guerra mondiale, tra militari e civili, è compreso tra i 15 e i 17 milioni, di cui circa 1.200.000 italiani (militari e civili).
Dalle doline del Carso 
(Collezione Claudio Granella)
Tra loro anche mio nonno paterno, morto sul Carso cent’anni fa (dicembre 1916), lasciando una vedova ventiquattrenne, mia nonna, e due bimbi piccoli, mio padre e mio zio. Da allora la mia famiglia è stata segnata per decenni, e lo è per certi versi ancora oggi, da questo tragico e per noi assurdo e inconcepibile lutto. Così è stato per centinaia di migliaia di famiglie in Italia e per milioni nel mondo.
Non ho nessuna voglia di celebrare il 4 novembre sotto altra forma se non quella di ricordare il pianto di vedove ed orfani prematuramente privati degli affetti più cari da un’ inutile strage”, che  nulla sembra insegnare a noi  uomini e donne del 2016. Non è questione di essere o non  essere pacifisti. Certo, mi dichiaro e voglio essere pacifico (operatore di pace, dal lat. pacifĭcus, comp. di pax-pacis ‘pace’ e il suffisso -ficus,  der. di facĕre ‘fare’), ma non pacificato dalle guerre di ieri e di oggi.